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Rassegna Stampa

Turchia, la trumpizzazione delle elezioni

Il clima elettorale turco è ormai bollente. I colpi bassi della politica delle calunnie in questi giorni avevano mostrato, ovviamente sui social, uno dei quattro candidati – Muharrem İnce – fare sesso con una persona. Un misero falso, presto bollato come un’operazione squallida e maldestra volta a screditarlo. Eppure il leader del Partito della Patria, così devoto a quei valori e alla famiglia s’era dovuto giustificare, fino ad annunciare ieri, a tre giorni dal voto, il ritiro dalle presidenziali, mentre il partito resta in corsa per le politiche. İnce ha chiosato: “Faccio questo per il mio Paese”. Non c’è bisogno di dietrologie per separare le vicende. Al di là della bufala del video a ‘luci rosse’ l’ex membro del Chp, dal 2018 in dissidio col partito repubblicano, era comunque accreditato d’un 3% di consensi e questi dovrebbero finire a Kiliçdaroğlu che s’è precipitato a solidarizzare con l’ex compagno, a invitarlo a dimenticare gli antichi dissapori e a stare dalla sua parte.

L’interessato non s’è pronunciato e non è detto che i suoi elettori, che ne avevano seguìto le orme polemiche contro l’accentramento di potere dello stesso Kiliçdaroğlu (anche i sindaci repubblicani di Istanbul e Ankara ne sanno qualcosa), accetteranno di sostenere lui e il Chp. Dal punto di vista organizzativo è troppo tardi per stampare nuove schede dunque gli elettori troveranno alle presidenziali quelle con la quaterna. Fra l’altro i turchi residenti all’estero hanno già votato o stanno votando, in questo caso le preferenze per İnce saranno annullate. Sempre organizzativamente il Consiglio Supremo Elettorale ha respinto la richiesta del ministro dell’Interno Soylu di riversare le informazioni elettorali al ‘Centro di sicurezza ed emergenza’ diretto dal dicastero. Viene ribadito che il Consiglio è l’unico organo competente nella raccolta e nel computo dei voti. Intanto Erdoğan, che gli exit-poll continuano a dare in ritardo rispetto a Kiliçdaroğlu, dopo il bagno di folla nella sua Istanbul, cerca di recuperare pezzetti di percentuali su territori impossibili. E’ di ieri l’apertura ai kurdi che chiama miei cari fratelli e dice loro: “voi siete testimoni del nostro impegno, ci sono stati nostri errori e impedimenti ma anche volontà di superarli. Ci opporremo al terrorismo e lavoreremo per una Turchia libera pacifica e prospera anche con voi e a difesa dei vostri diritti”. Quando si dice: non lasciar nulla d’intentato.

Invece proprio il voto all’estero, che ammonta a 3.5 milioni di elettori, ha offerto tensioni fin dentro i seggi di Germania e Paesi Bassi, dove attivisti repubblicani e islamici si sono affrontati e spintonati tanto da far intervenire la polizia. Contatti diretti si sono registrati a Gaziantep, sempre fra militanti dei gruppi giovanili dell’Akp e del Chp, che si lanciavano pietre e cercavano di divellere i tabelloni elettorali dell’uno e dell’altro fronte. Invece da talune aree terremotate giungono notizie sull’impossibilità di allestire seggi ovunque, cosicché tre milioni di sfollati in vari punti di Paese quasi sicuramente saranno costretti a disertare le urne. Queste assenze incidono sulle proiezioni di voto e ancor più incideranno sul voto reale, cosicché l’incertezza rappresenta il panorama anche delle ultime battute della caccia al consenso. A chi pensa che sia giunta la sua ora Erdoğan risponde in tivù: “Vogliamo una nuova Costituzione civile e libertaria scritta con lo spirito nazionale turco. Se verrà realizzata significherà cancellare le ultime nuvole sulla nostra democrazia” (sic). Sui 600 deputati del Meclis occorrono 400 voti per cambiare la Costituzione, mentre con un consenso compreso fra i 360 e 400 si va al referendum popolare. Già nel 2017 il Paese s’era pronunciato avallando la trasformazione presidenzialista della Carta, vinse il sì col 51,3% contro il 48,7% di contrari. E proprio l’azzeramento del presidenzialismo e il ritorno alla centralità parlamentare è la riforma istituzionale su cui batte il ‘Tavolo dei sei’, un piatto condito con ricette economiche, abbattimento dell’inflazione, rimpatrio dei rifugiati, assistenza ai terremotati. Al futuro nel nome della conservazione sostenuto da Erdoğan, Kiliçdaroğlu contrappone la rivoluzione del cambiamento su tutto, compresi di diritti delle minoranze e dei Lgbtq, ma bisognerà vedere quanto la pensino così gli alleati.

C’è anche un terzo polo, che nelle politiche si presenta con l’etichetta ‘Alleanza per il lavoro e la libertà’. E’ formato dal Partito della sinistra verde, un residuato dell’orientamento d’opposizione raccolto dieci anni addietro nella protesta del Gezi park e dal Partito democratico dei popoli. Quest’ultimo per una causa giudiziaria in corso sui presunti legami col Pkk non può presentare i candidati sotto la sigla dell’Hdp e li inserisce in quella della sinistra verde. Per le presidenziali hanno dato l’appoggio a Kiliçdaroğlu, che ne ricava il vantaggio di cui lo accreditano le proiezioni di voto, visto che acquisirebbe fra il 7% e il 10% del consenso kurdo nell’area del sud-est. Per le politiche questa componente ha la possibilità di far eleggere i suoi rappresentanti poiché non teme l’alta soglia di sbarramento (7%) su cui i partitini di sostegno sia all’Akp sia al Chp possono invece inciampare. Sui grandi temi di confronto-scontro l’Alleanza per il lavoro ribadisce: il ruolo centrale del Meclis, da cui spesso sono stati esclusi parecchi deputati finiti in galera come il co-presidente Demirtaş; sostiene le politiche incentrate sul miglioramento delle condizioni di vita per i ceti operai e sul conseguimento per loro di servizi sanitari, trasporti e istruzione gratuiti; vuole il conseguimento d’una soluzione pacifica alla questione kurda e la cessazione delle ritorsioni verso i propri membri che, eletti nelle amministrazioni locali in qualità di sindaco, si vedono sostituiti da fiduciari nominati dal governo. Inutile ribadire che fra le libertà rivendicate dal terzo polo ci sono anche quelle di genere e sessuali, dunque pieni diritti per la comunità Lgbtq. Come s’orienteranno i 64 milioni di elettori si vedrà sin dalle prime ore della notte, perlomeno riguardo al tanto atteso risultato presidenziale che senza il 51% atto a decretare il vincitore sposta al 28 maggio il round definitivo. Per ora si sa che l’elettorato è diviso in 81 province e ha un’elevata concentrazione urbana (82,7%). L’Anatolia rurale fa parte del passato. Le donne risultano in maggioranza (circa due milioni in più degli uomini) e in ballo ci sono quasi cinque milioni di giovani al primo voto. La Turchia del futuro passa di qui.

di Enrico Campofreda 

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