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Retekurdistan.it | 14 novembre 2019

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Report Staffetta Sanitaria Marzo 2016

Report Staffetta Sanitaria Marzo 2016

28 aprile 2016


Dopo la sospensione dell’invio di Staffette sanitarie, causata dalla chiusura della frontiera turca di Suruc, abbiamo individuato un nuovo percorso per consentire a medici ed infermieri di intervenire in Rojava. Questo è il Report della prima Staffetta sanitaria del 2016, composta da Chiara (FI) e Paolo (CN). Due fisioterapisti partiti a metà marzo per una missione durata 15 giorni.

Il Report scritto da Chiara e con alcune integrazioni di Paolo, ha il pregio di parlare al cuore ed alla testa. Presenta contenuti informativi sulla situazione sanitaria e sociale, ma anche le emozioni della Staffetta e il vissuto dei curdi, consapevoli che stanno costruendo e vivendo un progetto di una nuova società e socialità.

 

Staffetta sanitaria

Mi chiamo Chiara, faccio la fisioterapista da 40 anni, sono di Firenze.

Da qualche anno, dopo un viaggio in Bakur dove avevo incontrato una delegazione dell’Associazione “Verso il Kurdistan “, sono nella mailing list del “Rete Kurdistan Italia” e di “UIKI”, quindi molto informata. Quando ho letto della formazione di “Staffette Sanitarie” mi sono recata a Livorno, dove il 6/2/16 si è festeggiato il primo anniversario della fondazione di “Mezza Luna Rossa Kurdistan Italia Onlus” ed ho incontrato Emanuele e Caterina, della staffetta sanitaria. Ho dato la mia disponibilità a partire già da marzo ed eccomi qui a raccontarvi questa bella esperienza, condivisa prima di tutto con Paolo il mio collega.

14/3/2016 Paolo ed io ci conosciamo all’aeroporto di Malpensa, dopo una settimana di telefonate incrociate con “staffetta sanitaria”, per la preparazione di questa missione che sappiamo essere la prima che cercherà di raggiungere il Rojava passando dall’Iraq. L’aereo parte con un forte ritardo e ci troviamo, persa la coincidenza con Erbil, a passare un giorno intero alla periferia di Istanbul in un immenso albergo affacciato su un mare di Marmara vuoto, invernale, con molte imbarcazioni in rada. Naturalmente siamo in tanti sconosciuti. Ci spostiamo come pecore. Due segni premonitori: 1) mentre eravamo in fila all’aeroporto, hanno chiesto chi andava ad Erbil e quando io e Paolo abbiamo alzato la mano, ho visto gli occhi di un ragazzo poco vestito (senza cappotto) dilatarsi di una gioia stupita. 2) Sul pulmino che ci portava in albergo, sono stata invitata in maniera insistente da una signora preoccupata e molto vestita, con scarpe vecchie e piedi gonfi, a sedermi vicino a lei. Viaggiava sola.

16/3/2016 Arriviamo ad Erbil alle 4 di mattina, dove siamo ospitati in una struttura per internazionali solidali. Alle 9 incontriamo Anna e il resto dello staff che lavora in quegli uffici in una palazzina nel quartiere cristiano, che comprende anche alloggi per il personale e camere per gli ospiti. Tutti gentilissimi. Partiamo per Duhok, città più vicina al confine.

17/3/2016 Durante il viaggio verso il confine attraversiamo letteralmente (la super strada ci passa in mezzo) il campo profughi degli Ezidi. Li operano diverse ONG, che intervengono sia sul versante psico sociale (bambini traumatizzati, donne stuprate ecc.) sia su quello della gestione del campo (per esempio prevenzione incendi). C’è una quiete dolorosamente dignitosa. Passiamo in mezzo a file interminabili di autobotti per il trasporto del petrolio, il paesaggio è quello di un altipiano brullo e sassoso punteggiato di pozzi per l’estrazione e da una fioritura incredibile di asfodeli rosa. E’ pur sempre primavera… Semalka Il confine è il Tigri e lo si attraversa con una barchetta a motore. Pazzesco!

Sulla barchetta salgono un gran numero di Siriani che tornano dalla Germania per il Newroz, bimbi, donne anziane, pacchi e valige. Una volta dall’altra parte, tutti arranchiamo sul ripido greto sassoso per arrivare……in un altro mondo: IL ROJAVA.

L’atmosfera è visibilmente cambiata. Ci sentiamo a casa. Tutti sono con tutti di una attenta amorevolezza e al cambio della guardia, davanti a un casottino dove sta seduto un unico giovane militare armato, ne arriva un altro e si danno dei gran baci come tra fratelli. Tutti vogliono conoscerci e stringiamo tante mani. Ci sono poi altri due giovani militari (un uomo e una donna) che controllano i bagagli, ma quasi per prassi. Arriva il referente di Heyva Sor (la Mezza Luna Rossa del Rojava), che con un pulmino è pronto per portarci a Qamishlo. Passiamo in una grande palazzina ancora in costruzione, per formalizzare la nostra entrata e dove iniziamo a bere il primo di una lunga serie di cay.

Durante il viaggio il paesaggio comincia a cambiare: dalla stessa terra brulla punteggiata di pozzi e asfodeli a una immensa distesa di campi coltivati a grano, che in questo periodo è alto trenta cm. e rende quel mondo tutto di un verde incredibilmente intenso. I villaggi che vediamo hanno case piccole, di mattoni di fango e le macchine agricole parcheggiate a fianco sembrano enormi al confronto. Il referente di Heyva Sor, giovane medico con una gran testa e un gran cuore, ci dice che il petrolio che viene estratto e raffinato non lo vendono, ma lo usano per loro. La benzina non costa quasi niente.

Qamishlo è una cittadina parecchio viva, con molte costruzioni nuove e si percepisce un gran fermento. Un quartiere della città è in mano alle milizie governative di B.al Assad ed è stato recentemente colpito da un attentato.

La sede di Heyva Sor è una palazzina nuova a tre piani molto ben organizzata. Ci sono due guardie armate e una sbarra all’ingresso ma non si percepisce mai, nonostante tutti siano visibilmente attenti a tutto, la ben che minima tensione negativa.

Ci facciamo portare subito all’ospedale militare dei feriti. Ancora in via di ampliamento è un posto molto piacevole e ben curato, con un cortile interno a giardino, una piccola piscina e piccoli animali domestici che scorrazzano (coniglietti bianchi e cuccioli di cane). Qui si trovano un numero variabile di ex combattenti, ragazzi e ragazze con postumi di poli fratture ma soprattutto di lesioni neurologiche sia centrali (paraplegie, emiplegie) che periferiche e qualche amputato di arti. Ci sono anche altri che non hanno bisogno di riabilitazione motoria e sono lì probabilmente per traumi di ordine psichico.

Nello spiazzo davanti alla palazzina un gruppo gioca a calcio (anche un emiplegico molto tifato dagli altri), Paolo si introduce e poi anche la traduttrice che stava con noi che dopo una iniziale titubanza, si rivela una gran giocatrice…Il ghiaccio è rotto! Io osservo, stringo cento mani, bevo almeno tre ciai parlando non so che lingua. Mi danno subito un nome curdo: ZELAL che credo voglia dire proprio chiara, limpida. Quando ripartiamo è già notte. All’improvviso il dottore di Heyva Sor riceve una telefonata e tutti cominciano ad esultare, è stato raggiunto l’accordo tra le varie popolazioni del Rojava (curdi, siriani, assiri, yazidi, arabi, e le altre numerose minoranze) ed è stato proclamato il federalismo del Rojava. Apparteniamo alla storia!

18/3/2016 A colazione chiedo al responsabile Heyva Sor, quanto distano i colpi di mortaio e gli spari che ho sentito tutta la notte. In realtà so da dove provengono: l’esercito di Erdogan sta cercando di distruggere la bella Nusaybin (e quel che è peggio i suoi abitanti), che io ho visitato alcuni anni fa e che è stata divisa da Qamishlo quando qualcuno ha tracciato i confini tra Siria e Turchia a tavolino, con un righello, nel 1915. L’ultimo giorno verremo portati brevemente a vedere Nusaybin dall’alto di una collinetta /cimitero, attaccata alle case di Qamislo, che sovrasta la valletta che fa da confine in quel punto, pattugliata da carri armati turchi.

Inizia il nostro lavoro, che sarà sempre di pomeriggio, festeggiamenti per il Newroz permettendo, venerdì permettendo, tempi biblici permettendo. Inoltre i “ragazzi” (mi permetto di chiamarli sempre così perché sono una mamma di 62 anni) non concepiscono la riabilitazione che presuppone pazienza e costanza, non si vogliono scoprire il corpo più di tanto, non hanno paura della morte ma del dolore fisico, a loro prima sconosciuto e chiedono spesso di poter tornare a combattere. Il personale che affianchiamo consta di due medici con scarsa cognizione di causa riabilitativa e pure di effetto e due fisioterapisti, dei quali uno molto disponibile, molto attento, con già conoscenze di riabilitazione, compreso ortesi e protesi, me ne mostra un armadio pieno, tutti nuovi e impacchettati ma non sanno bene come usarli.

La stanza/palestra è piena di attrezzi per il rinforzo muscolare, c’è anche un saccone da box.

Con molto tatto, senza modificare ove possibile diagnosi e prognosi, senza mai smentire quello che è già stato fatto, introduciamo nuove modalità ma il tempo è poco (ripartiremo sabato 26 e venerdì 25 è festa, solo saluti).

Paolo ha portato due macchinette portatili che fanno vari tipi di terapia elettrica anche analgesica e materiale per kinesio e io a parte tanto materiale per bambini che probabilmente non utilizzerò, ho sfoderato una teraband (striscia elastica) che naturalmente ha avuto molto successo, molto senso dell’umorismo, molta manualità e consulenze su ortesi e ausili e sulla costruzione di piccole attrezzature in legno. Notiamo che tutti i feriti, hanno avuto un ottimo trattamento post traumatico soprattutto di chirurgia ortopedica (viste rx), al quale purtroppo non è seguita la riabilitazione nei tempi e nei modi dovuti.

19/3/2016 Ho aperto la borsa di Mary Poppins e ho mostrato al responsabile di Heyva Sor le cose che avevo portato per allestire un piccolo spazio riabilitativo per bambini, ho parlato di come tutto debba essere improntato sul gioco, di come i bambini debbano essere felici di fare riabilitazione, di come le famiglie si debbano sentire al centro delle attenzioni e supportate. Questo ha sortito due risultati.

Il primo è che ci ha portati in un “centro” in città, dove abbiamo trovato uno dei medici dell’ospedale dei feriti, che gestisce uno spazio su più piani, abbastanza maltenuto e buio, dove incontriamo due donne giovani e carine, una assistente sociale e una terapista, e dove ho visitato molto approssimativamente nelle due ore concesse, cinque bimbi con problemi neurologici da p.c.i e sindromi disgenetiche, e Paolo una ragazzina con un problema ortopedico, tutti accompagnati dai genitori. Ho spiegato alla collega il materiale e come usarlo. Abbiamo fatto diagnosi e dato suggerimenti a tempo di record, mentre i genitori in ansia come tutti i genitori di questo mondo cercavano di captare il più possibile.

Sarà servito a qualcosa? La frustrazione mi fa rifugiare nel ricordo più bello: aver insegnato alla mamma di una piccolina di 2/3 anni con una tetraparesi, come tenerla in braccio in maniera ”riabilitativa”, non ha mai pianto nonostante io fossi una perfetta sconosciuta (mi hanno riferito che piange sempre) e mi ha detto sorridendo, l’unica parola che probabilmente sa dire: TUTTU’

Il secondo risultato è che mi chiede se voglio incontrare il ministro della salute!!!! Dopo mezz’ora arriviamo in un posto protetto dove abbiamo incontrato una gentile ministra, alla quale ho raccontato (siccome sono vecchia a sufficienza da averlo vissuto) come è stata creata la sanità pubblica in Italia, dal dopoguerra in poi, come negli anni abbiamo chiuso i manicomi, gli istituti per bambini disabili, le classi differenziali, soffermandomi molto su come è stato impostato il lavoro nelle scuole, sulla centralità della famiglia , sull’inserimento lavorativo dei disabili (suggerendo che questo servirà anche per i giovanissimi reduci). Lei ha preso appunti, ha fatto domande puntuali, e dopo aver scambiato i contatti ci ha spediti a visitare una “casa delle donne e dei bambini”.

Un posto meraviglioso! Pulito e sereno, dove un gruppetto di giovani donne gestiscono un gruppo di bambini con problemi cognitivi per prepararli alla scuola normale. Riferiscono che i genitori sono contenti e rassicurati e che i bimbi fossero felici si vedeva lontano un miglio! Ho visto i loro bei lavori, ho chiesto se loro mantengono poi un contatto con la scuola e a risposta negativa, ho raccontato la nostra esperienza italiana: una sola scuola per tutti i bambini con insegnante di appoggio alla classe e logopedista a parte, che si mantiene in contatto. Il dottore di Heyva Sor si scervella: come fare a formare le persone? tutti ci scervelliamo su questo punto perché è la cosa più importante di cui questa bella gente ha bisogno, poi se la caveranno benissimo a tenere a bada quelli che pensano (e ce ne sono sempre) che la salute può essere solo business.

20/3/2016 Festa del fuoco all’ospedale militare, tanta gente venuta da fuori, tutti vestiti a festa. Gli “internazionali”, come vengono chiamati, sono persone singole o gruppi che vengono in Rojava a vario titolo, da varie nazioni. La loro affettività è molto forte, i compagni combattenti fra loro hanno un legame fraterno fortissimo. Se si innamorano, possono andarsene, ma devono rinunciare alla difesa del Rojava, che è incompatibile. I ragazzi in carrozzina intorno al fuoco sono i più tristi, alcuni di loro non ballano da più di un Newroz. Festa del fuoco sotto casa con il vicinato della sede di Heyva Sor. Anche lì bruciata una montagna di copertoni. Tra le fiamme e un fumicone nero, che sembra l’inferno, si balla si suona e si canta fino a quella sorta di coprifuoco naturale che sembra esserci in questa città di gente vivissima.

21/3/2016 Il Newroz di Qamishlo e dintorni si festeggia in una ampia valle tenuta segreta fino all’ultimo momento per motivi di sicurezza e molto blindata. Noi, sotto la bandiera segnaletica del presidio medico di Heyva Sor con tendone e ambulanze, ci siamo abbronzati tutti perché il sole e il vento erano potenti, come l’atmosfera che si respirava. Qualcuno ha collassato per il troppo ballare sotto il sole ma niente di più. Il ritorno è stato un caos molto divertente: la festa è finita all’improvviso e tutti si sono messi in marcia in questa stradina di campagna, con i mezzi di trasporto più vari con i quali erano arrivati: una famiglia era venuta con l’autobotte!

Camion e camioncini con le sedie nel cassone strabordanti di gente, figlioli che sporgevano dai finestrini e dai portabagagli delle auto, bandiere e palloncini condivano le urla i canti i clacson a manetta, Il nostro scafatissimo autista è passato sovente per i campi. Il responsabile di Heyva Sor dice che quest’anno c’era meno gente perché le persone hanno paura degli attentati e perché tanti sono partiti.

24/3/2016 Con quattro medici spagnoli ed un irlandese siamo andati a visitare un grande ambulatorio di mezza luna curda. La struttura presenta una grande sala di attesa con una efficiente reception dotata di due PC portatili dove i pazienti vengono subito registrati con i loro dati personali e il motivo per cui sono lì. In seguito vengono visitati dai medici presenti e sulla base della diagnosi curati. Il servizio, compreso la somministrazione di farmaci o la loro distribuzione è totalmente gratuita. Il medico responsabile ci ha riferito che un gran numero di pazienti soffre per lesmaniosi, soprattutto la forma cutanea. Se colpisce il volto è in grado di deturparlo in maniera irreversibile, se non curata, può anche portare alla morte. La struttura funziona, come avviene da noi, con i medici di base.

25/3/2016 Andiamo a salutare i “ragazzi”. Siamo tutti un po’ mogi. Mi chiedono quando tornerò, io allargo le braccia… Qualcuno mi dice questa bella cosa intraducibile tipo” ti tengo sopra la mia testa” e uno” non mi dimenticare”, poi mentre mi ero già girata per andarmene, dopo aver buttato baci a profusione, mi hanno fatto un applauso e io per farli ridere per l’ultima volta, ho fatto un buffo inchino di ringraziamento e dedizione. E’ stata dura in alcuni momenti non piangere, dal primo all’ultimo giorno, L’ho fatto per loro e perché non è professionale ma mi si è alzata la pressione, quella arteriosa.

26/3/2016 Si riparte con i pass al collo. Il dottore e la deliziosa segretaria di Hayva Sor, l’autista e la mia nuova amica, grande compagna in tutti i sensi e traduttrice preferita perché, proprio in sintonia con le mie idee, ci accompagnano al confine. Ci abbracciamo a lungo. Nel breve tragitto in barchetta sul fiume, mentre sventolo la manina, il mondo cambia di nuovo e l’atmosfera in Iraq, in soli 15 giorni sembra peggiorata. Dopo un numero infinito di ore di macchina, arriviamo ad Erbil. E’ sabato santo ma nel quartiere cristiano tira un’aria molto tesa. Facciamo subito una Skype call con i nostri referenti. Siamo carichi come molle ma finalmente molto stanchi. Ci fanno prendere un taxi per andare in albergo che risulta essere dietro l’angolo e questo per motivi di sicurezza. Siamo stati accolti e trattati benissimo. Ci siamo sentiti amorevolmente seguiti anche da voi, lontani, di staffetta sanitaria. Siamo felici di ringraziare con tutto il nostro cuore, che è diventato più bello grazie a tutti voi.

 


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