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Interviste

Gente normale, che beve il tè

L’attivista Nikolaus Brauns in un colloquio sulla solidarietà con il Kurdistan nella sinistra tedesca. Nikolaus Brauns è uno storico, autore su giornali di sinistra, tra cui su »nd«, e consulente scientifico della deputata del partito Die Linke, Ulla Jelpke. Da circa 25 anni è attivista della solidarietà con il Kurdistan. Nel 2007 è stato tra i fondatori del Comitato di Solidarietà con il Kurdistan di Berlino. Brauns ha vissuto diverse ondate di repressione contro il movimento curdo e ne è stato colpito anche personalmente. Con l’attivista ha parlato Sebastian Bähr.

Alla manifestazione del 1 maggio a Berlino verranno portate bandiere curde. Ci sono state simili dimostrazioni di solidarietà anche nel 1993 quando è stato vietato il PKK?

Appelli del genere in quell’anno non me li ricordo. Ma nel 1994 abbiamo mostrato bandiera quando a Hannover il 16enne curdo Halim Dener venne ucciso dalla polizia perché attaccava manifesti per il Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan. All’epoca a Monaco avevamo fatto un manifesto di questi simboli con un immagine di Dener.

Lo Stato attualmente procede contro curdi di sinistra e loro sostenitori. Com’era la repressione negli anni ‘90?

Era molto forte. Una retata seguiva l’altra, riunioni in grande stile venivano vietate. Quando a metà degli anni ’90 volevamo andare a una manifestazione autorizzata, gli autobus alla partenza venivano improvvisamente circondati da poliziotti armati di mitra. Era il tempo in cui andando a dormire mettevamo sempre in conto di venire svegliati alle cinque da una perquisizione domiciliare.

Com’era la repressione rispetto a oggi?

Oggi viviamo arresti ogni paio di mesi, all’epoca a volte erano diverse persone a settimana. La repressione che vediamo attualmente però è più aspra di tutto ciò che abbiamo avuto in Germania in questo millennio.

Dozzine di tedeschi di recente hanno combattuto in Rojava contro IS. In che misura dei tedeschi hanno partecipato negli anni ’90 alla lotta armata del PKK?

Conosco diversi che si sono uniti alla lotta armata. Ma nessuno è andato in montagna primariamente per combattere. Si voleva imparare come ci si organizza in modo rivoluzionario, come si fa politica in modo rivoluzionario. Anche Andrea Wolf ,assassinata nel 1998 dai soldati turchi dopo la sua cattura, lo sottolineava sempre. Questo processo di apprendimento però era possibile solo in un contesto nel quale allo stesso tempo si prendeva in mano anche un’arma.

Alla fine degli anni ’90 la solidarietà con il movimento curdo è diminuita. Da cosa è dipeso?

La repressione descritta è stata un punto fondamentale. Ma è anche diminuita per via di malintesi reciproci. Organizzazioni curde all’epoca avevano ancora un rapporto piuttosto strumentale con i compagni tedeschi. Questi venivano per esempio mandati avanti per notificare una manifestazione o eletti nel direttivo di un’associazione perché potesse essere vietata meno facilmente. Alcuni tedeschi a loro volta avevano l’illusione che il PKK costruisse per loro il partito comunista in Germania. In questo non capivano che si trattava in primo luogo di un movimento di liberazione nazionale, anche se la direzione si intendeva di concezione socialista.

Quale ruolo hanno svolto nell’allontanamento misure prese dal PKK come l’eliminazione di presunti traditori o le auto-immolazioni?

Azioni violente del genere ci sono state fino alla metà degli anni ‘90, erano coinvolti anche servizi segreti. Il PKK poi in un congresso del partito aveva respinto nettamente la violenza nei confronti di appartenenti all’organizzazione rinnegati. Dal punto di vista dei contenuti il motivo per un allontanamento fu piuttosto che a alcuni solidali il PKK apparve improvvisamente come moderato. Abdullah Öcalan nel 1998 cercò un appianamento con la Turchia, dopo il suo sequestro chiese la fine della lotta di guerriglia. Molti nella sinistra tedesca non capirono che il movimento deve essere pronto anche a compromessi.

Nel 2005 il PKK ha fatto propria la concezione delineata da Öcalan del »con federalismo democratico«. Invece che a uno Stato, ora si aspira a un’amministrazione autonoma. Quanto è accettata questa concezione?

Ha dovuto prima imporsi. Io stesso ho vissuto come il nuovo paradigma abbia fatto presa prima nei centri del movimento, nei campi della guerriglia nelle montagne di Qandil e nel campo profughi sotto il controllo del PKK di Machmur nel nord dell’Iraq, prima che si diffondesse e poi anche nelle città in Turchia venissero formati consigli del popolo. Ci può sembrare strano che la democrazia dal bassi si impari dall’alto, ma la pratica mostra che funziona.

E solo con la lotta per Kobane nel 2014 questo modello è diventato noto nella sinistra tedesca diffusa?

Già nel 2007 a Berlino c’è stata la prima nuova fondazione di un comitato di solidarietà con il Kurdistan dagli anni ‘90. In quel tempo c’erano attacchi di fascisti turchi contri curdi. Di questo si erano accorti anche gli antifascisti tedeschi che quindi entrarono in contatto con il movimento di liberazione curdo. Con la lotta per Kobane però il movimento è stato riconosciuto in modo più generale. Il nuovo paradigma dei curdi, ma anche l’atteggiamento di una sinistra tedesca ora impostata piuttosto secondo lo spirito libertario dei forum sociali ha aiutato un incontro.

Oggi nella solidarietà con il Rojava si uniscono diverse correnti della sinistra. C’è il pericolo di un romanticismo rivoluzionario?

Il pericolo decisamente c’è. Il Rojava non è il Paese modello multicolore socialista, lì tra problemi enormi si creano conquiste rivoluzionarie per questa regione. Il miglior contrasto è di andare di persona in Rojava, per vedere come il movimento in circostanze avverse in un ambiente improntato dal feudalismo, pratica una politica rivoluzionaria. Inoltre anche in Germania si possono visitare le associazioni curde di sinistra. Lì non ci sono solo rivoluzionari modello, ma anche persone normali che bevono il tè.

Nella sinistra tedesca c’è irritazione rispetto alla venerazione di Öcalan. Il movimento curdo in questo è troppo acritico?

Bisogna spiegare il ruolo del co-fondatore del PKK di fronte alle realtà del Medio Oriente. Si trattava del fatto di unire una società divisa in clan e tra diversi Paesi. Öcalan per questo è stato costruito come una specie di capo supremo. Attraverso l’incarcerazione in pratica però non può più essere attivamente capo del partito. Dice apertamente che ora il movimento deve pensare da sé e che lui può dare solo delle idee.

Perché la fine divieto del PKK è importante per la sinistra tedesca?

Se il »nostro« Stato spinge un movimento di liberazione nella clandestinità, è nostro dovere essere solidali. Inoltre questo divieto non riguarda neanche solo il PKK e i suoi sostenitori. L’approccio statale al partito è stato continuamente usato per smantellare diritti fondamentali.

di Sebastian Bähr

Da Neues Deutschland

https://www.neues-deutschland.de/artikel/1086813.solidaritaet-mit-kurdistan-am-mai-normale-leute-die-tee-trinken.html

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