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Retekurdistan.it | 14 novembre 2019

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Dallo sciopero per il clima allo sciopero generale

Dallo sciopero per il clima allo sciopero generale

22 giugno 2019


L’autore di questo articolo, Anselm Schindler, responsabile della campagna “Make Rojava Green Again” per l’Europa che molte e molti conoscono a seguito del giro di presentazioni del libro in Italia nel mese di febbraio, di recente è stato quasi ammazzato dalla polizia austriaca durante una manifestazione a Vienna.Pubblichiamo qui la traduzione di un suo articolo scritto per il Lower Class Magazine sulle prospettive dei #FridaysForFuture e dei movimenti per il clima.

La Redazione di Rete Kurdistan Italia

Dallo sciopero per il clima allo sciopero generale

Nel movimento per il clima viene riscoperta un‘antica e provata ricetta: lo sciopero generale. Il primo tentativo è previsto per il 27 settembre. Ma come di preciso possiamo riuscire ad arrivare dallo sciopero per il clima allo sciopero generale? Come sono fatti i primi passi per costruire un movimento per l‘ecologia che sia in grado di porre la questione del sistema.

Un venerdì pomeriggio a Vienna: circa 100 attivist* per il clima bloccano uno dei ponti centrali sul canale del Danubio. Il piano: mobilitare con la disobbedienza civile per il turnaround del traffico. Le richieste principali: macchine fuori dalla città e trasporto pubblico gratuito per tutt*. Dopo due ore la polizia inasprisce la situazione. Persone vengono ricoverate in ospedale con ferite lacero-contuse, il resto viene portato via e trascorre la notte in celle multiple e singole nella stazione di polizia. Azioni come quella di Vienna, nonostante la repressione al momento fanno scuola. Movimenti come Ende Gelände puntano sulla disobbedienza civile di massa, vogliono „System Change not Climate Change“, come si dice nel movimento per la giustizia climatica. E la determinazione per questo è presente in molte parti di questi movimenti. Chi corre attraverso cordoni di polizia per trascorrere la notte in una miniera di carbone per poi essere portat* via dalla polizia, fa sul serio.

Ma come è nato questo movimento e come comunica? Nel corso degli ultimi anni le diverse organizzazioni, reti e gruppi che fuori dai Parlamenti si mobilitano contro la distruzione della natura e i cambiamenti climatici, si sono riuniti in campi per il clima per discutere di idee comuni e di pratiche comuni. Da questo sono nate grandi campagne e canzoni e slogan in comune. E quanto meno a livello di spunto, una concezione comune di che tipo di sistema sia questo, che mangia il luogo in cui tutte e tutti viviamo e non lascia sul terreno altro che deserto.

Dai Fridays For Future allo sciopero per il clima

Con gli scioperi per il clima creati dai Fridays For Future ora ci sono anche punti di cristallizzazione temporale nei quali le diverse organizzazioni e movimenti uniscono la loro energia. Per i prossimi mesi sono previsti di nuovo scioperi globali per il clima, molto grande sarà quello del 27 settembre. Per questa giornata i diversi movimenti come Fridays For Future e Extinction Rebellion chiamo allo Earth Strike. E a questo proposito da tempo non si parla più di studenti e universitari. Greta Thunberg, che ha già dato il via ai Fridays For Future, nel momento giusto ha lanciato nel dibatto lo spunto giusto: sciopero generale. Un’antica e provata ricetta per un nuovo movimento.

Da tempo i movimenti per la giustizia climatica hanno iniziato le discussioni su come sia possibile conquistare più lavoratrici e lavoratori per lo sciopero. Perché già ora è chiaro: solo quando sciopera la classe salariata può essere spezzato il potere del capitale. Solo allora possiamo portare il sistema all’arresto e creare un sistema in cui siano in primo piano i nostri bisogni e la nostra base di sussistenza ecologica e non la crescita capitalistica e i profitti di alcuni pochi. Solo allora troveremo vere risposte alla crisi climatica.

Ma che fare? Come fa uno sciopero per il clima a diventare uno sciopero generale? O detto in altri termini: come mettiamo insieme lotte sociali e lotte ecologiste? In primo luogo va sgomberato il campo da alcuni pregiudizi. Per esempio che le persone che si siedono nella miniera per fermare RWE siano indifferenti rispetto ai compagni che lavorano da RWE. Perché non lo sono. Più di qualsiasi altra cosa ci piacerebbe che fermassero le ruspe insieme a noi per costringere la loro impresa a riconvertirsi al rinnovabile – o nel caso migliore espropriassero subito i loro padroni e prendessero loro in mano la baracca.

Politica climatica come lotta di classe dall’alto

Proprio forze conservatrici e di destra cercano volentieri di mettere l’una contro l’altra forze ecologiste e ambienti di lavoratrici e lavoratori e di mettere paura alla gente mettendola in guardia dai costi della svolta ecologica. Costruiscono soluzioni della crisi ecologica e la questione sociale come se fossero in contraddizione. E purtroppo questa narrazione continua a funzionare: quando a novembre i gilet gialli in Francia hanno iniziato a prendere i governanti per il collo, inizialmente sono stati rappresentati come una specie di protesta anti-ecologica degli svantaggiati. Cosa che naturalmente è una sciocchezza e fin dall’inizio doveva servire solo a screditare i gilet gialli. Chi contro una tassa sulla benzina occupa rotatorie, intanto è contro la tassa, non contro l’ecologia. In assemblee dei gilet gialli è stata fatta presto chiarezza sul fatto che si era a favore della conservazione del pianeta, ma che non ci si voleva fare carico dei relativi costi.

I gilet gialli hanno ragione! I governi provano già ora a scaricare su di noi i costi per la crisi climatica. Cercano di finanziare i miliardi per la ristrutturazione ecologica dall’alto, con tagli nel settore sociale, con ritmi di lavoro ancora più incalzanti e tasse. Ma noi diciamo: i ricchi devono pagare la crisi climatica! Questa constatazione potrebbe diventare un punto di svolta di un movimento globale ecologista che pratica la lotta di classe.

Anche il movimento per la giustizia climatica funziona solo in modo intersettoriale, oppure fallirà. E in molti ambiti questa nozione è da tempo diventata una pratica: posizioni femministe per esempio sono già consenso in larghe parti del nuovo movimento ecologista. Ci sono altri movimenti progressisti nei quali giovani donne diventano vistosamente rumorose con una tale forza come avviene per il nuovo movimento per il clima e ecologista. Ora dobbiamo seguire e rendere chiaro che una società ecologica non solo deve essere anti-patriarcale, ma che oltre a questo non deve essere una società classista.

Questo nesso non deve essere nemmeno dedotto in modo teorico, è onnipresente, vivibile e tangibile. La upperclass può scegliere se mettere sul nastro della cassa verdure bio regionali o pomodori economici dalla Spagna. Per molte altre parti della società non è così. Chi un giorno potrà condurre una vita ecologicamente sostenibile, non di rado viene deciso già alla nascita. Le persone che respirano più smog di tutte vivono nei casermoni più economici lungo la strada principale. Sono loro che sentono sfrecciare le macchine. E sono le persone nelle zone strutturalmente deboli, alle quali vengono piazzati davanti il naso i depositi di scorie radioattive. Nei quartieri delle ville di tutto questo non si vedrà molto.

Questo rapporto si vede in modo ancora più estremo su scala globale: è soprattutto il sud globale ad avere meno colpa della crisi climatica, ma soffre più per le conseguenze. Sono gli schiavi del lavoro in Colombia che in Germania hanno reso possibile l’uscita dall’estrazione di carbone fossile. Il carbone fossile continua a essere bruciato nelle centrali tedesche, ma non viene più estratto nella Repubblica Federale perché qui i lavoratori costano troppo. Che in Colombia migliaia di persone siano state e siano assassinate da paramilitari di destra perché non vogliono lasciarsi scacciare, perché non sono più disposte ad accettare le pessime condizioni di lavoro in miniera o la distruzione della loro base vitale ecologica, da queste parti sembra interessare pochi.

Il movimento per il clima deve diventare più intersettoriale

Il movimento per la giustizia climatica, nel suo collegamento tra lotte sociali e ecologiche riprende una tradizione ha avuto i suoi inizi nel movimento dei neri per i diritti civili negli USA negli anni ‘80. Persone nere negli USA, da un lato per via del razzismo strutturale, dall’altro per via della discriminazione economica, sono state e sono colpite dalla distruzione ecologica molto più spesso delle persone bianche. Negli anni ‘80 nel movimento antirazzista è emerso il termine della „Environmental Justice“, che ha prodotto l’intreccio tra la lotta dei ceti neri della popolazione e la classe lavoratrice per l’emancipazione, con le resistenze ecologista. Oggi si tratta di ricollegarsi a questo.

Spunti per questo ci sono già. La piattaforma anti-capitalista del movimento Fridays For Future da diversi mesi cerca di portare posizioni di lotta di classe negli scioperi degli studenti. E anche nel movimento contro il carbone, come in Ende Gelände o Gegenstrom Hamburg viene continuamente elaborato quale sia il nesso tra crisi climatica e sfruttamento capitalista. Negli approcci vengono sempre evidenziati anche nessi tra la crisi climatica e i movimenti migratori. Sono analisi e posizioni che diventano più forti, ma che di gran lunga non raggiungono un numero sufficiente di persone. Perché? Perché non le spieghiamo in modo abbastanza comprensibile e non partiamo dalla realtà che vivono grandi parti della popolazione.

Ora si tratta da un lato di mettere il movimento per il clima su un piano più ampio dal punto di vista dei contenuti e di collegarlo con altri movimenti. Dall’altro dobbiamo stare attenti a non essere percepiti come un movimento elitario di mangiatori di Müsli e di ripensare continuamente come possiamo spiegare le nostre idee e la nostra resistenza alla società e fare in modo che vi mettano radice. Se vogliamo arrivare dallo sciopero per il clima allo sciopero generale, abbiamo bisogno di rivendicazioni popolari che rendano chiaro che una società solidale e ecologica può essere costruita solo da noi qua giù contro il predominio delle imprese e dei loro governi.

di #Anselm Schindler

#Foto: Anselm Schindler, manifestazione “Ende Geländewagen” del 31 maggio a Vienna

Fonte: Lower Class Magazine

https://lowerclassmag.com/2019/06/13/vom-klima-zum-generalstreik/

 


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