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Kurdistan

Erdoğan per la regione, Trump per il mondo: quando l’eccezione diventa regola

Mentre non è ancora scemata l’indignazione a livello mondiale sullo stile di governo di Erdoğan che governa il Paese nello stato di emergenza permanente come regime di un solo uomo, Donald Trump già dal 20 gennaio 2017 riveste ufficialmente l’incarico di Presidente degli USA. Non passa giorno in cui non metta il mondo in stato di shock con le sue decisioni. Di giorno in giorno aumenta il disagio. È una coincidenza sciocca o un risultato naturale del nostro tempo?

Io propendo per la seconda ipotesi. Una comunità mondiale che non impedisce a uomo come Tayyip Erdoğan – anche se potrebbe farlo – di portare un Paese in una dittatura fascista e di rendere ancora più profonda la crisi regionale con la sua politica di aggressione, non è interessata alla stabilità e alla pace. Vede i propri interessi nel fatto che la crisi e il caos diventano più profondi. Questo »nuovo« vecchio stile di governo viene rifilato alle persone come prova prima con Erdoğan nella regione, per poi – se dovesse funzionare – imporlo con Trump al mondo intero.

Il Presidente turco Tayyip Erdoğan governa il Paese, che dal fallito tentativo di golpe del 15 luglio 2016 è in regime di stato di emergenza, per mezzo di decreti. A sua volta ha la sua politica che porta avanti nei territori curdi dal luglio 2015 senza serie opposizioni dall’esterno, ma anche da parte dei suoi cittadini non curdi e poi un anno dopo l’ha allargata all’intera Turchia. Cosa caratterizza questo stile di governo: abolizione dei valori democratici, violazioni dei diritti umani, allineamento della stampa, abolizione della divisione dei poteri, abolizione dello Stato di diritto, cancellazione dell’opposizione per mezzo di arresti, tortura, ricatto, polarizzazione assoluta della società, fomentare il nazionalismo, sessismo, militarismo e razzismo, lavorare con nemici immaginari, usare l’ordine democratico senza alcuna remora e ritegno sostenendo »gruppi terroristici« per i propri interessi e promuovendo gruppi illegali come i gruppi di contro-guerriglia attraverso il fatto che lo Stato commette crimini di guerra, tortura e uccide persone …

Questa politica che comunque viene seguita da oltre due anni nel Bakûr (Kurdistan del nord), ora la si vuole adottare ufficialmente come forma di governo. Erdoğan ha accelerato i suoi sforzi di mettere in pratica il suo sogno di un regime di un solo uomo sotto forma di un regime presidenziale. Con i voti dei deputati del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) e del Partito del Movimento Nazionalista (MHP) ultranazionalista, le corrispondenti riforme costituzionali sono state fatte entrare a velocità elevata nel “Parlamento” turco. La decisione definitiva ora la si vuole prendere il 16 aprile con un referendum. Fino al dibattito in Parlamento l’opinione pubblica è stata tenuta all’oscuro dei particolari delle modifiche costituzionali, nessuno – né giornalist* né partiti di opposizione, ONG o cittadin* – ne conoscevano i contenuti.

Con queste modifiche costituzionali si vuole rendere l’»eccezione« la »regola«. Erdoğan vuole poter governare il Paese per decreto anche in futuro. Avrà il diritto di sciogliere il Parlamento che perde le sue funzioni di controllo. Mentre viene limitato nei suoi diritti e doveri, si allargano i diritti del Presidente in modo incredibile. Così si vuole rimuovere anche l’indipendenza del diritto: Erdoğan potrà decidere la maggioranza dei giudici costituzionali e dei componenti dell’Alto Consiglio della Magistratura.

Conformemente il vice-Presidente del Consiglio dei Ministri Numan Kurtulmuş ha detto che la crisi attuale e il caos possono avere fine solo quando il sistema presidenziale verrà accettato per referendum. Questa esternazione equivale a una confessione che sono essi stessi la causa della crisi. Questo è il piano dell’AKP, di prendere la società in ostaggio. Dal luglio 2016 tutta la società in Turchia percepisce con durezza cosa significa vivere sotto lo stato di emergenza. Ora, dopo questo assaggio dicono se non volete vivere così, dovete votare al referendum per la Costituzione. Questo calcolo è andato a buon fine già con le elezioni per il Parlamento nel 2015. Quando l’AKP il 7 giugno 2015 ha perso il suo potere assoluto, ha iniziato la sua guerra spietata in Kurdistan. Anche allora rappresentanti dell’AKP hanno dichiarato, se avessimo ottenuto 400 seggi, il Paese non sarebbe in queste condizioni. Con il vostro comportamento sbagliato alle elezioni ne siete responsabili …

L’AKP oltre ai suddetti obiettivi politici persegue anche un piano in base al quale vuole formare la società secondo la sua concezione del mondo. Tutti quelli che conoscono i turchi, sanno che la società con l’AKP è diventata sempre più conservatrice, religiosa e misogina. I diversi modi di vita in Turchia subiscono una pressione sempre maggiore. Accanto a una politica aperta determinata dalle corrispondenti modifiche di legge (p.es. riduzione dell’età per contrarre matrimonio), dichiarazioni politiche (p.es. su come devono comportarsi le donne e i giovani), l’AKP investe anche nei media e nelle serie TV attraverso i quali vengono veicolati determinati modi di vita conservatori e patriarcali. Negli ultimi tempi si riscontra anche un aumento degli attacchi fisici contro persone per i loro modi di vita diversi. Una donna in short viene attaccata, una donna incinta che fa jogging viene aggredita, perché alcuni si prendono il diritto di dire cosa è appropriato e cosa no.

In questo contesto non ha senso la domanda se l’AKP possa manipolare l’esito del referendum. In queste circostanze nelle quali il Paese viene governato in stato di emergenza e ogni stampa libera e indipendente è stata praticamente abolita, una forza di opposizione come il Partito Democratico dei Popoli (HDP) e il Partito Democratico delle Regioni (DBP) vengono spinti fuori dal Parlamento e dai comuni e i suoi iscritti vengono messi in carcere, l’opposizione con il pretesto del »sostegno al terrorismo« viene derubato della propria base vitale e le sue proprietà confiscate, persone vengono linciate in pubblico –, in un Paese del genere non ci si possono aspettare elezioni libere. Il Paese è un carcere, in condizioni di carcerazione si vuole determinare l’esito del referendum a favore di Erdoğan. Le basi per elezioni libere in Turchia non sussistono.

Ora la domanda è, perché ha tanta fretta di introdurre il sistema presidenziale il prima possibile? Questa fretta non depone per la forza ed è piuttosto espressione di debolezza e paura. Questa paura da un lato è un risultato della cognizione che tutti coloro che sono diventati vittime della smania di potere non aspettano altro che il momento giusto per mandare a monte i suoi piani. Già ora numerose aree diverse hanno dichiarato che al referendum vogliono mostrare a Erdoğan il cartellino rosso. L’HDP in proposito: »Un No al referendum equivale alla fine del dominio dell’ingiustizia dell’AKP/MHP. Ma un No al referendum equivale anche alla possibilità di riprendere un processo di soluzione democratica della questione curda.«

Anche il Partito Repubblicano del Popolo (CHP) farà una campagna per il No. Perfino un’area di iscritti al partito all’interno dell’MHP che sono all’opposizione del capo del partito Bahçeli vuole votare No. Se sommiamo chi vuole votare No al referendum, si vede che non sarà una partita facile per Erdoğan: curdi e curde, aleviti e alevite e altre minoranze etniche e religiose, il CHP e altri kemalisti, appartenenti alla comunità di Fethullah Gülen, perfino ex fondatori e notabili dell’AKP si sono espressi pubblicamente contro il regime di un solo uomo di Erdoğan. Tutti coloro i quali negli ultimi quindici anni sono stati emarginati, tormentati, discriminati, oppressi e svantaggiati, non mancheranno di cogliere l’occasione.

L’altra ragione per la paura di Erdoğan è motivata dalla politica estera. La Turchia dall’ultima edizione di Kurdistan Report a oggi ha modificato la sua politica sulla Siria di 180 gradi. In nome del governo dell’AKP è stata perfino dichiarata sbagliata la politica sulla Siria a partire dal 2011. Quali sono ora i cambiamenti: la Turchia si è discostata dal suo corso ostile al regime a favore del suo effettivo corso strategico anti-curdo. Come contromossa per Al-Bab ha lasciato al regime siriano metropoli completamente distrutta di Aleppo, in precedenza a lungo contesa e ha ritirato le forze dell’Esercito Siriano Libero (ESL) sotto il suo controllo verso Idlib. La Turchia dalla fine dell’agosto 2016 è presente militarmente nel nord della Siria. Dopo Jerablus (Jarabulus) con il sostegno della Russia è avanzata fino ad Al-Bab. Solo poco tempo fa era talmente impulsiva da dichiarare che nessuno li potrà fermare, che dopo Al-Bab prenderanno Minbic (Manbij) e da lì avanzeranno verso Raqqa. Ma ora sembrano essere rinsaviti. Erdoğan alla fine del gennaio 2017 ha dichiarato che la Turchia si fermerà ad Al-Bab e non intraprenderà ulteriori avanzate.

Nella politica sulla Siria ha intrapreso un cambio di corso dal campo sunnita a quello sciita. Con la sua nuova politica sulla Siria, che è orientata verso la Russia, il regime siriano e l’Iran, ora agisce rafforzando il blocco sciita. Questo sviluppo a sua volta porta al fatto che per la prima volta abbandona le forze jihadiste e non può più evitare scontri con loro. Con il suo avvicinamento alla Russia crede di poter ricattare l’occidente e gli USA per portarli a concessioni nella politica nei confronti dei curdi e nella sua riforma dittatoriale dello Stato.

Ma la realtà mostra che la Turchia viene strumentalizzata dalla Russia per i propri fini di allargamento del potere. La Turchia così si trova in una dipendenza ancora più forte, cosa che limiterà ulteriormente la sua capacità di azione.

La Turchia rappresenta un Paese che con una politica a breve termine contribuisce a problemi e crisi di lunga durata con effetti notevoli. Vive effettivamente di caos e crisi e dipende da successi di breve durata.

La Turchia sembra aver minimizzato i suoi obiettivi. Se si guarda a tutto quello cui ha rinunciato negli ultimi anni, quali compromessi ha fatto, allora solo la sua politica anti-curda sembra essere rimasta immutata e senza compromessi. Quindi indirizza la sua strategia e le sue alleanze per arginare i curdi nel loro sviluppo per continuare a lasciarli senza uno status garantito. Questo tipo di politica estera la spinge sempre più in nuovi conflitti.

Oltre ai fattori descritti di politica interna ed estera che influenzeranno gli sviluppi in Turchia, ci sono anche componenti economiche che avranno effetti sull’intera politica della Turchia. La sua situazione economica è peggiorata sempre di più. La perdita di valore della valuta va di pari passo con la diminuzione degli investimenti esteri e l’aumento del costo dei crediti. Manca capitale straniero dal quale l’AKP con la sua politica strettamente neoliberista si è resa così dipendente. Anche per questo i tempi della grande crescita economica sembrano essere finiti. Grazie a questa crescita il governo dell’AKP era riuscito a consolidare il suo potere nello Stato, Se ora la tendenza economica negativa arriva alla grande massa della popolazione, allora anche il potere dell’AKP rischia di scricchiolare.

La Repubblica di Turchia si trova di fronte a un punto di svolta storico: o le forze democratiche riusciranno a democratizzare la Turchia o Erdoğan trasformerà il Paese in una dittatura reazionaria di un solo uomo.Guardiamo ora quale stile di governo mostra Trump. Nel giro di dieci giorni Trump ha emanato 18 decreti, ognuno dei quali è clamoroso. Queste disposizioni presidenziali gli rendono possibile governare il Paese bypassando il Congresso. Ha firmato tra l’altro le disposizioni sulla costruzione del muro al confine con il Messico, lo sblocco del programma di oleodotti cancellato da Obama, il ritiro dal trattato commerciale transpacifico TPPA, gli attacchi alla riforma sanitaria (ObamaCare), il divieto di ingresso per cittadini di Iraq, Iran, Yemen, Libia, Somalia, Sudan e Siria – anche definito divieto di ingresso per i musulmani. A tutti i profughi è stato vietato l’ingresso negli USA per 120 giorni, ai profughi siriani perfino a tempo indeterminato. Trump ha licenziato il Ministro della Giustizia perché si era espresso apertamente in modo critico sul decreto sul divieto di ingresso.

Un parallelo con lo stile di governo di Erdoğan è anche il suo modo di trattare la stampa di opposizione. Anche il suo corso di militarizzazione fa parte della sua politica. Trump riarma l’esercito e pianifica oltre a quello già esistente, servizi di sicurezza e servizi segreti propri.

Anche queste sono decisioni con effetti di lunga durata. Allo stesso modo Trump si fa notare con le sue esternazioni di disprezzo degli esseri umani che sono razziste e sessiste. Questa è la forma di politica delle forze reazionarie. Causano crisi e problemi e ne attribuiscono ad altri la responsabilità – molto popolari sono i nemici esterni non concreti, che vogliono rovinare il Paese, o anche gli stranieri ai quali viene attribuita la responsabilità della povertà e della disoccupazione.

Abbiamo a che fare con una crisi globale di sistema che è determinata dall’ordine esistente. Ora si tratta di rinnovare questo ordine – che da tempo ha iniziato a scricchiolare. Lo si vuole rinnovare in favore di una piccola elite di potere che si arroga tutto il potere e i privilegi, o a favore della popolazione?

Le persone hanno obiezioni rispetto a forme e sistemi di governo che regnano al di sopra delle loro teste e a loro svantaggio, hanno obiezioni rispetto al fatto che delle persone muoiano in guerre che non sono le loro guerre. Sono contrarie al fatto che non si divida in modo equo, che una piccola elite diventi sempre più ricca, mentre la maggioranza riceve sempre di meno, ha da obiettare rispetto al fatto che la smania di profitti delle grandi imprese distrugga le basi di sopravvivenza su questa terra, comprometta l’ambiente e la salute …

Ma noi siamo molti: Ci sono le 300 000 donne che negli USA hanno sfilato nelle strade contro Trump, le centinaia di migliaia che sono scese in piazza in tutto il mondo contro il TTIP, le persone che in molti luoghi combattono contro i partiti populisti di destra e il fascismo, i e le manifestanti che protestano contro una politica vergognosa sui profughi, ci sono i milioni che quest’anno per la festa di resistenza del Newroz in Kurdistan e ovunque nel mondo scendono in strada e che al referendum in Turchia voteranno »No«. E merita di essere citata anche la marcia internazionalista di 11 giorni per la libertà di Abdullah Öcalan, alla quale hanno partecipato persone di 19 Paesi. Le lotte sono universali, vengono portate avanti da moltissime persone e abbattono i confini con i quali le si vuole separare.

Abbiamo davanti a noi un periodo pieno di lotte. I due sistemi in futuro si scontreranno più spesso e in modo più irruento. Anche se sotto Trump la politica reazionaria ha assunto un carattere universale, allo stesso tempo la resistenza avrà un carattere globale. Ovunque nel mondo crescerà la resistenza e si svilupperà anche la necessità di agire in modo solidale e di organizzarsi. La storia ci ha insegnato che nessun regime reazionario ha risolto i problemi delle persone. Ciascuno di questi regimi invece ha causato questi problemi e li ha portati in una strada senza uscita. Solo la resistenza e la lotta delle grandi masse hanno contribuito a sviluppi positivi. Per questo non possiamo avere aspettative positive nei confronti di Erdoğan, Trump o come comunque si chiamino. Dobbiamo imparare a condurre le nostre lotte, la resistenza avrà molti aspetti.

Come finirà questa lotta tra sistemi non si può prevedere. Coloro i quali oppongono resistenza possono anche restare non avere successo, questo già Brecht lo sapeva: »Chi combatte può perdere. Chi non combatte ha già perso.« In questo periodo non basta neanche protestare contro la politica e i regimi dominanti, dobbiamo invece organizzarci se non vogliamo essere governati in modo eterodiretto. Dobbiamo organizzarci e costruire la nostra alternativa. In questo contesto l’alternativa, come ad esempio viene sviluppata e praticata nel Rojava, è anche la nostra alternativa in base alla quale tutti i movimenti possono orientarsi. Lo sviluppo di un sistema alternativo a favore delle donne, dei bambini, dell’ambiente di gruppi etnici e religiosi delle classi oppresse è possibile. Ce lo mostra il Rojava, ce lo mostrano i movimenti in tutto il mondo.

Songül Karabulut

Questo articolo è stato pubblicato su Kurdistan Report 190 | marzo/aprile 2017

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