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Retekurdistan.it | 19 ottobre 2019

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Xelîl: Servono nuovi colloqui di pace per la Siria

Xelîl: Servono nuovi colloqui di pace per la Siria

13 giugno 2019


Aldar Xelîl del Movimento per una Società Democratica (TEV-DEM) afferma che sono necessari nuovo colloqui internazionali di pace per la Siria, nei quali siedano al tavolo anche i curdi.Tra il 2012 e il 2017 a Ginevra in Svizzera si sono svolte cinque conferenze di pace per la Siria. Sono rimaste tutte senza successo, anche perché non è stato creato uno spazio per i curdi al tavolo dei negoziati. Aldar Xelîl, componente del Consiglio Esecutivo del Movimento per una Società Democratica (TEV-DEM), fa appello per una riedizione dei colloqui di pace, ai quali dovrebbero prendere parte anche i curdi. Abbiamo parlato con Xelîl della situazione a Efrîn, del pericolo in essere da parte di IS, delle discussioni su una zona internazionale di sicurezza e degli sforzi della Federazione Siria del Nord e dell’Est per una soluzione politica nel conflitto in Siria.

La ringraziamo monto per essersi preso tempo per le nostre domande. Vorremmo iniziare direttamente con la situazione a Efrîn. Lì si intende portare l’occupazione al livello successivo attraverso la costruzione di un muro. Qual è la situazione a Efrîn occupata e cosa viene fatto per la fine dell’occupazione?

L’occupazione di Efrîn è iniziata un anno e tre mesi fa. In precedenza era stata una grande battaglia contro le intenzioni di occupare. 1.500 persone sono cadute in questa battaglia, almeno altrettante sono rimaste ferite. Tutta la nostra popolazione era impegnata nella resistenza. Ma alle fine lo Stato turco è riuscito a realizzare l‘occupazione. Anche se la Turchia attualmente tiene occupato il suolo di Efrîn, noi siamo convinti che fino ad oggi sono riusciti a spezzare la volontà della popolazione. Siamo convinti del fatto che libereremo Efrîn. Tutti i nostri lavori e progetti puntano a questo.

Della realtà a Efrîn purtroppo fa anche parte il fatto che lo Stato turco ora trasferisce anche a Efrîn la politica di assimilazione e sfruttamento che realizza da decenni in Kurdistan del nord. L’identità curda, la cultura, la lingua e la storia sono esposte ad un pericolo crescente. Davanti agli occhi dell’opinione pubblica mondiale viene modificata con la violenza la composizione demografica della regione. La popolazione locale in gran parte è stata scacciata. Coloro che sono rimasti, sono esposti a minacce, sequestri e tortura. Al posto di chi è stato scacciato, vengono insediati famigliari delle milizie islamiste che collaborano con la Turchia. In questo modo si intende cancellare del tutto l’identità di Efrîn.

La resistenza contro l’occupazione è variegata. Inizialmente per due mesi è stata fatta una resistenza militare. La popolazione di Efrîn costretta alla fuga, dall’inizio dell’occupazione è in resistenza. Resiste alle condizioni di vita assai difficili nella regione Şehba. Noi come movimento opponiamo resistenza a livello politico, diplomatico, economico ed organizzativo. E in effetti perdura la resistenza militare contro gli occupanti di Efrîn. Io sono convinto che con la nostra volontà di resistere alla fine libereremo Efrîn. Questo obiettivo è un aspetto centrale di tutti i nostri lavori. Alla fine questi sforzi saranno coronati dal successo. Su questo non abbiamo dubbi e questo neanche il nemico lo può impedire.

Un altro tema a livello di lotta armata è IS. Attualmente da questa organizzazione scaturisce ancora pericolo?

La mentalità di IS continua ad esistere e rappresenta un pericolo. Anche se l’organizzazione è stata sconfitta militarmente, continua ad agire in clandestinità a partire da cellule dormienti. Questo non è solo un pericolo per il Rojava e per la Siria del nord e dell’est, ma per il mondo intero. Per questa ragione la lotta comune contro IS così come è stata condotta finora, deve continuare anche contro l’atteggiamento di questa organizzazione e contro i suoi sostenitori. Solo così si può raggiungere una vittoria definitiva su IS. Altrimenti l’organizzazione può riorganizzarsi e diventare nuovamente un problema.

E c’è una soluzione per i membri di IS catturati?

In effetti i prigionieri rappresentano un grosso peso per l’Amministrazione della Siria del Nord e dell‘Est. I prigionieri sono molti e da loro parte un pericolo che va preso sul serio. Il loro atteggiamento è pericoloso. Per questo se ne occupa anche la Comunità Internazionale degli Stati. I Paesi dei quali hanno la cittadinanza i prigionieri, dovrebbero sentirsi responsabili per loro. Dovrebbero venirli a prendere. L’Amministrazione della Siria del Nord e dell’Est ha fatto una corrispondente offerta ai Paesi.

Ma c’è anche la proposta di un tribunale internazionale?

Questo è giusto. Noi abbiamo proposto che insieme alle Nazioni Unite e alle forze internazionali sia istituito un tribunale internazionale davanti al quale vengano messi i membri di IS. Non si tratta solo delle persone che hanno combattuto nelle file di IS. Anche su quelle forze e quegli Stati che hanno sostenuto questa organizzazione va fatta luce. Come è nato IS, di quali crimini si è reso responsabile, quali conseguenze hanno avuto questi crimini, tutto questo deve essere elaborato. Naturalmente i colpevoli devono rispondere anche dei crimini da loro commessi.

A livello internazionale i colloqui di Ginevra e Astana non hanno portato ad alcuna soluzione. Secondo il suo parere, come dovrebbe procedere a questo livello?

I colloqui di Ginevra sono andati a sbattere contro un muro. L’opposizione che lì era stata invitata per un determinato periodo ha avuto certa influenza all’interno e all’esterno della Siria. Ma questa in Siria l’ha persa da tempo. Per questo il regime non li prende più sul serio. Fino ad un certo punto questa opposizione è stata appoggiata anche dalla Turchia. Controllano alcune città in Siria. Poi però Ankara li ha abbandonati. A Ghouta, Homs, Hama, Aleppo e ora anche a Idlib l’opposizione è stata lasciata piantata in asso dalla Turchia. Appunto perché l’opposizione puntava troppo sulla Turchia, oggi non ha più significato.

Anche i colloqui ad Astana non hanno influenza. Lì si sono incontrati Russia, Turchia e Iran. Ma dall’operazione a Idlib quella sede di colloqui non ha più significato.

Noi fin dall’inizio abbiamo perorato che colloqui di pace avrebbero avuto senso sotto l’egida dell‘ONU. Oggi siamo convinti del fatto che una rivitalizzazione dei colloqui di Ginevra ai quali partecipiamo anche noi, andrebbero nel senso della pace in Siria. Tutti gli altri attori della guerra civile siriana hanno perso il loro significato di una volta. Ora la pace deve essere negoziata tra noi e il regime.

E a fronte di questo scenario ci sono anche colloqui diretti tra voi e Damasco?

Con il coinvolgimento di un mediatore, anche noi non siamo avversi a un’opzione di condurre colloqui diretti con Damasco. Ci sono già stati diversi sforzi in questa direzione. Ma il regime a Damasco non lo ha accettato. I canali di colloquio sono stati fermati e le condizioni per un dialogo rimosse. Attualmente per questo non c’è un dialogo. Ma noi vogliamo sottolineare ancora una volta che nel senso di una soluzione politica e pacifica in Siria, siamo disposti a parlare con tutti gli attori che possono avere influenza a questo proposito.

E qual è il vostro atteggiamento rispetto all’istituzione di una zona di sicurezza internazionale?

Noi osserviamo con grande attenzione le discussioni su questo. L’idea infatti continua a essere discussa da Turchia, USA e altre forze della coalizione. Su questo vengono condotti colloqui anche con l’Amministrazione della Siria del Nord e dell’Est. Si sono svolte diverse sedute sul tema. Ma finora non c’è chiarezza. Il tema quindi è stato buttato nello spazio pubblico, ma cose la si vuole realizzare nessuno lo sa ancora. Ma le discussioni perdurano. Gli USA e alcuni Paesi europei vogliono partecipare a una zona internazionale di sicurezza. Dalle loro proposte emerge che la responsabilità della zona dovrebbe essere consegnata a un’alleanza internazionale e non alla Turchia. Noi su questo tema infatti abbiamo presentato le nostre proposte. Alcune delle condizioni riguardano la situazione di Efrîn, altre il possibile ruolo della Turchia in un intento del genere. Ma come ho detto, molto ancora manca di chiarezza. E ci vorrà ancora tempo perché tutto diventi chiaro.

Fonte: ANF


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