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Retekurdistan.it | 15 novembre 2019

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“La violenza contro le combattenti curde ha una tradizione”

“La violenza contro le combattenti curde ha una tradizione”

28 ottobre 2019


L’attivista e ricercatrice del movimento delle donne curde Dilar Dirik commenta la violenza contro le combattenti curde. Non si tratta di umiliare la singola donna, ma la società nel suo complesso, spiega Dirik.

Nella storia ci sono un gran numero di casi nei quali la violenza contro le donne è stata usata sistematicamente come arma di guerra. Eserciti, che si basano su idee patriarcali, usano lo stupro, la tortura sessuale e altri metodi per „disonorare” il nemico.

Quando si tratta di combattenti donne, spesso la violenza sessuale non viene usata solo per „umiliare” e „mortificare” la singola donna, ma anche per traumatizzare il nemico e la sua società a livello complessivo. Di norma gli eserciti riconoscono combattenti maschi come nemici, mentre considerano le combattenti donne „puttane“.

Nel contesto dello Stato turco, la violenza sessualizzata contro le donne ha una lunga tradizione. Fino a oggi i femminicidi durante il genocidio degli armeni e quello contro i cristiani siriani nel 1915 (Seyfo) vengono rifiutati nel mainstream della Turchia, anche se la fondazione dell’odierno Stato nazionale si basa su di essi.

Nelle carceri turche la violenza sessuale è stata usata soprattutto negli anni 080 contro donne appartenenti ai gruppi rivoluzionari. Sakine Cansız, co-fondatrice del Partito dei Lavoratori del Kurdistan PKK, che allora prese parte alla resistenza nelle carceri, nelle sue memorie descrive la violenza sessuale come pratica di tortura corrente.

Lo Stato turco e i suoi media ricorrono ripetutamente all’affermazione che le guerrigliere curde in montagna subirebbero abusi. L’intenzione che sta dietro a questo, è di indispettire la parte conservatrice della società curda per impedire alle persone si sostenere il PKK. Ma anche per contrastare l’afflusso di migliaia di donne verso le montagne.

Mentre i corpi oltraggiati di guerriglieri maschi spesso vengono filmati dall’esercito turco a scopi propagandistici (soprattutto dagli anni ‘90), i cadaveri delle combattenti, spesso vengono anche „dominati” attraverso il fatto che vengono denudati. Anche „test di verginità” su guerrigliere morte in passato appartenevano alle pratiche correnti.

Nel 2018 a Efrîn il cadavere della combattente YPJ Barîn Kobanê* è stato mutilato da milizie sostenute dalla Turchia. Nell’attuale invasione è stata brutalmente assassinata la politica e attivista per i diritti delle donne Hevrin Khalaf. Media turchi lo hanno definito un successo.

Anche il cadavere della combattente YPJ Amara Rênas è stato mutilato da un gruppo di uomini filo-turchi e ripreso in modo umiliante. La recente cattura della combattente YPJ Çiçek Kobanê è stata interpretata da molti come dimostrazione simbolica del dominio maschile sul Rojava, un luogo diventato noto per l’autodifesa delle donne.

Tutto questo va visto nel contesto del significato del Rojava per le donne. Le YPJ sono considerate forza attiva per la protezione di un progetto radicale, liberale, politico e sociale delle donne. La sconfitta del cosiddetto „Stato Islamico“ (IS) è stato considerato dalle donne soprattutto come una vittoria ideologica. Un evento storico.

Gruppi armati che filano orrori sessualizzati nei confronti di donne e condividono il materiale con il mondo, con questo non solo documentano i loro crimini di guerra. Posando trionfalmente su corpi denudati e mutilati di donne curde, contemporaneamente comunicano la loro ideologia.

Il movimento delle donne curde – sulla base delle più recenti esperienze e di un’analisi del patriarcato come sistema vecchio di 5.000 anni – vede paralleli tra IS, Erdogan, Trump e Putin e le loro ideologie violente, patriarcali e nelle ultime affermazioni fa notare i loro punti comune.

*Barîn Kobanê, di nome Amina Omar, si è unita alle YPJ come reazione al genocidio e femminicidio a Şengal nell’agosto 2014. Il 30 gennaio 2018 all’età di 26 anni è caduta nel corso dell’invasione turca durante la difesa di Efrîn. Poco prima della sua morte nella zona di Bilbilê aveva combattuto contro mercenari jihadisti della Turchia. Quando aveva quasi finito le munizioni, mise mano alla sua arma e mirò alla propria testa per sfuggire alla prigionia. Il suo corpo nonostante questo cadde nelle mani degli aggressori: Gli jihadisti le tagliarono i seni e filmarono il suo cadavere mutilato. Le riprese apparvero poi nei social media.

Fonte: ANF


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