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Kurdistan

Dal basso verso l’alto

L’esercito turco nel sudest conduce una guerra contro la propria popolazione. I curdi aspirano alla “autonomia democratica”.La campagna sanguinosa che il governo della Turchia conduce attualmente contro città curde nel sudest del pase ha molte cause.

Fondamentalmente però è anche una lotta tra due progetti di società. Da una parte sta il regime che – in senso marxista – ha tratti bonapartisti e nel sudest del paese si serve di metodi che si possono assolutamente definire fascisti. La classe dominante della Turchia persegue un progetto che collega un processo di modernizzazione neoliberista con ambizioni neo-ottomane. La stabilizzazione di questo intento punta sulla rappresentazione dell‘AKP e del presidente come armi per una Turchia forte e indipendente.”Una nazione, una bandiera, una patria, uno Stato “, così la formula di Recep Tayyip Erdogan. Come garanzia si punta sulla forza di integrazione politica dell’Islam sunnita. L’introduzione di un sistema presidenziale autoritario con Erdogan come figura guida vuole garantire a questo progetto una base di potere a lunga scadenza.

Chi non trova questo progetto meritevole di sostegno – che sia kemalista, alevita, seguace del movimento di liberazione curdo, di sinistra o un giornalista critico – viene dichiarato parassita della “propria nazione” e traditore della comunità dei musulmani. Il resto lo fa l’apparato della sicurezza e della giustizia che l’AKP strategicamente ha quasi completamente annesso tramite un abile scontro con i rivali tradizionali e i suoi vecchi alleati. Per i deviazionisti il regime di Erdogan offre opzioni chiare: sottomissione, carcere, esilio o morte.

Di oppositori questo progetto ne ha molti, ma l’opposizione più forte la trova nel movimento di liberazione curdo che negli anni si è creato un variegato intreccio di organizzazioni, i cui settori di attività vanno dai soccorsi ai civili fino alla lotta armata. Tra loro non sono necessariamente collegati in modo diretto e certamente tra loro ci sono molte contraddizioni, sono baricentrate in modo diverso.

Ma questo movimento resta unito lo stesso su un punto fondamentale: l’idea comune di una vita democratica, autonoma. Per quanto riguarda i processi decisionali democratici, l’autonomia nella sua pratica attualmente si appoggia su due colonne. Da un lato ci sono le amministrazioni locali occupate nell’ambito di elezioni regolari, che sono organismi “normali” dello stato, ma saldamente in mano ai partiti curdi di sinistra – e che per questo vengono sabotate e criminalizzate dallo Stato centrale. Dall’altro ci sono le strutture dei consigli, delle Halk Mecliseri, le assemblee del popolo. “Il nostro lavoro inizia in ogni strada dal basso verso l’alto attraverso i quartieri fino nelle assemblee del popolo dei rispettivi distretti”, spiega Azad* della Halk Meclisi a Diyarbakir-Sur.

Organismi di autogoverno sono stati costruiti in tutto il Kurdistan del nord. Li si trova a in Sur, a Nusaybin, a Cizre, fino all’estremo sudest, a Hakkari e Gever. Lì Jinda Axin* del Congresso delle Donne Libere (Kongra Jinen Azad, KJA) spiega a jW la contraddizione tra i due sistemi che attualmente si confrontano. “Il movimento curdo ha iniziato con una lotta per uno stato indipendente. Ma poi la direzione ha riconosciuto che questa non una strategia giusta, perché tutti gli stati sono uguali. Tutti loro assorbono la ribellione. Lo stato va rifiutato in generale. “Anche se si applica questo sistema statuale alla geografica curda, assorbirebbe nuovamente la ribellione. Anche qui si creerebbe solo un sistema sfruttatore, repressivo. Si rivelerebbe lo stesso come in altri stati.”

A fronte di questo, così Jinda Axin, l’autonomia democratica è orientata a democratizzare in modo diretto la realtà di vita della popolazione. “Vogliamo che le persone si autogovernino dal livello locale, regionale. Lo Stato agisce dall’alto verso il basso, noi facciamo il contrario, noi costruiamo dal basso verso l’alto.

Dell’autonomia fa parte anche l’autodifesa e la vita collettiva sulle barricate. Nella tenda di resistenza a Gever e nei vicoli di Nusaybin si possono vedere le forme di una comunità nata dalla situazione difficile, che a sua volta già contiene il germe di una diversa socializzazione. Si decide e discute collettivamente, si produce insieme quello che serve, corsi di formazione e di lingua vengono fatti in modo auto-organizzato persino lì, dove nelle immediate vicinanze il nemico prepara il prossimo attacco.

*nome(i) modificati dalla redazione

di Peter Schaber – Gever

Foto: AP Photo/Murat Bay

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