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Retekurdistan.it | 11 dicembre 2019

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Il giorno più lungo: Ankara, Amed, Suruç

Il giorno più lungo: Ankara, Amed, Suruç

10 ottobre 2015


Dopo l’attentato di ieri ad Ankara, che ha provocato 97 morti e oltre 250 feriti, sono in atto proteste in tutto il paese contro il governo di Erdogan che nel frattempo ha bloccato l’accesso ai social network. Il racconto della giornata di ieri attraverso le tappe di ‪RojavaResiste‬ che si trova nel Kurdistan turco

Ore 8.00, Amed

Uscendo dall’albergo ci accorgiamo che la piazza d’ingresso al quartiere Sur è completamente transennata.Scopriremo solo in seguito che era solo l’inizio di una massiccia “operazione antiterrorismo” delle forze di sicurezza Turche, premessa del coprifuoco dichiarato nel pomeriggio. Ipotizziamo che tale operazione sia conseguenza degli eventi di ieri e in particolare l’uccisione di un poliziotto ad un posto di blocco sulla strada tra Amed (Diyarbakir) e Hani, cui si sono aggiunte le tensioni per i fatti verificatisi in giornata.

Ore 10.50, tra Urfa e Suruç

Apprendiamo in modo casuale che ad Ankara, al concentramento della Marcia “Lavoro, Pace, Democrazia”, due esplosioni hanno appena colpito la folla. Il numero delle vittime continuerà a salire, dalle 20 delle prime notizie, fino alle 97 confermate a tarda sera, a cui si aggiungono oltre 400 feriti. Il corteo era stato organizzato dall’Hdp, sindacati, associazioni e società civile, per protestare contro la continua aggressione del governo Erdogan al popolo curdo. Convocata da oltre un mese, la manifestazione doveva svolgersi a poche settimane dalle elezioni dell’1 novembre e a ventiquattro ore dall’impegno al cessate il fuoco unilaterale proclamato dal Pkk per tutto il periodo pre-elettorale.

Ore 11.30, Centro Culturale Amara di Suruç

Per gli attivisti del centro le immagini provenienti da Ankara riportano alla mente un altro attentato: il 20 luglio scorso, quando un kamikaze uccise 32 giovani militanti socialisti venuti per portare beni di prima necessità a Kobane, cittadina siriana divisa da Suruç dal confine con la Turchia. Durante i mesi della battaglia e nel periodo della ricostruzione, il centro fungeva da punto di raccolta di materiali (medicinali, materiali scolastici…) accoglienza profughi e coordinamento delle attività di solidarietà. Nei momenti immmediatamente successivi all’esplosione, la popolazione di Suruç accorse spontaneamente per prestare i primi soccorsi. Con la scusa del grosso assembramento creatosi, la polizia attaccò con gas lacrimogeni il giardino del centro bloccando le vie di accesso all’ospedale, ritardando in modo determinante l’arrivo dei feriti e facendo così salire il numero delle vittime. La struttura del centro porta ancora evidenti i segni dell’esplosione. Le finestre distrutte e i muri segnati dall’onda d’urto restano volutamente a ricordare gli eventi di quel giorno, eventi che segnano l’inizio della nuova aggressione dello stato Turco contro la popolazione curda e le opposizioni.

Le analogie tra le stragi di Ankara e Suruç sono molte e non solo negli occhi di chi era presente il 20 luglio: anche in questo caso sono stati colpiti attivisti dell’opposizione filo-curda e allo stesso modo la polizia ha aggredito la folla che stava prestando i primi soccorsi. La differenza sostanziale è che per la prima volta un fatto così grave (l’attentato più sanguinoso nella storia della Turchia) avviene fuori dalle regioni curde, nella capitale del paese.

Ore 15, campo profughi di Suruç

Nonostante il clima di forte tensione e rabbia, confermiamo assieme ai nostri ospiti parte degli incontri previsti. Ci dirigiamo quindi al campo profughi che ha ospitato 400 famiglie nei mesi di Kobane, attualmente scese a 85 dopo che parte della popolazione è rientrata nel Rojava liberato. Il campo è gestito autonomamente dalla municipalità Hdp-Dbp. Qui incontriamo Nihat, i cui racconti ci riportano all’assedio della città siriana e alla fuga verso il confine turco, dove i militari per controllare l’accesso alternavano aperture arbitrarie a brutali repressioni. La violenza di Daesh è stata fermata solo dalle Unità di difesa curdo-siriane, che hanno coperto e supportato la ritirata dei profughi, qualunque fosse la loro etnia. Al contrario, ci dice ancora Nihat, lo Stato turco ha aiutato a più riprese Daesh, coprendone la ritirata e accogliendo i suoi miliziani durante l’avanzata di Ypg e Ypj.

Ore 17, Piazza antistante alla sede dell’Hdp

In tutto il paese si sono veirficate proteste e inziative a ricordo dei caduti. Qui a Suruç abbiamo partecipato al presidio-conferenza stampa convocato dall’Hdp locale. “I responsabili di questo massacro sono nel palazzo del sultano”, così recitava lo striscione di apertura, rendendo esplicita la posizione del partito. Alle denunce gridate al megafono, si alternano momenti di silenzio e canti di resistenza.Rientrando in gruppo verso la sede dell’Hdp, incontriamo uno dei responsabili di Coordinamento Rojava, rete tra i progetti di ricostruzione nel cantone di Kobane: i fondi raccolti durante le iniziative di avvicinamento alla partenza, vengono consegnati per essere utilizzati nell’acquisto di materiale edilizio.

Ore 21, Urfa

Finita la nostra giornata e arrivati a Urfa, dove domani incontreremo esponenti dell’opposizione Hdp, apprendiamo quanto avvenuto ad Amed durante il coprifuoco. Un poliziotto è rimasto ucciso e altri cinque sono stati feriti durante i tentativi di sfondare le barricate a difesa della zona libera di Hisirli. Almeno cinque militanti sono invece caduti sotto il fuoco delle forze di sicurezza turche negli scontri che sono proseguiti per tutta la giornata.Domani torneremo in città senza sapere se il coprifuoco verrà confermato o meno.

Rojava Resiste – Cuori e mani per il Kurdistan.
Urfa, 10 ottobre notte


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