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Rassegna Stampa

Arrestato (anche) il regista kurdo Veysi Altay. Il braccio violento di Erdogan contro il cinema

È l’ennesimo arresto di un regista da parte del regime di Erdogan. Si tratta del kurdo Veysi Altay, filmmaker, fotografo e attivista per i diritti umani. È stato condannato a due anni di galera con l’accusa di presunte “attività terroristiche” per il suo film, “Nû Jîn” sulla storia delle donne combattenti kurde. Lo ha svelato la Rete Kurdistan Italiadenunciando che “l’attacco al cinema rivela la volontà di cancellare, di far sparire tutta intera la cultura, la storia, l’identità di un intero popolo”. Appello di Zerocalcare, Giovanna Taviani, Giancarlo Bocchi e tanti altri artisti e intellettuali per fermare il genocidio …

Il suo nome non dirà molto da questa parte del mondo; di là è quasi un simbolo. Il “di là” è quella che i media nostrani chiamano Sud Turchia o Nord Syria ma chi ci vive chiama Kurdistan, la terra dei kurdi.

Lì è molto conosciuto perché Veysi Altay – di lui si parla – non è solo un regista, un fotografo, un attivista per i diritti umani. È qualcosa di più: è uno dei pochi che, nonostante una guerra, due guerre, tre guerre, continua imperterrito a testimoniare, a raccontare la cultura di quel popolo. I meno distratti assoceranno il suo nome alle prime immagini di Kobané che resiste, assediata dall’esercito dei mercenari jahidisti dell’Isis.

Continua imperterrito. Meglio: ha continuato fino a qualche tempo fa. Perché – come ha svelato Rete Kurdistan Italia – ormai da diverse settimane Veysi Altay è in carcere. Un tribunale turco, a Batman, nell’Anatolia Sud Orientale, l’ha condannato a due anni di detenzione. Colpevole di propaganda terrorista. Sotto accusa, vagliato dai giudici sequenza per sequenza, il suo Nû Jîn, un lungometraggio dove racconta la vita, la storia delle donne combattenti kurde.

Pellicole che il regime di Erdogan – lo stesso che ha incarcerato 40 mila persone e licenziato 80 mila insegnanti dopo l’improbabile tentativo di golpe di Gülen; lo stesso regime che tiene in cella un centinaio di giornalisti, lo stesso regime che nonostante tutto ha perso le elezioni amministrative nelle grandi città del paese, salvo poi, pochi giorni fa, commissariare i centri dove aveva vinto l’Hpd, il partito che rappresenta i curdi -; pellicole, si diceva, che il regime non può tollerare. Che non ha mai potuto tollerare.

Solo un anno e mezzo fa, un altro regista era stato colpito da una misura simile: Sehir Giyasettin. Anche lui condannato con l’accusa di presunte “attività terroristiche”. Senza contare che sempre nella città di Batman anche i registi Çayan Demirel e Ertuğrul Mavioğlu sono sotto processo per un documentario. L’accusa è sempre la stessa ma nel loro caso è stata richiesta una condanna a 5 anni. Inutile aggiungere che film e documentari kurdi sono censurati dal governo turco. Nessuno li può vedere.

Sullo sfondo di tutto ciò, la drammatica protesta dei prigionieri politici kurdi nelle carceri di Erdogan. Centinaia di loro sono in sciopero della fame – e sette di loro hanno portato lo sciopero fino alle estreme conseguenze, sono morti in cella – per chiedere che finisca l’isolamento del leader della resistenza, Ocalan, ormai da vent’anni e due mesi confinato nell’isola di Imrali.

In questa situazione, davanti ad una repressione di queste dimensioni, l’arresto di un regista, l’ennesimo arresto di un regista e la censura possono apparire “poca cosa”, meno rilevanti. Ma non è così, perché – come scrive Rete Kurdistan – “l’attacco al cinema” rivela la volontà di cancellare, di far sparire tutta intera la cultura, la storia, l’identità di un intero popolo.

Ecco da dove nasce l’appello promosso da un gruppo di operatori del settore e di intellettuali. Dai registi Ivan Bormann, Stefania Incagnoli, Pietro Marcello, Giovanna Taviani, Giancarlo Bocchi e Luigi D’Alife, ai disegnatori Zerocalcare e Alessio Spataro; da Martino Seniga, promotore di Articolo21 a Daniela Stara, una delle organizzatrici del Babel Film Festival, dal poeta Alessandro Perrotta a Chiara Gioncardi, attrice e doppiatrice. Tutti chiedono ai ministeri della Cultura e degli Esteri di Roma di provare a fermare questo genocidio culturale, chiedono a tutti di impegnarsi in una battaglia di libertà.

 Stefano Bocconetti
Bookciakmagazine
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