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Retekurdistan.it | 20 luglio 2019

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Make Rojava Green Again tiene il terzo incontro internazionale in Italia

Make Rojava Green Again tiene il terzo incontro internazionale in Italia

6 luglio 2019


La campagna “Make Rojava Green Again” ha avuto il suo terzo incontro internazionale in Val di Susa in Italia, per discutere delle possibilità di una più stretta collaborazione tra i movimenti ecologisti.Dal 28 al 30 giugno è avvenuto, sulle Alpi italiane, l’incontro della campagna internazionale Make Rojava Green Again, a cui partecipano persone provenienti da Italia, Svizzera, Germania e Gran Bretagna.

Make Rojava Green Again (MRGA) è una campagna internazionale focalizzata sui pilastri ecologici della rivoluzione del Rojava. In Kurdistan, MRGA ha sede nella Comune internazionalista del Rojava. In Europa, la campagna MRGA mira a sensibilizzare gli attivisti ambientali sui temi della rivoluzione.

L’incontro si è tenuto in Val di Susa, sede della lotta trentennale “No-TAV” contro la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità da Torino in Italia, a Lione in Francia. L’incontro ha dato spazio a tre giorni di workshop per portare avanti la campagna in Europa e ad una discussione sull’ecologia sociale preparata dal gruppo italiano.

L’ultimo giorno del raduno, gli attivisti di MRGA e i membri della campagna ‘No-TAV’ hanno condiviso le loro esperienze di lotta. Çîya Demhat ha parlato dei problemi ecologici causati dal regime di Assad, dallo stato turco e da Daesh al Rojava. Ha detto:

“Prima della rivoluzione, il regime di Assad ha incoraggiato il ricorso alla monocoltura per fare in modo che il Rojava non potesse mai diventare indipendente. Allo stesso tempo sono stati vietati altri tipi di agricoltura, come l’impianto di alberi da frutto. Questo sistema era fortemente dipendente dall’acqua, dai prodotti chimici e dai fertilizzanti, alcuni dei quali sono stati vietati in Europa ma si usano ancora adesso in Rojava. Il divieto di piantare alberi ha avuto un grave impatto negativo sul suolo. Dopo la rivoluzione ci sono state anche molte pressioni da parte dello stato turco – che hanno impattato l’ambiente – per esempio, la costruzione di dighe in Turchia ha causato la siccità forzata in Rojava. L’esercito turco ha dato fuoco anche agli ulivi. L’uranio impoverito (DU) è stato usato nell’area durante la guerra. Il DU si trasforma in polvere nell’aria e provoca tumori, in particolare nei bambini”.

Un volontario della Comune internazionalista del Rojava ha spiegato il lavoro di ‘Make Rojava Green Again’ che si svolge in Rojava, ha detto:

“Uno dei nostri obiettivi principali è quello di collegare le lotte del Confederalismo Democratico, della liberazione delle donne e quella ecologica. Svolgiamo ricerche con le persone che vivono nella zona [vicino alla comunità internazionalista] sul modo in cui vivevano. Come le persone lavoravano con gli animali e con la natura. Abbiamo creato un vivaio dove abbiamo raccolto molte varietà di alberi, alcuni dei quali non esistevano più in Rojava. Abbiamo svolto un lavoro pratico con un comune della città di Derik, piantando alberi sulle rive del fiume. Abbiamo anche avviato un progetto per la purificazione delle acque grigie presso la comunità internazionalista per il riutilizzo delle acque reflue. E stiamo lavorando nella città di Qamishlo per costruire il sistema di riciclaggio dei rifiuti. L’internazionalismo è un elemento centrale per MRGA, perché conservare la natura è importante, ma non ci porterà alla rivoluzione da soli”.

Infine, Francesca di MRGA ha parlato del lavoro della campagna al di fuori di Rojava:

“Siamo una rete diffusa in tutta Europa, ma abbiamo anche supporto in Sud America e negli Stati Uniti. Cerchiamo di sensibilizzare l’opinione pubblica sugli aspetti ecologici della rivoluzione. Cerchiamo anche di scambiare e condividere le conoscenze sulle tecnologie di basso livello, che possono essere gestite e governate democraticamente. Queste capacità sono particolarmente utili a causa dell’embargo sul Rojava”.

Gli attivisti hanno infine ascoltato una presentazione del movimento “No-TAV”. Nicoletta, coinvolta nel movimento per molti anni, ha detto:

“La nostra lotta in Val di Susa è in corso da 30 anni. Non è solo una lotta contro una linea ferroviaria, è una lotta ecologica contro la devastazione della terra. I lavori [sul tunnel per la linea ferroviaria ad alta velocità] non sono ancora iniziati ma sono già stati distrutti molti alberi centenari. È una lotta contro il modello globale di sviluppo rapido e consumistico. Un sistema che favorisce il flusso costante di denaro e di merci, ma non il movimento delle persone. Il governo italiano non è riuscito a gestire adeguatamente le piccole linee ferroviarie costruite per il popolo. Ma vuole sostenere questo nuovo progetto fatto solo nell’interesse del denaro e degli imprenditori che vogliono muoversi velocemente. Condividiamo molta solidarietà con la lotta per il Confederalismo Democratico in Rojava perché, come il nostro movimento, è una lotta del popolo dal basso verso l’alto”.

Valentina, un’attivista locale, ha continuato:

“Nel 2005, la polizia è venuta a sfrattare il nostro Presidio. Molto rapidamente, migliaia di persone sono venute a difenderlo. La polizia ha cercato di bloccare la strada, ma la gente si è fatta strada con la forza. In seguito, il progetto è stato sospeso per diversi anni. Nel 2011 sono stati pianificati nuovi progetti per scavare il tunnel per il treno ad alta velocità in una valle più piccola, che è stato più facile da difendere per la polizia e l’esercito. Ma gli attivisti ‘No-TAV’ hanno capito la posizione in anticipo e hanno occupato la valle, dichiarando una repubblica autonoma. Lo spazio è stato tenuto per un mese.

Roberto ha parlato della repressione della zona autonoma da parte della polizia:

“Sono venuti 2500 poliziotti, che hanno picchiato la gente e fatto a pezzi le strutture, ristabilendo il controllo. Hanno costretto la gente ad uscire. Poi sono iniziati i lavori esplorativi sul tunnel

Un altro attivista ‘No-TAV’, Andrea, ha continuato:

“Il fatto che siano stati in grado di fare solo un lavoro esplorativo, e non di iniziare il lavoro vero e proprio sul tunnel è dovuto alla resistenza della gente della valle e del movimento “No-TAV”. In oltre 30 anni di lotta abbiamo imparato che non possiamo più aspettare nè fidarci dei governi. Il movimento ‘No-TAV’ non avrà raggiunto i suoi obiettivi finché non avremo cambiato il modello di sviluppo globale. Dobbiamo cambiare questo modello dal basso verso l’alto. Il nuovo modello che vogliamo creare non sarà solo locale. Dobbiamo trovare soluzioni insieme e cooperare a livello internazionale. Un’altra cosa che abbiamo imparato è ascoltare le esperienze di altre lotte ed imparare. Dobbiamo imparare a criticare noi stessi. Come fa il popolo curdo con la tecnica del Tekmîl”.

L’incontro tra MRGA e ‘No-TAV’ si è concluso discutendo su come lavorare più strettamente insieme in futuro.

Fonte: ANF


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