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Kurdistan

Rendere di nuovo libero il Kurdistan? La politica U.S.A., il Presidente Trump, e i curdi

“Nessun amico oltre le montagne.” ― proverbio curdo-Con la sorprendente vittoria elettorale di Donald Trump, molti curdi nelle quattro regioni del Kurdistan e nella diaspora all’estero sono curiosi rispetto a cosa poterà il futuro. L’interesse è più che giustificato, dato che con la Turchia che arresta i rappresentanti dell’HDP e l’intensificazione della brutale occupazione nel Kurdistan del nord (Bakur), i peshmerga del Kurdistan del sud (Bashur) che avanzano contro ISIS a Mosul, il PYD che scaccia ISIS e ‘ribelli’ islamisti sostenuti dalla Turchia nel Kurdistan occidentale (Rojava), e i mullah iraniani che continuano ad impiccare in pubblico dissidenti curdi nel Kurdistan orientale (Rojhilat); il sostegno U.S.A, per il popolo curdo è di fondamentale importanza.

Tuttavia la storia mostra che i curdi devono essere attenti nel loro ottimismo. La ragione è che la politica estera U.S.A. e l’egemonia imperialista sono praticamente immuni, quale che sia il partito al potere, e fondamentalmente operano in modo indipendente dal processo politico domestico. Più nello specifico, sia l’amministrazione democratica che quella repubblicana hanno continuato sporadicamente ad assistere e poi tradito il popolo curdo a favore degli interessi geo-politici americani.

Il passato come prologo

Nel 1973, sul precipizio della seconda guerra curdo-irakena (1974-1975), il leader curdo Mustafa Barzani aveva dichiarato al The Washington Post, “Io mi fido dell’America. L’America è una potenza troppo grande per tradire un popolo piccolo come i curdi.” Sfortunatamente i suoi calcoli erano sbagliati e gli U.S.A. presto avrebbero interrotto le forniture di armi che avevano inviato ai curdi del Bashur dal 1972, per difendersi dal ba’atismo di Baghdad e creare un diversivo dalla pressione sullo Scià sostenuto dagli U.S.A. oltre il confine in Iran.

In effetti, quando Mustafa Barzani scrisse al Segretario di Stato U.S.A. nominato dai repubblicani, Henry Kissinger — un uomo al quale aveva in precedenza dato tre tappeti e una collana di perle e oro come regalo di nozze — dicendo, “Vostra eccellenza, gli Stati Uniti hanno un dovere morale e una responsabilità politica nei confronti del nostro popolo”, in modo sconcertante non ci fu risposta. Come segnale di come Kissinger considerasse l’importanza di tale lealtà, due anni dopo nel 1975, disse al Comitato di Intelligenze Domestica del Congresso U.S.A. che, “Azioni coperte non vanno confuse con il lavoro missionario.” Come inciso rilevante, quattro decenni dopo la democratica Hillary Clinton, nell’ambito del processo delle primarie per la sua candidatura da parte del suo partito nel 2016, ha citato il repubblicano Kissinger come uno dei suoi amici.

Successivamente durante gli anni ‘80, quando Saddam Hussein ha iniziato a mettere in pratica la sua campagna genocida Al-Anfal (1986-1989) in tutto il Bashur — di cui ha fatto parte il raccapricciante attacco con gas tossici il 16 marzo 1988 che ha visto l’assassinio di 5,000 curdi a Halabja — sulla stampa americana pochi hanno fatto notare che l’unica ragione per la quale Saddam disponesse di gas del genere, era che l’amministrazione repubblicana di Reagan in precedenza aveva tolto l’Iraq dalla lista degli Stati sostenitori del terrorismo per aiutarlo a uccidere iraniani nella guerra in corso Iran-Iraq (1982-1988).

In effetti all’inizio del 1991, l’‘Operazione Desert Storm’ ha visto la rimozione dell’esercito dell’Iraq dal Kuwait da parte degli U.S.A. e l’istituzione di una ‘no-fly zone’ sul Kurdistan del sud (‘Iraq’ del nord). Tuttavia anche allora l’intervento U.S.A. non è da confondere con una preoccupazione umanitaria per i curdi, anziché per il petrolio, come Lawrence Korb, assistente Segretario della Difesa di Reagan (1981-85), ha succintamente riassunto gli interessi americani ammettendo onestamente che, “Se il Kuwait avesse coltivato carote non ce ne sarebbe fregato niente.”

Inoltre nel decennio successivo degli anni ’90, quando la forza aerea U.S.A. ha protetto i curdi del Bashur dall’ ‘Iraq’ di Saddam, la democratica amministrazione Clinton ha assistito militarmente la Turchia nella sistematica distruzione di oltre 4,000 villaggi curdi oltre il confine del Kurdistan del nord (sudest della ‘Turchia’). Come ha evidenziato Noam Chomsky:

“Negli anni ’90 è stata la popolazione curda della Turchia che ha patito la maggiore repressione. Decine di migliaia sono stati uccisi; migliaia di città e villaggi sono stati distrutti, milioni scacciati dalle loro terre e dalle loro case, con orribile barbarie e tortura. L’amministrazione Clinton ha dato un sostegno cruciale, fornendo alla Turchia mezzi di distruzione in abbondanza … La Turchia è diventato il principale beneficiario di armi USA, a parte Israele-Egitto, una categoria a parte. Clinton ha fornito l’80% di armi turche, facendo il possibile per garantire che la violenza turca avesse successo. Il sostanziale silenzio dei media ha dato un contributo significativo a questi sforzi.”

Per darvi un’idea della portata, nel solo anno 1997, le forniture di armi U.S.A. alla Turchia hanno superato il totale per l’intero periodo della Guerra Fredda. Mentre Ankara comprava così tante armi e elicotteri Cobra per massacrare i curdi che si ribellavano, il 1997 ‘casualmente’ è stato anche lo stesso anno nel quale il Dipartimento di Stato U.S.A. ha inspiegabilmente classificato il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) come una FTO (Foreign Terrorist Organization, organizzazione terroristica straniera) su richiesta della Turchia, nonostante il fatto che i guerriglieri del PKK non avessero mai ucciso un singolo americano e avessero guidato una ribellione armata contro l’oppressione turca discussa nelle osservazioni di Chomsky sin dal 1984.

Il fatto che il PKK sia ancora ingiustamente su quella lista quasi vent’anni dopo, nonostante sia una delle più efficaci forze combattenti contro ISIS, promuova una filosofia progressista di confederalismo democratico che rispetta i diritti delle minoranze e delle donne e abbia salvato circa 40,000 yazidi sul Monte Sinjar nel 2014 quando il resto del mondo li aveva lasciati a morire, vi dice che dovete davvero sapere quanta importanza il governo U.S.A. tradizionalmente attribuisce a verità e moralità, piuttosto che agli interessi finanziari e geo-politici.

Speranza nella storia

Se considerate il livello al quale il marito di Hillary Clinton ha armato la Turchia negli anni ’90 quando massacravano migliaia di curdi, non potete davvero accusare i curdi perché diffidavano del fatto che la sua presidenza sarebbe stata un passo positivo per la liberazione curda. Nonostante il fatto che Hillary abbia effettivamente citato il fatto di armare e sostenere i curdi per due volte durante i dibattiti presidenziali — mentre Donald Trump non lo ha fatto — aneddoticamente, ho osservato una sincera sfiducia tra molti curdi rispetto al fatto che la sua presidenza sarebbe stata uno sviluppo favorevole per un futuro Kurdistan. Allo stesso modo ho assistito al fatto che molti curdi della diaspora — specialmente quelli del Bashur — esprimessero ottimismo rispetto al fatto che Donald Trump alle fine sarebbe stato il leader U.S.A. che avrebbe aiutato nell’avvio dell’indipendenza del Kurdistan del sud e avrebbe aiutato a distruggere ISIS a beneficio dell’intera regione curda. Le prove di questa convinzione sono alquanto scarse e sono costituite in primo luogo da due affermazioni fatte Trump rispetto ai curdi.

Nella prima, durante un’intervista con lo scrittore Stephen Mansfield, Trump, alla domanda rispetto alla sconfitta di ISIS ha risposto che, “Prima di tutto i curdi sono stati inseriti (sic) perché sono buoni combattenti e li trattiamo in modo terribile. E loro sono quelli che davvero sembrano essere quelli che combattono.” Nella stessa intervista Trump ha aggiunto:

“Noi [gli U.S.A.] con i curdi abbiamo dei grandi combattenti. E sono quelli che davvero sembrano essere i combattenti. E sanno quello che fanno. Ma non hanno l’equipaggiamento. Noi diamo il nostro equipaggiamento a gente che corre ogni volta che viene sparata una pallottola.”

In una seconda occasione, durante la campagna elettorale a Nashville, Tennessee (dove risiede la maggioranza della popolazione curda all’interno degli U.S.A.), a Trump è stato chiesto dei curdi e ha risposto che:

“Il popolo curdo. Dovremmo usare i curdi. Dovremmo armare i curdi. Hanno provato di essere i migliori combattenti. Hanno davvero provato di essere estremamente leali nei nostri confronti. E per quanto mi riguarda, non sapevo che Nashville avesse una grande popolazione curda, ma vi dirò che dovremmo usare questa gente. Hanno un cuore grande. Sono grandi combattenti. E noi dovremmo lavorare con loro molto più di quanto di quanto facciamo.”

Lasciando stare il fatto che Trump ha erroneamente parlato dei curdi come ‘The Kurdish’ [N.d.T. invece di ‘Kurds’, ossia usando la parola ‘curdi’ in forma di aggettivo anziché di sostantivo] — facendo dubitare di quanto comprenda la complessità della situazione — è prevedibile che per i curdi sentire parole del genere da chi ora è Presidente degli U.S.A. sia motivo di speranza e forse perfino di fiducia. Tuttavia quello che Trump non ha definito, è se colloca tutti i “grandi combattenti” curdi che combattono ISIS nella stessa categoria (ossia Peshmerga del GRK, PYD, e il PKK), o se la sua assistenza si dividerà selettivamente tra le categorie ‘curdo buono, curdo cattivo’ come è stato fatto da tutte le passate amministrazioni U.S.A. sin dagli anni ’80.

Per esempio, Trump considererà le YPG e YPJ nel Rojava prevalentemente curde — che hanno ricevuto appoggio aereo dagli U.S.A. contro ISIS — alla stessa stregua dei peshmerga del Governo Regionale del Kurdistan (GRK) nel Bashur? Questo non è chiaro. Non è chiaro nemmeno fino a che punto i curdi del Rojava saranno colpiti da una potenziale riparazione delle relazioni tra U.S.A. e Russia, con quest’ultima interessata nel preservare il regime di Assad, ma anche più proattiva nel bombardare ISIS e ‘ribelli’ anti-Assad sostenuti dai turchi.

Sul lato positivo del registro per i curdi, un Presidente Trump ha annunciato che avrebbe “fatto nero a forza di bombe” ISIS; tuttavia Trump ha anche detto di credere che gli U.S.A. avrebbero dovuto semplicemente prendere il petrolio dell’Iraq dopo l’invasione e la successiva occupazione del Paese, rendendo dubbio fino a che punto Trump — che vede con favore la crescita delle dimensioni dell’esercito U.S.A. nonostante i suoi flirt con il non-intervenzionismo — userebbe la forza militare per sfacciati obiettivi dell’imperialismo U.S.A..

Turchia, Nato, Iran, Indipendenza

Un’altra area di potenziale preoccupazione, è fino a che punto il passato apprezzamento di Trump per questi combattenti curdi sia autentico e radicato in una piena comprensione della loro lotta per l’autonomia e i diritti umani. Per esempio, io credo che sia legittimo chiedersi se a Trump i curdi forse piacciono solo in modo superficiale per lo stesso motivo per il quale piacciono a molti conservatori cristiani americani, ovvero perché non capisce che anche loro sono in prevalenza musulmani e inconsapevolmente li considera parte di una quasi-crociata, dove sono i ‘medio-orientali buoni’ che sconfiggeranno quelli ‘malvagi islamici’. Allo stesso modo, se si considera che Trump in precedenza ha proposto un divieto ai musulmani di entrare negli U.S.A. durante questa campagna, allora è ragionevole che i curdi musulmani si chiedano che razza di alleato sarebbe.

Rispetto alla partigianeria e ideologia domestica degli U.S.A., è ragionevole anche dubitare di quanto una presidenza Trump — guidata da incoraggianti Congresso e Senato repubblicani — sarà a suo agio con la prospettiva di armare e assistere il PYD di sinistra e apoista nel Rojava, o perfino con la rimozione del PKK curdo dalla lista dei ‘terroristi’ FTO dove tuttora ingiustamente si trova. È anche difficile vedere una presidenza Trump che esprima sostegno per il leader curdo incarcerato Abdullah Öcalan, che la Turchia ha vergognosamente richiuso negli ultimi diciassette anni in un’isola carcere — in modo simile a Nelson Mandela — per aver chiesto che ai curdi all’interno della Turchia venissero garantiti i loro diritti inalienabili.

Rispetto alla summenzionata questione della rimozione del PKK dalla lista delle FTO, questo inevitabilmente farebbe arrabbiare la Turchia alleata NATO degli U.S.A. e il regime sempre più dittatoriale del Presidente turco Tayyip Erdoğan. A questo proposito, per quanto riguarda la Turchia, restano un mucchio di altre domande importanti. Per esempio, una presidenza Trump sarà più o meno critica rispetto all’autoritarismo domestico di Erdoğan contro i curdi? Da notare, questa repressione non mira solo ai 20 milioni di curdi del Bakur, ma comprende anche i recenti arresti di della loro rappresentanza politica mettendo in carcere i co-leader del Partito Democratico dei Popoli (HDP) Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ.

Dato che l’ego simile di Trump e il suo desiderio espresso in modo dirompente di mettere in carcere Hillary Clinton è speculare alle politiche di Erdoğan di incarcerare i suoi oppositori, su quel fronte c’è motivo di preoccupazione. In collegamento con questo, il 20 luglio 2016, l’editoriale per The New York Times di Thomas Friedman titolava ‘Trump e il Sultano’ ammoniva che: “L’America non è la Turchia — ma in termini di personalità e di strategia politica, Erdogan e Donald Trump sono stati separati alla nascita”, prima di aggiungere “Se vi piace quello che succede in Turchia oggi, amerete l’America di Trump.”

Inoltre, una presidenza Trump chiederà all’esercito turco di mettere fine alla sua pratica di armare e assistere ISIS come forza per procura contro i curdi del Rojava? E una presidenza Trump guarderà altrove mentre la Turchia continua a armare Ahrar al-Sham, il fronte al-Nusra, e un mucchio di vari islamisti turkmeni in Siria che sono ISIS e al-Qaeda in tutto meno che nel nome? In relazione a questo, a suo credito, Trump ha detto al ‘Breitbart News Daily’ di Sirius XM nel dicembre 2015 che, “la Turchia sembra essere dalla parte di ISIS, più o meno per via del petrolio.” Sfortunatamente, dato che Trump ha anche seminato così tante altre ‘cospirazioni’ palesemente false durante la sua campagna, questa cosiddetta cospirazione nascosta in piena vista (cosa guarda caso vera) è stata in larga misura ignorata dai media.

In aggiunta, siccome sembra che Trump sia almeno parzialmente consapevole delle azioni della Turchia, si apre la questione anche più drastica, se una presidenza Trump sosterrà la rimozione della Turchia dalla NATO per il suo documentato sostegno a ISIS? Su questa questione, l’unica indicazione che abbiamo è che nel marzo 2016 Trump ha messo in discussione l’utilità della NATO dopo gli attentati terroristici a Bruxelles chiamando l’istituzione “obsoleta”, aggiungendo, “È diventata molto burocratica, estremamente cara e forse non è abbastanza flessibile per perseguire il terrorismo. Il terrorismo è molto di verso da quello per cui è stata costituita la NATO.”

Ma cosa succede quando la NATO (tramite la Turchia) sono effettivamente quelli che sponsorizzano il terrorismo di ISIS che Trump vuole distruggere? E una presidenza Trump considererebbe la resistenza armata moralmente giustificata del PKK all’interno della Turchia come parte di una legittima ‘guerra contro il terrorismo’ per il regime di Ankara?

Un altro aspetto interessante di una presidenza Trump, sarà come affronterà il governo iraniano a Tehran. Per esempio, se i curdi del Kurdistan del sud chiedessero l’indipendenza dall’Iraq, sosterrà una simile richiesta di indipendenza nel Kurdistan orientale (‘Iran’ nordorientale)? C’è anche la possibilità che Trump veda le forze curde nel Rojhilat (PDKI, Komalah, e PJAK) come una forma di legittima ribellione contro il regime teocratico di Tehran e quindi fornisca assistenza militare coperta o aperta attraverso la CIA.

Inoltre, rispetto al suddetto potenziale di indipendenza nel Bashur, un Presidente Trump sosterrà un appello del genere, a prescindere da cosa pensano della questione gli altri governi regionali che hanno popolazioni curde? Per parte loro, è chiaro che il GRK ripone speranze in Donald Trump, dato che immediatamente dopo la sua vittoria, Masrour Barzani, il capo del Consiglio di Sicurezza del Governo Regionale del Kurdistan ha tweetato:

“Mi congratulo con Donald Trump per essere stato eletto come prossimo Presidente degli U.S.A.. Speriamo che il Presidente eletto aumenterà il sostegno ai peshmerga e al popolo curdo come il più affidabile, efficace e fidato alleato nella guerra contro il terrorismo.”

Ma quanto complessiva è la sua definizione di ‘popolo curdo’ (e quindi quella di Trump)? Dato che i curdi sono oltre 40 milioni e il Kurdistan si estende attraverso le quattro nazioni di Turchia, Siria, Iraq e Iran; quindi se gli U.S.A. sostengono solo una delle quattro gambe di quella proverbiale ‘sedia’, questa non riuscirà a stare completamente in piedi.

Con tutto ciò in mente, raccomando che tutto il popolo curdo resti sia prudente che cinicamente ottimista su quanto gli U.S.A. e il Presidente Trump possono fare per loro e forse dovrebbero confidare nel fatto che, a prescindere da quello che succede, avranno sempre le montagne come amiche.

Dr. Thoreau Redcrow- Nova Southeastern University

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