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Retekurdistan.it | 17 novembre 2019

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Le avventure politiche di Erdoğan e le elezioni a Istanbul

Le avventure politiche di Erdoğan e le elezioni a Istanbul

23 luglio 2019


Sul periodo di governo dell‘AKP in Turchiadi Cafer Tar, giornalista

La carriera politica e il percorso verso l’istituzione del regime-di-un-solo-uomo, per l’odierno Presidente dello Stato in Turchia Recep Tayyip Erdoğan, sono iniziati Istanbul quando nell’anno 1994 per un soffio vinse le elezioni comunali a Istanbul. Era un periodo nel quale le curde e i curdi, le alevite e gli aleviti, ma anche le forze dell’Islam politico, facevano per la prima volta il loro ingresso sul palcoscenico della politica. Fino ad allora le élite kemaliste erano riuscite con successo a tenere tutti e tre i gruppi lontani dalla sfera politico-legale del Paese.

Ma la Turchia kemalista allora né all’interno del Paese né all’estero, trovava risposte alle grandi sfide politiche davanti alla quale si trovava il Paese. Invece la Turchia era diventata lei stessa un problema. I tribunali erano sotto il controllo dei militari, facendo in modo che non esistesse una giustizia indipendente. Affari sleali dominavano il settore bancario nel Paese, motivo per cui non c’era neanche più sicurezza per il denaro della popolazione nei rispettivi conti in banca. Lo Stato seguiva una tipica politica clientelare. Solo determinante parti della popolazione godevano delle prestazioni sociali, mentre altre parti non ne vedevano mai niente. Per queste ragioni, una parte non irrilevante della popolazione si era allontanata dallo Stato.

In quegli anni, parti della popolazione si risvegliavano lentamente dall’impotenza nella quale erano state messe dal golpe del 1980. Le curde e i curdi disponevano di un certo patrimonio di esperienza come forza politica di opposizione. Ma alevite e aleviti, suryoye, armene e armeni e altre parti sfruttate della società, e anche le forze dell’Islam politico, cercavano il loro posto nella politica.

I sindacati del pubblico impiego, le associazioni di student*, le associazioni culturali alevite, occupavano passo per passo il loro posto pubblico e rafforzavano la lotta per i loro diritti. Tuttavia non riuscirono a portare queste lotte su un livello comune e a riunirsi nella lotta per più democrazia in Turchia. Erano invece spesso in concorrenza tra loro e singolarmente riuscivano ad avanzare solo limitatamente.

In quegli anni, l’allora ancora piuttosto sconosciuto Erdoğan, era Presidente del partito islamista Refah a Istanbul. Parlava alle e ai seguaci del suo partito con una retorica quasi già di sinistra. Criticava le ingiustizie sociali o condannava la corruzione del clientelismo nel sistema bancario turco. Trovava i toni che la gente voleva sentire. Perché ne avevano abbastanza dei mali nel sistema economico e bancario del Paese. La Turchia era diventata uno Stato che non era più in grado di risolvere problemi sociali, ma era completamente affondato nella palude della corruzione. La gente non credeva neanche più che le élite politiche fossero in grado di o intenzionate a risolvere i problemi.

Per questo era necessario un cambio di passo nel Paese. Ma dato che la sinistra politica nel Paese era ancora impegnata con il crollo del socialismo reale e doveva ritrovare di nuovo se stessa, non era in grado di offrire alla popolazione l’alternativa attesa con ansia. E proprio perché dalla sinistra non aveva nulla da temere, al Partito Refah in quel periodo, il potere di governo fu servito su un piatto d’argento.

L’avventura politica di Erdoğan ebbe inizio in queste condizioni. Con una quota di vantaggio dell’appena 25 %, nel 1994 fu eletto sindaco di Istanbul. Dato che però il conflitto tra il Partito Refah e le élite kemaliste del Paese continuava, Erdoğan e i suoi colleghi di partito inizialmente non usarono una retorica islamista. Cercarono invece di parlare a aree più ampie della società e di portarle dalla loro parte.

La pratica poi continuò anche nel periodo di governo dell‘AKP sotto Erdoğan. Per portare un esempio dalla politica estera: la questione di Cipro impegnava la Turchia da diverso tempo. I kemalisti, e in particolare i militari, cercarono di consolidare il loro potere attraverso la questione irrisolta di Cipro. L’AKP si accostò alla questione, almeno dal punto di vista teorico, orientato a una soluzione. Dichiarò di voler risolvere la problematica con Cipro, e in questo modo si assicurò le simpatie della gente.

Ci sono altri esempi come questo, che chiariscono la linea politica dell’AKP di allora: così l‘AKP nei primi anni del suo periodo di governo ha costruito relazioni diplomatiche con gli armeni. Fu fondato un gruppo di lavoro per si occupava dei problemi delle alevite e degli aleviti, e nella questione curda venne costruito il dialogo con il rappresentante curdo Abdullah Öcalan. La Turchia nei primi anni dell’AKP visse una fase di distensione politica.

La gente poteva di nuovo parlare apertamente delle questioni sociali e dei traumi del Paese. Non solo la questione curda, ma una serie di altri problemi della Turchia si erano accumulati nel corso degli anni. Ora la gente iniziava a elaborare questi problemi. Ma poi il governo dell’AKP mise improvvisamente fine ai negoziati di pace con Öcalan, e in Turchia nel 2015, a Suruç e Ankara, ebbero luogo due crudeli attentati.

Fino a questa svolta, Erdoğan aveva sempre vinto le elezioni con una »retorica della vittima«. Trasmetteva l’impressione che lui e il suo partito potessero essere scalzati in ogni momento da un golpe dei kemalisti. Il suo partito voleva fare di più per mantenere le sue promesse di soluzione delle questioni sociali, ma a causa delle minacce, lui e il suo partito avevano le mani legate. Quando poi però questa minaccia però era stata del tutto allontanata, Erdoğan mostrò la sua vera faccia e diventò chiaro che era pronto a fare di tutto per restare al potere.

Le elezioni parlamentari del 7 giugno 2015 hanno segnato una svolta nella storia della Turchia. Il movimento politico delle curde e dei curdi in queste elezioni infatti ha dimostrato che in condizioni di parità può superare senza problemi la soglia anti-democratica del 10%. Il movimento politico delle curde e dei curdi, con il Partito Democratico dei Popoli HDP tra i suoi principali pilastri, con questo successo di tutto rispetto ha messo completamente in sottosopra le analisi politiche dell‘AKP e degli altri partiti turchi. L‘AKP riconobbe davanti a quali difficoltà poteva metterlo un successo del genere da parte dell‘HDP. Per questo cercò di impedire con ogni mezzo che l‘HDP come partito (invece che come fino ad allora con candidati indipendenti) si presentasse alle elezioni. La strategia elettorale dell‘HDP fu discussa ripetutamente anche nei colloqui tra Abdullah Öcalan, l‘HDP e rappresentanti dello Stato. I funzionari statali, anche in queste discussioni cercarono di far recedere l‘HDP dalle sue intenzioni.

Ma l‘HDP portò avanti la sua linea con successo, nelle elezioni superò la soglia del 10%. Un fenomeno collaterale di questo successo elettorale, fu che questi partiti pilastri portanti dello Stato, nel Kurdistan del nord a stento avevano diritto di parola. Le loro quote di voti erano svanite. Questo suscitò il panico nell‘AKP e nello Stato. Anche se lo Stato negli anni si era abituato a fare una guerra contro le curde e curdi in montagna. Ma per la prima volta ora si trovavano di fronte un movimento curdo legale di una simile forza nelle città e nei villaggi.

Inoltre l‘AKP con queste elezioni aveva perso la sua maggioranza assoluta nel Parlamento turco. Dato che non voleva accettare neanche questo, l‘AKP mise fine in primo luogo ai negoziati con le curde e i curdi e poi convocò nuove elezioni. Quello che ne seguì è fu una spirale di violenza come la Turchia finora non ne aveva conosciute. I massacri a Ankara e Suruç ne sono due esempi. Davanti agli occhi dello Stato, bande del cosiddetto a Stato Islamico (IS) fu permesso togliere la vita a centinaia di persone con i loro attentati.

Un motivo per cui l‘AKP si aggrappa così tanto al potere, è la palude della corruzione nelle qualeh i membri del governo si sono recati nei 17 anni del loro potere. Sanno molto bene che nel giorno in cui perderanno il potere, questi scandali verranno analizzati e i responsabili portati in tribunale. Per questo non vogliono cedere il potere. Dopo le elezioni del 7 giugno 2015, Erdoğan in persona aveva segnalato che per mantenere il suo potere era pronto a muovere tutto ciò che si può immaginare.

Tra il 7 giugno e il 1 novembre del 2015, giorno nel quale si svolsero le nuove elezioni, HDP – come anche gli altri partiti – non ebbe possibilità di fare iniziative elettorali. La popolazione era esposta a un accanito terrorismo. In queste condizioni, tra paura e terrorismo, l‘AKP è riuscito a mantenere in piedi il proprio potere e a conquistare una vittoria elettorale.

Poi ci fu il tentativo di golpe del 15 luglio 2016. Dopo la sconfitta del tentativo di golpe, l‘AKP e l‘MHP hanno portato il potere nello stato completamente sotto il loro controllo. Erdoğan definì gli eventi intorno al tentativo di golpe un »dono di Dio«. Ormai sono passati quasi tre anni dal tentativo di golpe, ma i retroscena completi di quella sera continuano a non essere chiariti. Quello che però da allora è cambiato, sono i rapporti di forza nel Paese. Perché nello stato di emergenza che dopo il tentativo di golpe è stato mantenuto per quasi due anni, i detentori del potere attraverso il loro potere legislativo hanno praticamente ricostruito in modo nuovo la struttura dello Stato con valore di legge. Innumerevoli soldat*, poliziott*, accademic*, ecc. sono stati licenziati dagli enti statali.

Ma tutte queste misure non cambiano niente rispetto fatto che l‘era dell‘AKP e di Erdoğan si avvicina alla fine. I risultati delle elezioni comunali del 31 marzo 2019 ne sono un indizio chiaro. La Turchia non può continuare il suo percorso con Erdoğan. Anche la politica estera del Paese è in condizioni catastrofiche. Neanche la questione di Cipro è risolta, anche se proprio su questo l‘AKP aveva fatto la voce grossa. Della questione curda irrisolta, in questa sede non la voglio neanche affrontare. Anche all‘interno del Paese la situazione non è migliore. La popolazione è profondamente divisa e polarizzata.

Il 31 marzo, al blocco AKP-MHP è stato inflitto un duro colpo e il ruolo delle elettrici e degli elettori curdi, in questo ha un grande significato. Nelle province più importanti del Paese l‘AKP ha dovuto subire sconfitte. L‘AKP stesso sembra interpretare la sconfitta elettorale a Istanbul come l‘inizio della propria fine.

Nonostante dozzine di ripetizioni dei conteggi e di ricorsi, nei risultati elettorali della più importante metropoli della Turchia non era cambiato niente. Per questo Erdoğan stesso diede l‘ordine all‘Alta Commissione Elettorale (YSK) di annullare i risultati elettorali e di indire nuove elezioni. La motivazione per l‘annullamento è allo stesso triste e divertente: i e le presidenti di seggio del 31 marzo non erano dipendenti del pubblico impiego. Eppure era stato lo stesso YSK a nominare i e le presidenti di seggio.

Il governo Erdoğan ora punta a una ripetizione dello spettacolo che aveva già messo in scena nelle elezioni parlamentari del 7 giugno 2015. Erdoğan, che parla sempre dell‘importanza della democrazia quando pare a lui, nega ancora una volta la volontà di elettrici e elettori della popolazione, e fa ripetere l‘andata alle urne a Istanbul.

Anche se l‘AKP degrada le elezioni in una farsa, l‘opposizione deve ancora una volta comporsi e non lasciare al campo agli avversari della democrazia. Anche l‘opinione pubblica mondiale dovrebbe andare a guardare bene gli avvenimenti in Turchia e non prolungare inutilmente la durata in vita di questo regime grazie a comportamenti sbagliati.

Il governo di Erdoğan è un maestro nell‘ipocrisia. Per ingannare e manipolare la popolazione, usa propaganda politica. La popolazione della Turchia. proprio per questo dovrebbe chiedere conto a questo governo.

E i partner internazionali di Erdoğan dovrebbero finalmente mettere la parola fine al loro sostegno a questo regime anti-democratico. Perché la Turchia è ben più del solo Erdoğan e dell‘AKP. E un‘altra Turchia oltre questo regime, oggi appare più che mai possibile. Per realizzare questa altra Turchia, non devono lavorare bene solo le persone all‘interno del Paese, anche l‘opinione pubblica internazionale può dare il suo contributo per questo.

Da: Kurdistan Report 204 | luglio/agosto 2019

http://www.kurdistan-report.de/index.php/archiv/2019/68-kr-204-juli-august-2019/858-erdogans-politische-abenteuer-und-die-wahlen-in-istanbul


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