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Kurdistan

Narin Capan, giornalista kurda, a processo il 26 maggio

I reati imputati sono offesa allo Stato e terrorismo per aver accompagnato due freelance italiani nella sua città, Silvan. Rischia pene pesanti, nonostante il giudice avesse rigettato l’accusa di propaganda a favore del Pkk -Narin Capan, giornalista curda dell’agenzia indipendente Diha, comparirà di fronte alla corte turca il prossimo 26 maggio, rispondendo alle accuse di “offesa allo Stato” e “terrorismo”. Era stata fermata assieme ad un freelance italiano, Davide Grasso, e un suo collaboratore lo scorso 30 ottobre lungo la strada principale di Silvan, la sua città, verso l’ora di pranzo. I tre erano stati condotti in caserma e interrogati dalle forze speciali, che li accusavano di aver avuto contatti con guerriglieri del Pkk.

Tanto la giornalista curda quanto i due italiani aveva respinto tale accusa, e sul materiale cartaceo e digitale loro sequestrato il giudice istruttore del caso non aveva trovato alcun indizio in questo senso, cosicché il fascicolo aperto per “propaganda di un’organizzazione terroristica” era stato archiviato dopo alcuni mesi (i tre erano stati rilasciati il giorno stesso).

Ciononostante, il 30 marzo la polizia ha fatto irruzione nella casa di Narin, arrestandola. L’accusa è “aver offerto una cattiva immagine della Turchia a due cittadini stranieri” ma soprattutto “terrorismo”: sul cellulare della giornalista sarebbe stata trovata una foto che, secondo gli investigatori, è stata scattata a Kobane, ciò che farebbe, assurdamente, di lei un membro delle Ypj, milizie femminili curdo-siriane considerate dalla Turchia alleate del Pkk, e quindi terroriste.

La verità è però che Narin Capan vive e lavora a Silvan, circostanza che rende irreale l’accusa a lei contestata, causata semmai dalla sempre più forte volontà del governo di sopprimere ogni possibilità di informare su ciò che avviene nel sud-est del paese. La giovanissima corrispondente (vent’anni) rischia condanne pesantissime se l’accusa fosse ritenuta verosimile dal giudice e di vivere in condizioni di detenzione non facili, essendo reclusa in un carcere, quello di Diyarbakir, le cui misure di sicurezza sono state accentuate dopo l’evasione di quattro detenuti tre mesi fa.

Dallo scorso agosto, quando in diverse città del Kurdistan turco (tra cui Silvan) alcuni quartieri hanno dichiarato l’autogoverno, migliaia sono stati i morti tra civili, combattenti curdi e soldati o poliziotti turchi, a causa della decizione del presidente Erdogan di reprimere il movimento di liberazione. Già a partire dalla fine di luglio 2015 bombardamenti turchi sulle postazioni irachene del Pkk avevano interrotto una tregua militare che durava da due anni. In questi mesi decine di giornalisti turchi, curdi e stranieri sono stati arrestati o espulsi dal paese. Da quando Narin Capan è stata arrestata, meno di due mesi fa, per altri otto giornalisti dell’agenzia Diha si sono aperte le porte del carcere.

Per chi volesse testimoniarle la propria solidarietà l’indirizzo a cui scrivere è:

Narin Capan

12600 Diyarbakir

E tipi kapali cezaevi

B blok 3 kogus

 

di Oscar Tiresi

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