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Report

Quinto report dalla carovana. Comitati ambientali e lotta no dam ad Hasankeyf

La carovana da Istanbul si è spostata nel sud est della Turchia. All’aeroporto di Diyabakir sono ben visibili decine di hangar mimetici a protezione degli F-16 turchi. Diyabakir è il centro principale del Kurdistan turco, territorio fortemente militarizzato fin dalla nascita della Repubblica turca, per reprimere le richieste di libertà e di autonomia dei popoli curdi, molto forti in quest’area.

Da un anno, con l’apertura di un “tavolo di pace” lo scontro tra Governo turco e popolazione curda vive un momento di relativa tranquillità. Ma il sorvolare continuo di aerei militari ci ricorda anche che a poco più di 100 km da qui c’è il confine con la Siria, stato in cui una guerra civile tra i fedeli di Assad e le varie opposizioni si dilunga da più di 2 anni provocando migliaia di morti e milioni di profughi.

La Turchia, membro della NATO, ha un ruolo importante nello scacchiere mediorientale e nella stessa guerra civile in Siria. È di pochi giorni fa la notizia uscita sul giornale Sendika riguardo un contingente turco che una volta passato il confine si è diretto dal verso la dibattuta tomba di Suleyman Shah presso Aleppo (http://www.sendika.org/2014/04/taseron-isciye-kadro-verilmeyecek/). 

Le ultime dichiarazioni del primo ministro riguardo questo monumento -in territorio ribelle- riguardano la decisione con cui la Turchia risponderà ad ogni tipo di attacco a quest’ultimo e ad i suoi territori circostanti. Questo è un passaggio notevolmente importante in quanto pochi mesi fa sono stati fermati due autobus carichi di armi e munizioni al confine siriano; gli autisti hanno dichiarato di far parte dell’AKP, partito di Erdogan.

Ma oggi la “guerra” contro le popolazioni curde si gioca su un altro piano: come ci raccontano le organizzazioni che incontriamo ciò non avviene esclusivamente con una forte presenza militare, anche con la realizzazione di quelle che noi in Italia chiameremo “grandi opere”, principalmente dighe e centrali idroelettriche disseminate su tutto il territorio.

La realizzazione di queste opere è esclusivamente un modo di penetrare e controllare il territorio; attorno ad esse si creano infatti nuove postazioni di polizia e dell’esercito. Si “sradicano decine di migliaia di persone da territori in cui vivono da centinaia di anni, creando nuove povertà e migrazioni” ci dicono gli attivisti del Kongreya Civaka Demokratik (Congresso della Società Democratica).  

La giornata ci vede incontrare le associazioni curde che lavorano proprio su questi temi ambientali. I primi due incontri si svolgono a Diyarbakir. Il primo con Diyarbakir Ecology Association e il secondo con la Ecology and Local Authorities Commission (Una delle 8 commissioni della Kongreya Civaka Demokratik).

Gli aspetti di quella che potrebbe sembrare una semplice lotta ecologica sono molteplici. Sono presenti numerosi problemi socio-economici a causa del cambiamento della conformazione idrica del territorio, di conseguenza anche riguardanti le coltivazioni lungo i corsi d’acqua che rendono storicamente fertili queste verdi vallate.

E ancora, centinaia di migliaia di persone stanno per essere sfollate in zone sopraelevate in attesa dell’apertura di quello che sarà il nuovo confine naturale/artificiale tra Siria e Turchia: 12 enormi dighe creeranno un sistema di canali e laghi artificiali che comprometteranno le comunicazioni e lo spostamento dei popoli di questi territori.

Questa “linea blu” sulle mappe sarà tracciata nel giro di due o tre anni, mentre numerose sono state le manifestazioni di sit-in e accampamento temporaneo dal 2005 ad oggi contro la realizzazione di quello che potrebbe diventare il primo confine di questo tipo mai creato fino ad oggi. La volontà di isolare il Kurdistan turco da quello iracheno ci fa riflettere sulla difficile situazione che il potere turco sta creando in questi territori fortemente militarizzati.

Nel Pomeriggio il nostro appuntamento è ad Hasankeyf. La strada che percorriamo corre lungo la valle del Tigri, una valle sterminata di un fertile verde intenso, dove uno dei fiumi più carichi di storia umana scorre placidamente. Poche sono le note stonate di questo paesaggio, ma sono scheletri di costruzioni in cemento armato e palazzoni in costruzione nella distanza.

Tra queste è la città di Batman a fare da padrona. Fino agli anni 90 un piccolo villaggio di contadini e pastori, con la scoperta di giacimenti di petrolio in pochi anni è stata trasformata in una città di quasi 300.000 residenti, con una selvaggia cementificazione e con una vera e propria operazione di colonizzazione, trasferendo decine di migliaia di cittadini di altre zone della Turchia in territorio curdo.

Ancora una volta vediamo come lo stato centrale non abbia investito nella popolazione locale, rimasta ad un ruolo marginale seppur nel cuore del suo territorio di origine, mentre i “nuovi curdi” importati dal resto del paese lavorano attivamente nelle strutture petrolifere e statali del luogo.

Arriviamo ad Hasankief sotto un cielo plumbeo, una lieve pioggia e un carico di turisti turchi. I nostri pensieri volano sopra il fiume e i resti del ponte di epoca romana, passando tra le grotte scavate nella roccia migliaia di anni fa, ma si fermano ricordandoci che in pochi anni tutto questo non ci sarà più. La grande diga che verrà costruita più a valle inonderà questa tranquilla ansa del fiume, con i resti archeologici a disposizione solo di improbabili sommozzatori a pagamento. A monte ci guardano gli edifici vuoti e polverosi che diventeranno la nuova città.

“Very bad” si lamenta Ali indicando le costruzioni lontane, mentre cerca di venderci le guide in scadenza della zona archeologica. Incontriamo Emin Bulut dell’Hasankeyf Tourism and Introduction Association, che ci porta in visita alle rovine -altrimenti chiuse- e spiegandoci la situazione locale risponde alle nostre domande. 

“Sulle rotte dell’Euromediterraneo” in Tunisia, Turchia e Libano organizzate da:
Un Ponte per ..Coalizione Ya Basta Marche, Nordest, Emilia Romagna e Perugia

Info e contatti generali: info@yabasta.it e solidarieta@unponteper.it

 

 

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