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Interviste

Fermare Erdogan, liberare Öcalan e il Kurdistan

La marcia del 15 febbraio, l’espansionismo turco e la repressione, i rapporti con chi si ribella in Irak. Intervista a Yilmaz Orkan dell’Uiki «Chiediamo a tutte e tutti i compagni di non lasciarci soli in Piazza della Repubblica, sabato 15 febbraio, appoggiateci e sfiliamo insieme in corteo per Öcalan e la liberazione di tutti i prigionieri politici».

Yilmaz Orkan conclude con questo appello la chiacchierata con Popoffquotidiano sulla situazione nel Kurdistan turco e siriano dove l’Occidente – ora che donne e uomini combattenti kurdi non servono più per arginare i criminali jihadisti – li ha letteralmente “scaricati” nelle fauci di Erdogan.

Questo il quadro che delinea Yilmaz, coordinatore dell’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia mentre in Svizzera, Germania e Lussemburgo ci sono già attivisti in marcia verso Strasburgo per reclamare la liberazione di Öcalan. «Se non ci saranno problemi con la polizia, specie quella tedesca che ha appena arrestato tre di noi a Francoforte, l’intenzione di questi tre gruppi è di arrivare insieme il 15 febbraio a Strasburgo ed unirsi al grande corteo dei cittadini europei».

In questi giorni l’esercito turco riunisce le sue truppe jihadiste davanti a Girê Spî e Til Temir. In particolare, le zone di insediamento cristiane sono sotto incessante fuoco di artiglieria. L’esercito turco rafforza gli attacchi di occupazione in Siria del nord, lo fanno sapere le Forze Democratiche Siriane (FDS) in un bilancio attuale sugli eventi bellici nella regione. La Turchia vuole allargare la sua zona di occupazione e concentra i suoi attacchi alle zone abitate lungo il fiume Khabur. Attualmente la cittadina multietnica di Til Temir (Tell Tamer) è al centro dell’invasione turca. Lì, pochi giorni fa, sei componenti del Consiglio Militare Suryoye (Mawtbo Folhoyo Suryoyo, MFS) hanno perso la vita in un attacco mirato e il fuoco di artiglieria pensate sulla regione continua senza sosta. Nei dintorni della città di Girê Spî (Tall Abyad) occupata dall’ottobre scorso dalla Turchia con il benestare di fatto di USA e Russia, nella tarda serata di venerdì un attacco delle truppe di invasione si è scontrato con la resistenza delle FDS. L’attacco era concentrato sulle località abitate di Ewdiko e Çelbê. Le FDS hanno risposto al fuoco in base alla legittima autodifesa. Negli scontri sono stati uccisi sei islamisti, inoltre è stato possibile mettere in sicurezza grandi quantità di munizioni e diverse armi. Una guerra di cui non si parla più ora che Ankara appoggia il leader libico designato dall’Occidente. «Così l’opinione pubblica internazionale ignora che il governo turco fa indossare uniformi turche agli jihadisti dell’alleanza mercenaria ENS (Esercito Nazionale Siriano) nella regione contesa di Idlib in Siria e li equipaggia con veicoli corazzati. L’esercito turco negli ultimi dieci giorni ha portato circa 1.500 veicoli militari nella regione». L’ENS è un’alleanza di scissioni di Al-Qaida come Ahrar al-Sham e gruppi reclutati tra estremisti di destra turchi e membri di IS e Al-Nusra. In particolare la Brigata Hamza, la Brigata Sultan-Murad, la Brigata Sultan-Süleyman-Shah e la Brigata Muntasir-Bilallah.

In sostanza la Turchia è in piena guerra di espansione per il controllo dell’area. Come ci dice ancora Yilmaz: «Secondo noi la Turchia sta operando per allargare sia la sua sfera di influenza politica che per espandersi proprio geograficamente. Praticamente stanno seguendo il filo dell’impero ottomano e vogliono occupare fisicamente questi paesi». Quindi nel XXI° secolo la Turchia è diventata un paese colonialista, infatti ha creato tante basi militari in Africa ed in Sudan ha comprato un’isola e adesso si è spostata sulla Libia. La Libia è importante per loro anche se molti paesi arabi e l’Egitto sono contro questa posizione della Turchia mentre molti paesi occidentali, Italia compresa, sostengono l’intervento Turco in Libia. «Quindi secondo noi – continua Yilmaz – i turchi stanno lavorando per una nuova espansione coloniale e ciò è molto pericoloso specialmente perché essi portano avanti un’ideologia islamista, un male assoluto per i paesi occidentali».

Tutto ciò avviene con il complice silenzio dei paesi occidentali che dopo un flebile “lamento” hanno subito taciuto quando il governo turco ha minacciato di “liberare” le donne e gli uomini siriani che fuggono dalla guerra e, alla faccia del diritto di asilo, Erdogan tiene prigionieri nei campi profughi in condizioni disumane. Così come ormai da molti anni si tace sulla prigionia disumana che subisce Ocalan e tutti/e i/le detenuti/e politici in Turchia e sulla persecuzione che la popolazione kurda subisce costantemente.

Un altro punto su cui ci sembra importante soffermarci è la posizione dei cittadini turchi. «C’è una parte non tanto piccola che è contro la guerra e contro l’intervento in Libia che però non è la maggioranza; mentre la maggioranza appoggia Erdogan senza però essere consapevoli, non hanno coscienza di quali sono i veri obiettivi di Erdogan; loro sono dalla sua parte perché lui continua a dire che tutto ciò che fa lo fa per il suo paese e per i cittadini turchi. Secondo me manca una informazione libera e seria che entri nelle case dei cittadini turchi perché tutta l’informazione in Turchia è sotto il controllo di Erdogan ed il suo governo, e trasmette solo propaganda filo governativa. Altri media non sopravvivono in Turchia».

Riteniamo importante sottolineare come i media possono condizionare le scelte di milioni di persone e per questo riteniamo che giornali, radio, televisioni non assoggettate ai poteri forti siano fondamentali per una società cosciente e realmente democratica.

Da 21 anni il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan è sequestrato nell’isola-carcere di Imrali, in condizione di totale isolamento. Lo scorso anno, grazie alla pressione esercitata dallo sciopero della fame iniziato dalla deputata dell’HDP (Partito Democratico dei Popoli) Leyla GÜVEN e sostenuto da migliaia di prigionier* politic*, per pochi mesi i familiari e gli avvocati sono riusciti ad avere accesso all’isola di Imrali. Ciò è durato poco. Dal 12 agosto 2019, Öcalan e gli altri tre prigionieri sono nuovamente isolati dal mondo esterno.

Dal 2016, ha spiegato ancora il rappresentante Uiki, la repressione è sempre più feroce. Nel marzo del 2019, il movimento kurdo ha vinto le amministrative in 65 comuni ma in trenta città il governo turco ha destituito e imprigionato gli eletti insediando governatori da loro designati. «La maggioranza della popolazione turca è nazionalista e islamista. C’è una parte non tanto piccola che è contro la guerra e contro l’intervento in Libia che però non è la maggioranza. In Turchia come in Siria, i nostri rapporti sono sempre con i popoli e con le associazioni di base – ricorda Yilman – per esempio in Turchia abbiamo creato il partito HDP in coalizione con turchi, kurdi, armeni, yazzidi, arabi. Questa coalizione si basa sulla democrazia e sui diritti. Quindi con una minoranza di base turca abbiamo relazioni, però purtroppo la maggior parte dei sindacati e movimenti turchi seguono la linea dei socialdemocratici del CHP, e quella islamista. E con questi non abbiamo relazioni». Il collegamento con il movimento che ha fatto irruzione nelle strade dell’Iraq «non è forte – ammette Yilmaz – ma relazioni con loro ci sono. Purtroppo una buona parte di quelle manifestazioni sono collegate con gli sciiti e con l’Iran, invece noi abbiamo sostenuto e partecipato di più alle manifestazioni contro le bande militari e la corruzione che non riguarda solo il governo centrale ma anche la federazione kurda irachena».

di Giorgio Coluccia

da: Popoff Quotidiano

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