Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Retekurdistan.it | 20 agosto 2019

Seleziona una pagina:
Scroll to top

Top

Nessun commento

„La nostra linea è la legittima autodifesa“ – Parte 2

„La nostra linea è la legittima autodifesa“ – Parte 2

29 luglio 2019


Come comandante generale delle FDS, Mazlum Abdi spiega che né le forze internazionali né le FDS permetteranno un’operazione dello Stato turco da Efrîn a Dêrik. Tutte le parti sarebbero costrette a un dialogo e a una soluzione. 
In un’intervista pubblicata sul quotidiano Yeni Özgür Politika, il comandante generale delle Forze Democratiche della Siria (FDS), Mazlum Abdi, parla delle minacce di attacco della Turchia, della relazione con il regime e della presenza delle potenze internazionali nella regione. L’intervista in forma integrale è stata pubblicata tradotta in tedesco da ANF il 24 e 25 luglio 2019.

La Turchia attacca il Kurdistan del sud, concentra truppe sul confine con il Rojava e tratta con gli USA. Abdullah Öcalan ha di nuovo ricordato la strategia della terza via, le sensibilità della Turchia e proposto una soluzione con il governo siriano. Lei cosa deduce dal messaggio di Öcalan?

In primo luogo bisogna constatare che in Siria, come anche in Turchia, come ha detto Öcalan, esiste una situazione completamente nuova.

Di cosa si tratta con questo „blocco“, può spiegarcelo un po’?

Lo Stato turco all’inizio della guerra in Siria aveva una strategia chiara. Secondo noi con questo non ha avuto successo e ha fallito. Anche Efrîn non può essere considerata un successo. La Turchia voleva dominare la regione attraverso i suoi gruppi proxy entro il 2011. Ma non ci è riuscita. Dal 2012 al 2013 l’ESL ci ha attaccati militarmente. Ma noi siamo diventati più forti e abbiamo scacciato l’ESL. Negli anni dal 2013 al 2014 c’è stato un attacco ampio da parte di al-Nusra/al-Qaida. L’attacco si è esteso da Dêrik fino a Efrîn. Noi abbiamo respinto tutti gli attacchi e siamo diventati più forti. Per ultimo contro di noi è stato messo in campo IS a Kobanê per sottometterci. Noi, insieme ai nostri alleati internazionali abbiamo scacciato IS e siamo avanzati oltre Deir ez-Zor. Questa è una sconfitta per la Turchia.

Ma è entrata a Efrîn e è ancora lì…

Anche l’ingresso a Efrîn non rappresenta un successo. Il suo insuccesso è che resta limitato a Efrîn. Se fosse andata come aveva annunciato Erdoğan, l’esercito turco sarebbe entrato a Efrîn e uscito a Dêrik, allora sarebbe stato un successo per loro. Che resti limitato a Efrîn, per loro rappresenta un grande pericolo.

In che senso?

Quando vogliamo possiamo iniziare una grande offensiva e riprendere Efrîn. Ne abbiamo la forza. Ma non abbiamo ancora deciso in questo senso.

Perché no?

Consideriamo il problema non limitato a Efrîn. Il nostro problema con la Turchia non è Efrîn. Io ora non entrerò oltre nel merito. Erdoğan lo ha deciso lui stesso. Voleva entrare da Efrîn a Şehba e Minbic e poi conquistare l’est dell’Eufrate. Non ce l’ha fatta. Io credo che ormai sappia che è impossibile. Un’offensiva del genere da Efrîn fino a Dêrik non gliela permettono né le forze internazionali né noi. Questo è un vicolo cieco.

Öcalan come vuole superare questa situazione ingarbugliata?

Secondo me la Turchia per questo ha bisogno del Presidente Apo. Lei vuole regolarlo con gli USA, ma i risultati sono evidenti. Apo su questo tema per esempio ha detto: „Questa situazione posso risolverla solo io. Io posso svolgere un ruolo positivo.“ Con questo non intende solo la Siria, intende anche la Turchia. Anche noi la vediamo così. Se si volesse risolvere la situazione con l’aiuto degli USA, a mio avviso sarebbe risolta subito. Noi lo abbiamo detto. Ci sono state discussioni in proposito. Il Presidente Apo rispetto a una soluzione ha parlato della questione delle sensibilità della Turchia. La dichiarazione delle FDS di non usare violenza nei confronti della Turchia, sostiene questi sforzi di soluzione. Noi lo riteniamo positivo e lo abbiamo anche dichiarato.

Lei quindi per „sensibilità“, intende che non deve esserci un attacco alla Turchia?

Si, questo da un lato, ma si tratta anche del fatto di perseguire una soluzione nel dialogo. Noi la vediamo così: il problema con la Turchia deve essere risolto al tavolo dei negoziati con concessioni reciproche per via diplomatica.

Come valuta il messaggio di Öcalan rispetto a Damasco e agli USA?

Il progetto del precursore Apo non contraddice il nostro. Da anni sosteniamo la stessa cosa. Questo per noi è il lato gradito. Da due anni abbiamo due richieste per la Siria. In primo luogo sosteniamo una soluzione nel dialogo con il governo centrale siriano con la salvaguardia dell’unità territoriale della Siria. In secondo luogo l’esistenza delle FDS come struttura autonoma. Questa è la nostra seconda richiesta di fondo. Il Presidente Apo ha sottolineato entrambe le cose. Sia la struttura militare sia quella politica lo deve accettare. Altrimenti si arriverà a dei massacri.

Voi come FDS accettereste un’integrazione nell’esercito siriano?

È nel nostro documento fondativo, noi ci consideriamo parte dell’esercito siriano. Noi abbiamo la responsabilità militare e di tecnica della sicurezza sui territori nei quali ci troviamo. Il governo centrale deve accettarlo.

Ci sono stati colloqui diretti tra voi e Öcalan?

No, una cosa del genere non c’è stata. Apo ha detto: „Questo non è un accordo, questi non sono negoziati, neanche un dialogo.“ Ci sono sforzi, si continua così.

La presenza degli USA rappresenta un problema per la soluzione dei problemi con Damasco?

Il problema è tra noi e Damasco. Gli USA in questo non hanno un ruolo. Noi alla fine risolveremo il problema con la Siria. Noi qui non stiamo costruendo uno Stato indipendente. Gli statunitensi dicono che il regime siriano non ha interesse per una soluzione. E in questo c’è anche del vero. Noi dal 2011 non abbiamo interrotto le nostre relazioni con la Siria. Viviamo insieme, ma finora non siamo stati in grado di sviluppare una soluzione. Se dalla Siria parte un passo positivo, noi reagiremo.

Quindi lei può dire che l’iniziativa in questo senso sta completamente a voi?

Si, senza dubbio è così.

Cosa dice Damasco in proposito?

Noi conosciamo bene Damasco. Finora Damasco non era pronta per alcuna soluzione. Vogliono un accordo sulla base di una sottomissione alla loro autorità statale. Anche in Turchia è simile. Loro pensano: „Noi vi diamo un’amnistia e cancelliamo tutto quello che avete fatto finora.“ Vogliono ripristinare l’autorità dello Stato. Noi abbiamo parlato anche con Damasco. La nostra situazione è molto diversa da quella nelle altre parti della Siria. Ci sono stati accordi a Dara, Hama, Homs e a ovest di Deir ez-Zor.

Perché la vostra situazione è diversa?

È diversa perché noi non abbiamo combattuto contro Damasco, non siamo stati sconfitti, quindi possiamo fare la pace. Abbiamo un problema nazionale che deve essere risolto. L’esercito siriano è entrato negli altri territori e ha eseguito operazioni. Le altre forze sono state sconfitte. Poi hanno detto „Ok, lo Stato è potente, troviamo un accordo.“

Quindi come sarà?

Il regime deve accettare che la situazione non cambierà. Deve capire che non ha la forza di cambiare qualcosa. Il regime non è in grado né politicamente, né economicamente o militarmente di escluderci. Se il regime comprende questo, il suo atteggiamento cambierà. Qui non è come in Kurdistan del sud. La Siria non può esistere senza la Siria del nord e dell’est. Fallirebbe. Il Kurdistan del sud non rappresentava un grosso ostacolo per Saddam. Del Kurdistan del sud si poteva fare a meno. In Siria non è così. L’economia siriana è al punto zero. La vera forza sta nella nostra regione. Se lo Stato siriano non usa le possibilità qui, non può avere successo.

La presenza degli USA non diventa un ostacolo?

Al contrario. La presenza degli USA non è impostata per il lungo termine. Non c’è un accordo internazionale. Finora la loro presenza comprendeva la lotta contro IS. Ed è così che continuerà. Fino a quando esiste IS, questa collaborazione continua. Il regime deve capire che questa questione non può essere risolta con la violenza. Il regime diffonde la propaganda: „Quando gli USA hanno annunciato il loro ritiro, l’amministrazione della Siria del nord e dell’est è venuta da noi e ha chiesto aiuto.“ Questo non è vero. Il regime è venuto da noi. Hanno detto: „Gli USA vanno via, la Turchia non deve entrare. Non sarà come a Efrîn – veniamo e ne parliamo.“Anche la Russia si è fatta vedere. Si è arrivati a un dialogo, ma questo dialogo è nato per loro desiderio. La presenza delle forze attualmente presenti è utile fino a quando non ci sono una soluzione politica e un accordo con Damasco.

Avete avuto incontri con Assad?

I nostri colloqui con il regime continuano. Il nostro collegamento non si è interrotto. Se avessimo preso la parte della cosiddetta opposizione, allora il regime oggi non esisterebbe più.

A Idlib per il regime non sta andando bene. Lei cosa direbbe se Damasco arrivasse e chiedesse una partecipazione alla sua azione lì?

La guerra intorno a Idlib è molto più un conflitto interno siriano. Lì ci sono molti partiti. Questa volta però manca un fattore, l’Iran. Le forze che appartengono all’Iran non prendono parte all’ultima operazione.

L’Iran è rimasto fuori su pressione della Russia?

No, è stata una decisione dell’Iran. L’Iran ha posto condizioni. Una di queste è quella di Israele. Non è stato possibile rispondere a queste condizioni nell’immediato. Per questo l’Iran non ha partecipato. Con questo rimanevano solo piccoli gruppi che non potevano ottenere niente. Non possono fare niente. Anche i bombardamenti russi non bastano. Ma infatti prendere Idlib non era affatto nei piani. Si trattava di aprire la strada tra Aleppo e Hama. E non sono riusciti neanche in questo. Hanno preso una nuova ricorsa, ma di nuovo non sta andando bene. Inoltre la coalizione e gli USA hanno speso il loro peso. Hanno costretto la Russia al cessate il fuoco. È diventato chiaro che il regime e la Russia senza l’Iran sono condannati a fallire. La Russia e il regime vogliono aiuto da noi, ma noi non abbiamo acconsentito. Abbiamo condizioni. Noi non abbiamo niente da fare lì. Il nostro problema è Efrîn. Noi facciamo tutto ciò che è necessario per Efrîn, Ma Idlib non ci riguarda.

Lei ha detto che se volete potete cacciare la Turchia da Efrîn. Se è così, perché allora vi siete ritirati?

Efrîn è stata un complotto internazionale. Una situazione molto particolare. Le potenze internazionali regionali si erano tutte messe d’accordo su Efrîn. Nell’ambito degli accordi di Sochi e Astana, Efrîn è stata scambiata con Hama, Homs, Damasco e Deir ez-Zor. Per questo c’era una roadmap. Noi lo sapevamo. Il 70 percento della Siria si trovava nelle mani di gruppi armati, Efrîn è stata data in cambio di questo.

Questo accordo è nato nell’ambito di Astana?

Si, è nato in quel periodo. Tutto ne faceva parte. Gli USA, la Francia e la coalizione hanno partecipato indirettamente, tacendo. C’era una roadmap di ampia portata. Avevano chiarito fino a che punto dovesse arrivare l’occupazione. Noi abbiamo opposto resistenza nelle prime settimane. È stata una grande resistenza. Abbiamo avuto 1.500 caduti in quella guerra. Anche se avessimo dato 5.000 caduti, avrebbe portato a questa mappa geografica. Quindi abbiamo ritirato le nostre forze.

Gli USA vi hanno invitati a questo ritiro?

No, una cosa del genere non c’ stata. Hanno dichiarato che a Efrîn non avrebbero fatto niente e non si sarebbero immischiati.

Hanno agito in un equilibrio tra la Russia e la Siria. Con la liberazione di Raqqa e Deir ez-Zor questo equilibrio è stato distrutto e Efrîn occupata con l’aiuto della Russia. Com’è ora la vostra relazione con la Russia?

La Russia sta dalla parte del regime. Quello che la avvantaggia il regime lo fa. Per questo la Russia ha agito in questo modo a Efrîn. Efrîn è stata scambiata con altri territori per il regime. Per questo la nostra relazione con la Russia è abbastanza compromessa. Perché è stato un duro colpo. Durante la ritirata ci sono stati molto colloqui con rappresentanti russi. Non sono stati sinceri. I nostri rappresentanti si sono recati a Mosca per colloqui, la Russia non aveva interesse in una soluzione. E è ancora così per quanto riguarda Efrîn. Non ha modificato il suo vecchio atteggiamento e sostiene la Turchia. A Şehba e Tell Rifat la Russia prende le parti delle Turchia. Per questo non abbiamo buone relazioni, ma alla fine dei conti la Russia è un fattore forte. La Russia svolgerà un ruolo decisivo nella determinazione del futuro della Siria. Per questo continuiamo le nostre relazioni.

Cosa vi propone la Russia?

Le proposte della Russia si distinguono a stento da quelle del regime e non vanno oltre in alcun modo. Potranno essere diverse nella forma, ma nella sostanza sono la stessa cosa. Per noi non è possibile accettarle.

Come sono le vostre relazioni con l’Iran? Gli USA vi hanno chiesto qualcosa in relazione all’Iran?

Non c’è stato alcun tipo di richiesta degli USA rispetto all’Iran. Naturalmente il conflitto tra l’Iran e gli USA ha la sua influenza. L’Iran però fa un errore. Noi non agiamo per il vantaggio, facciamo quello che corrisponde ai nostri interessi. In fin dei conti siamo una forza dietro alla quale è schierata la popolazione. L’Iran fa un errore pensando che lo attaccheremo. Sono stati discussi diversi scenari in proposito. Una cosa del genere non c’è. Noi abbiamo la nostra regione. Noi abbiamo la linea della legittima autodifesa. Chi non ci attacca, anche noi non lo attacchiamo.

Per questo l’Iran ha taciuto sugli attacchi della Turchia al Kurdistan del sud?

Questo è possibile. Solo che l’Iran nel frattempo ha capito che noi non seguiamo alcun progetto contro di lui.

Gli USA volevano da voi che andaste a Abu Kemal per tagliare la strada all’Iran?

Questo continua a venire fuori, ma una cosa del genere non c’è. Tutto al contrario. È giusto che un’importante forza militare USA e nostra si trova a Deir ez-Zor. Questa forza ha due compiti, da un lato impedire minacce alla regione e dall’altra garantire la stabilità della regione. Questa è difesa del tutto legittima.

Si parla ripetutamente dei membri di IS detenuti. Come risolverete questo problema?

Non sembra che ci sarà una soluzione nel prossimo futuro. Bisogna affrontare la situazione attuale. Per questo dobbiamo collaborare con gli Stati e le istituzioni, ma questa cooperazione è del tutto insufficiente. Solo il 30 percento dell’aiuto che va ai campi con i membri di IS viene dall’esterno, noi copriamo il resto. Nelle carceri è la stessa cosa. Solo nella battaglia per al-Baghouz si sono arresi a noi 8.000 membri di IS. Questa è stata davvero una decisione molto difficile. Cosa dobbiamo fare con queste 8.000 persone?

Sono tutti uomini?

Sì, tutti uomini. Le donne le abbiamo sistemate nei campi insieme ai bambini. Abbiamo 12.000 seguaci di IS in prigionia. Il numero di donne è inferiore. Le mogli di jihadisti siriani le abbiamo consegnate alle loro famiglie. Il destino delle straniere deve essere chiarito con gli Stati interessati. Alcuni Stati aiutano, altri no.

Perché la Turchia non si riprende donne di IS e che sono loro cittadine?

La Turchia finora non ci accetta come interlocutori ufficiali. Vuole averle attraverso la mediazione di altri. Questo secondo noi è inadatto. Coloro che vogliono tirare fuori loro cittadini devono anche rivolgersi alle nostre sedi ufficiali e avere colloqui con loro.

Come sono le vostre relazioni verso il Kurdistan del sud?

Non sono come lo desideriamo. Ci sono diversi problemi, ma c’è il desiderio generale nel governo del Kurdistan del sud di migliorare le relazioni. Di tanto in tanto parlo anche con il governo del Kurdistan del sud. Noi speriamo che le relazioni si sviluppino. Vogliamo che le relazioni tra curdi si sviluppino positivamente.

L’abbiamo vista a Ginevra con vestito e cravatta. Questo è stato inatteso (ride).

Quella è stata una sorpresa per tutti non è vero? Ho messo un vestito e una cravatta per la prima volta in vita mia (ride).

Oltre all’accordo con l’ONU nel contesto umanitario, c’è stato qualche tipo di colloquio politico?

È iniziato n processo. Una nostra delegazione è stata lì in precedenza e si è incontrata con l’incaricato speciale dell’ONU per la Siria. Questo per noi è stato un inizio, ma abbiamo sempre avuto relazioni con i rappresentanti dell’ONU. Noi siamo molto sensibili per quanto riguarda il tema dei civili e dei bambini. Il tema è stato buono per iniziare un processo con le Nazioni Unite. Noi speriamo che si sviluppi altro.

Il governo del Rojava finora non era stato invitato a nessuno dei colloqui di Ginevra. L’ONU ora l’ha invitato per la prima volta. Cosa vi aspettate che succeda ora?

Giusto, ci hanno invitati per la prima volta. Noi pensiamo che continuerà così. All’incontro ha preso parte un rappresentante governativo della nostra parte. È stato firmato un contratto. Virginia Gamba, l’incaricata delle Nazioni Unite per i bambini nei conflitti armati ha dichiarato che dopo questo incontro si andrà avanti. È stata molto positiva e ottimista. Ha dichiarato che verrà l’UNICEF e lavorerà qui. Che apriranno scuole qui. Alla fine si arriverà a un accordo politico. Questi li hanno fatti e hanno messo in conto le reazioni della Turchia. Questo è positivo.

Fonte: ANF

 


Inserisci un commento