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Kurdistan

La Turchia ha deluso i kurdi a Kobane

Per due anni, i curdi hanno messo in guardia il mondo riguardo lo Stato Islamico. Le accuse dei curdi, relative al sostegno che Turchia, Arabia Saudita e Qatar offrono ai jihadisti in Siria, sono state respinte come teorie cospirative fino a che Joe Biden non le ha confermate.

Il figlio di Salih Muslim, il co-presidente del Partito dell’Unione Democratica, o PYD, in Rojava – la regione curda al nord della Siria – è stato ucciso mentre combatteva l’ISIS nel 2013, quasi un anno prima che il resto del mondo avesse anche solo sentito parlare del gruppo militante. Muslim ha cercato di mettere in guardia gli attori internazionali, ma gli incontri gli sono stati negati e così, i visti.

Incrementando il senso di cinismo, gli stessi stati che avevano sostenuto in precedenza lo Stato Islamico sono ora parte della coalizione contro di esso. E ancora una volta, anche se gli attacchi aerei hanno finalmente iniziato ad avere un effetto sul posto solo un paio di giorni fa, sono stati i curdi a combattere soli a Kobani. Mentre i funzionari americani ammettono apertamente che Kobani “non è una priorità” e insinuano che non vi sono gruppi sul posto con cui collaborare, l’intera città di Kobani si è armata, dagli adolescenti agli anziani. In previsione di un genocidio, difendono Kobani a suon di kalashnikov.

Per le stesse ragioni per le quali sono stati esclusi dai negoziati di pace a Ginevra, i curdi vengono abbandonati oggi a Kobani : la mancanza di un reale interesse della comunità internazionale a risolvere la crisi, e l’istinto di tranquillizzare la Turchia, membro NATO.

Al fine di indebolire l’autonomia curda in Siria, la Turchia ha finanziariamente, militarmente e logisticamente sostenuto i jihadisti contro il Rojava. In questo momento, l’esercito turco può letteralmente vedere i combattenti dello Stato Islamico, ma non fa nulla per respingerli. Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha posto le condizioni per il sostegno a Kobani: deve essere creata una zona cuscinetto nel nord della Siria – sostanzialmente un’occupazione turca del Rojava; i curdi devono unirsi all’opposizione araba siriana, e il PYD dovrebbe distanziarsi dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan, conosciuto come PKK.

Questi termini sono inaccettabili per i curdi. Sono anche un abuso immorale della situazione disperata di Kobani. Salih Muslum ha risposto altrettanto, dicendo che i curdi hanno combattuto il regime siriano nel Rojava e si sono opposti fin dal 2004: “Venivamo torturati mentre voi cenavate con Assad” .

La Turchia si dipinge come vittima e rifiuta di portare il peso nella lotta contro i militanti. Tuttavia, la Turchia non è una vittima, ma un carnefice attivo in questa guerra. Erdogan sta premendo per questa zona cuscinetto da lungo tempo, in precedenza “per combattere Assad” – è chiaro che la sua priorità è quella di distruggere il Rojava, non lo Stato Islamico.

Questo trova evidenza nelle sue azioni. Attraverso il sostegno a Kobani, Erdogan aveva la possibilità di dimostrare la sua sincerità riguardo al processo di pace con il PKK. Invece, ha autorizzato attacchi contro i curdi che attraversavano il confine per difendere Kobani, e bombardato il PKK, l’alleato delle forze curde in Siria che hanno acquisito una reputazione internazionale come il più forte nemico dello Stato Islamico. Con queste azioni, Erdogan non solo facilita ulteriori attacchi a Kobani ma utilizza l’assedio come il suo momento d’oro per indebolire i curdi, mostrando drammaticamente la sua totale mancanza di interesse per la pace con il PKK.

I funzionari di governo in Turchia hanno dichiarato che non c’è differenza per loro tra il PKK e lo Stato Islamico. Eppure, nel suo rifiuto di sostenere il Rojava, Erdogan suggerisce che il progetto democratico “dal basso”, inclusivo, egualitario di genere, e dell’auto-governo, per la regione è una minaccia “terrorista” maggiore per lui rispetto all’ISIS, che decapita, crocifigge, e stupra sistematicamente le donne e le vende come schiave del sesso.

Gli scontri tra curdi e gruppi razzisti e islamici, e con la polizia, in Turchia hanno già ucciso più di 40 persone. I curdi non vogliono che l’esercito turco intervenga. Piuttosto, essi vogliono che la Turchia smetta di sostenere lo Stato Islamico, abbandoni i piani sulla realizzazione della zona cuscinetto, e lasci che la gente e gli aiuti attraversino il confine di Kobani.

Nessuno dovrebbe aspettarsi che i curdi tollerino l’evitabile caduta di Kobani. Essi hanno già avviato rivolte popolari, rimosso le recinzioni di confine, sostituito le bandiere statali ai posti di frontiera con bandiere curde, e occupato le strade, i parlamenti, i quartier generali della stampa, le ambasciate e gli aeroporti in tutto il mondo, in poche ore. Questo è solo un piccolo assaggio delle capacità di mobilitazione del movimento curdo affiliato al PKK.

Per un mese, il mondo ha predetto che Kobani sarebbe caduta da un momento all’altro. Ma senza armi o sostegno esterno, Kobani è ancora in piedi grazie alla resistenza kurda. Questo coraggio deve riaccendere la speranza, nel Medio Oriente dilaniato da guerre ingiuste, tensioni etniche, e settarismo, che la democrazia indipendente e una pace sostenibile sono possibili. Questa libertà non è un’utopia. Essi non devono scegliere tra diversi mali.

Si può anche dare alla comunità internazionale la possibilità di salvare la faccia scongiurando un altro genocidio. Kobani ha bisogno di armi, e il Rojava ha bisogno di riconoscimento politico. Se il processo di pace si arresta, se lo Stato Islamico commette un massacro a Kobani, se più persone muoiono durante gli scontri nelle strade turche, allora i curdi accuseranno giustamente Erdogan e il suo governo – ma anche l’inazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati, che hanno compiaciuto uno stato turco che aiutava i jihadisti. E’ ora che il mondo scelga da quale parte della storia stare.

Dilar Dirik  17 10 2004

 

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