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Retekurdistan.it | 20 agosto 2019

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»Non provo paura«

»Non provo paura«

28 luglio 2019


Anche internazionalist* in Rojava si preparano alla guerra. Un colloquio con Emma OlivierL’attivista francese Emma Olivier nel nord della Siria si è unita alla »Comune Internazionalista del Rojava«

Le minacce di guerra della Turchia contro la »Federazione Democratica Siria del Nord e dell’Est« autogovernata diventano più concrete. Cosa succede dall’altro lato del confine?

Minacce verbali della Turchia non sono una novità. Attualmente però la particolarità è che hanno concluso i loro preparativi per un’operazione militare e sono pronti a attaccare. Attualmente raccolgono truppe di terra, carri armati, artiglieria e mercenari jihadisti sopratutto nelle regioni di confine presso le città di Gire Sipi, Serekanije, Manbij, Tel Abjad e Tel Rifat. Si tratta di tagliare fuori e occupare un altro cantone della Federazione Democratica in Rojava, analogamente a come è avvenuto con l’occupazione di Afrin nel 2018. Il governo turco vuole la guerra e ne ha bisogno. Se ci si dovesse arrivare e venisse occupato il Rojava, questo significherà assassinii, stupri e espulsione della popolazione locale. In questo contesto bisogna parlare anche di un altro problema: gli jihadisti di »Stato Islamico« detenuti in Rojava. Nel caso di un’offensiva diventa difficile controllarli – sono migliaia. Così la Turchia contribuirà al fatto che IS possa di nuovo diffondersi maggiormente nella regione. La Comunità Internazionale e i rispettivi Paesi di origine devono trovare una soluzione per gli jihadisti detenuti e assumersi responsabilità.

Come reagiscono le forze militari del Rojava – le Unità di Difesa del Popolo e delle Donne YPG/YPJ curde e le Forze Democratiche della Siria FDS multietniche – a queste minacce?

La linea è chiara: se si dovesse arrivare a un solo attacco, la guerra non resterà limitata a un’area, ma le forze di autodifesa del Rojava risponderanno lungo tutto il confine con la Turchia. È stato e viene continuamente sottolineato, che non viene perseguita una soluzione militare. L’obiettivo del Rojava era ed è ancora, una composizione diplomatica e pacifica. Attualmente ci sono colloqui su una cosiddetta zona di sicurezza anche da parte dell’amministrazione autonoma democratica. Ma questa zona di sicurezza non può consistere in un’occupazione da parte della Turchia. Sarebbe piuttosto una zona che viene gestita dalla popolazione locale.

La popolazione come reagisce al pericolo di guerra?

La popolazione guarda a questo tutt’altro che in silenzio e il suo grado di organizzazione è elevato. Per esempio da giorni in determinate regioni di confine hanno luogo azioni nelle quali civili si mettono sulla possibile linea degli scontri come »scudi umani«. Ma anche le unità di autodifesa civili pattugliano lungo il confine. Inoltre ci sono molte manifestazioni e discussioni. Nessuno nella società viene lasciato solo. Solo così si può rispondere alla belligeranza dello Stato turco.

Cosa farà lei se si arriverà a una guerra?

Questa naturalmente è una situazione difficile da calcolare in anticipo. Io so perché sono qui. Il passo di venire in Rojava e di prendere parte alla rivoluzione significa molto per me. Se ci sarà guerra, voglio resistere al fianco della popolazione qui sul posto. Con le compagne e i compagni intorno a me naturalmente discutiamo molto degli sviluppi. Ci sosteniamo a vicenda. Ma non si tratta solo di questo. Quello che difendiamo qui, è un progetto globale. Io sapevo a cosa andavo incontro, non provo paura.

Cosa possono fare ora le e gli internazionalist* in Europa?

La rete di resistenza globale »RiseUp4Rojava« da alle compagne e ai compagni in tutto il mondo la possibilità di portare nelle piazze la loro solidarietà con la Rivoluzione in Rojava e di informare su quello che sta succedendo qui. Perché se c’è una cosa che dobbiamo capire bene, è che la lotta in Rojava è la lotta di tutte e tutti noi. Quello che succede in Europa incide sulla situazione qui. E a sua volta anche ogni sviluppo in Rojava ha influenza sulla situazione a casa. E noi sappiamo quante armi, per esempio di produzione tedesca, ogni giorno vengono usate dalla parte turca contro il movimento curdo. Senza queste armi la Turchia non sarebbe affatto in grado di fare una guerra.

di Hubert Maulhofer

da junge Welt

https://www.jungewelt.de/artikel/359463.verteidigungsfall-ich-f%C3%BChle-keine-furcht.html


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