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Retekurdistan.it | 19 giugno 2019

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Le Donne del Kurdistan (3 parte)

Le Donne del Kurdistan (3 parte)

20 marzo 2019


Reportage dentro al femminismo curdo. In questa terza parte Mirca Garuti ci porta in Iran per conoscere l’associazione femminile Repack e le opposizioni curde in territorio iraniano- Rojhilat, 20 marzo 2019, Nena News – Il Kurdistan non è, da sempre, uno Stato unico. Il popolo curdo, così ci racconta la storia, ha vissuto da sempre su una terra di confine tra l’Impero Romano e l’Impero Persiano. I curdi hanno per secoli governato ampie zone dall’Egitto all’Iran senza però essere autonomi e sovrani. Sono una popolazione molto numerosa con una forte identità e con il desiderio di una propria autonomia territoriale.

La prima guerra mondiale portò alla rottura degli equilibri in Oriente. Il Trattato di Losanna del 1923 segna il tradimento delle potenze europee nei confronti degli impegni presi con le popolazioni curde e armene. Viene decisa la divisione del Kurdistan ottomano fra tre Stati (Turchia, Siria, Iraq) mentre il Kurdistan orientale era già incluso nei confini dell’Iran (Rojhilat). I curdi sono così privati, ancora una volta, della loro autonomia in nome di scelte politiche internazionali. I confini si disegnano così con una matita su una carta geografica senza il minimo interesse verso il popolo stesso.

Incontriamo due attiviste dell’Organizzazione Kejar (Unione delle donne libere del Rojhilat), Ciwana e Berivan. Due splendide compagne con le quali sono subito entrata in sintonia nonostante la difficoltà linguistica. Siamo riuscite a capirci e a creare una profonda atmosfera di amicizia. La loro attività si svolge sul confine iraniano.

I curdi sotto il dominio di Reza Kkan (1921) furono privati dei diritti nazionali e questo stato di repressione continuò fino alla seconda guerra mondiale quando l’Iran fu occupata dai britannici e dai sovietici. Tra i due occupanti, il Kurdistan era diventato una terra di nessuno e nel 1941, quando salì al trono il figlio dello Scià, Reza Pahlavj, fu proclamata la Repubblica di Mahabad, che durò solo un anno. A Mahabad fu coniata la parola “Peshmerga”, colui che è votato alla morte per la vita del Kurdistan. La repubblica di Mahabad ha un’importante valore storico, riconosciuto ancora oggi, in quanto i curdi sono riusciti a realizzare uno Stato di fatto indipendente.

Sotto il potere di Reza Pahlavi il Kurdistan è militarizzato ed ogni movimento della popolazione è sotto controllo. La repressione anticurda non si manifesta solo con il carcere, campi di concentramento ma anche con un’oppressione economica e culturale. Nel 1978 inizia la rivoluzione islamica con grandi sollevazioni popolari guidate dal ayatollah Khomeyni. Il popolo curdo aveva sperato molto in questo cambiamento, sperava di vedere legittimato le sue aspirazioni d’autonomia. Purtroppo questo non è avvenuto. Khomeini, infatti, aveva promesso ai curdi, durante il suo esilio a Parigi, autonomia e diritto di vivere in pace e libertà, invece dopo poco tempo dal suo ritorno in patria, dichiarò guerra ai curdi affermando che “uccidere un Curdo non è peccaminoso, perché erano degli infedeli, in quanto tolleranti, e soprattutto non erano fanatici”. Anche durante la presidenza di Khatami i curdi avevano sperato in una soluzione pacifica al loro problema, ma sono sempre state promesse non mantenute.

In Iran, ci dice Ciwana, ci sono sempre stati molti partiti di sinistra sia sotto lo Scià che con Khomeyni, in opposizione al governo. La posizione più colpita è sempre stata quella dei curdi. Non è possibile stimare con precisione la composizione della popolazione curda per vari motivi dovuti all’incertezza dei dati censuari, alla mobilità della popolazione e alla sua distribuzione in parte a nordovest e in parte a nordest. Si calcola quindi che circa 4/5 milioni di curdi siano residenti nelle province occidentali, 2/3 milioni invece in quelle del Nordest ed 1 milione nella provincia di Teheran.Rappresentano il terzo gruppo etnico del paese dopo i persiani e gli azeri.

I due partiti d’opposizione sono il Partito Democratico del Kurdistan d’Iran (Pdki), fondato del 1945, il più longevo partito, oggi ancora attivo e l’Organizzazione rivoluzionaria dei lavoratori del Kurdistan (Komala) d’ispirazione maoista. Con la cattura di Ocalan nel 1999, è esploso poi il nazionalismo curdo, con una grandissima manifestazione a suo favore. Molti giovani sono entrati nella guerriglia e nel 2004 nasce una nuova formazione di stampo nazionalista denominata “Partito per una vita libera in Kurdistan” (Pjak),considerato un’organizzazione terroristica da Iran, Stati Uniti e Turchia. Il Pjak rappresenta quindi l’evoluzione dello scontro dei curdi impegnati nella lotta armata contro le autorità dello stato invocando l’indipendenza e l’autodeterminazione del Kurdistan iraniano.

Con la nascita di questa organizzazione, i vecchi classici partiti perdono nel popolo potere e speranza. Il Pjak dopo essersi organizzato da solo e radicalizzato tra i civili, ha formato l’ala militare e politica. L’ala politica “Kodar” (il Congresso della Società Libera e Democratica del Kurdistan Orientale) ha sede in Europa e in Iraq ed opera in Iran in modo molto silenzioso. Alla fine del 2017 sono iniziate molte proteste da parte della popolazione in diverse città per ottenere libertà e diritti fondamentali.

Il lavoro dell’Organizzazione Kejar, continua Ciwana, è contro il sistema, con attività organizzate militari. Sono guerrieri e come tali operano in clandestinità ovunque c’è bisogno. L’Iran è il paese con il più alto numero di esecuzioni pro capite al mondo. Lo stato uccide per traffico di droga, omicidio, rapina, guerra a Dio, atei, stupro, adulterio e naturalmente per reati di natura politica e terrorismo. In realtà molte uccisioni per reati comuni nascondono omicidi di oppositori politici o appartenenti a minoranze etniche come curdi, azeri, baluci e ahwazi. Per queste persone i processi sono rapidi e severi e si risolvono con la pena di morte. L’impiccagione è il metodo più usato e si continua ad uccidere anche in pubblico.

Il partito Kamala invece ha una sua diversa strategia: aspetta un possibile intervento americano per poi accodarsi e combattere il regime. Il Pjak non è d’accordo con questa strategia, rifiuta di chiedere ad altri stati d’intervenire con le armi perché la popolazione si può organizzare in maniera collettiva per contrastare il regime ed ottenere giustizia. Il movimento Kejar, dal momento che operano fuori dal paese, sono in grado di mettere in rete il loro pensiero, le attività, la politica e la condizione della donna, senza nessun problema. Sperano anche di poter mettere in pratica anche in Iran la proposta che stanno facendo in Europea di una “Democrazia dei Popoli”, ossia di mettere insieme tutte le forze di sinistra per contrapporsi ai regimi dittatoriali.

Alla fine, Ciwana e Berivan chiedono a noi cosa possiamo fare. In Italia riusciamo ad avere rapporti con il popolo curdo della Turchia, Iraq e Siria, ma non quello dell’Iran. E’ una situazione molto delicata e complicata.

REPACK – Centro Curdo per le questioni femminili

L’Associazione delle donne Repack è stata fondata nel 2014 e si occupa di ricerca dei problemi femminili in tutte le quattro parti del Kurdistan. La base è sempre il Confederalismo Democratico. Il loro lavoro è trasversale, in quanto danno informazioni sulle necessità delle donne e, nello stesso tempo, offrono a loro stesse supporti logistici e politici, mettendo in rete tutte le donne curde e non, in tutte le quattro le parti del Kurdistan e in Europa.

Durante gli attacchi dello Stato islamico nel Kurdistan meridionale nell’estate del 2014, il loro ufficio era diventato un importante punto di riferimento per giornalisti, attivisti, delegazioni che si recavano in Kurdistan. Inoltre, nell’ambito di varie conferenze ed interviste, hanno reso pubbliche le informazioni sulla situazione delle donne yezide.

Il sistema patriarcale in Medio Oriente purtroppo non è diminuito, esiste come esiste anche nel resto del mondo, unica differenza che in Europa non è evidente, è nascosto dentro le mura domestiche. In M.O. la lotta contro questo sistema acquisisce energia e forza dalla situazione della donna nell’antichità, quando era lei al centro della società. Con il Confederalismo Democratico il ruolo della donna è visibile. Si deve partire da un lavoro collettivo. Il percorso da fare richiede molto tempo ma solo attraverso questo sistema il ruolo del maschio può perdere potere.

Le donne del Repack che incontriamo si dicono felici nel sapere che dietro di loro esiste un esercito di sole donne (YPJ, Kongra Star ecc.) Nella realtà dei fatti, la loro lotta per una rivendicazione di parità è rivolta anche all’interno della loro comunità e non solo contro una mentalità di stato. La donna può anche fare politica, ricoprire ruoli importanti, ma la vita quotidiana è un’altra cosa. In questa regione ha sempre comandato il maschio e cambiare i ruoli non è certamente facile. Da considerare poi che durante le guerre, sono le donne che subiscono di più.

Poco dopo il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno proclamato da Barzani nel settembre 2017, l’Iran chiude le frontiere ed invia truppe al confine, la Turchia sospende i collegamenti aerei, il governo iracheno intensifica i controlli delle frontiere ed invia truppe verso Kirkuk. In questo contesto, l’esercito centrale iracheno con l’aiuto delle milizie sciite iraniane di Hashd al-Shaabi hanno attaccato e occupato diverse città a sud di Kirkuk e a Tuz Khurmatu. Le milizie iraniane entrate poi a Tuz Khurmatu hanno violentato 200 donne. Molte di queste donne sono state poi uccise o dagli stessi violentatori o dai propri familiari per la vergogna subita.

Il Repack è formato da molte persone che sono radicate in ogni settore della società. In questo modo possono fornire prima di tutto informazioni utili da poter analizzare per risolvere quei problemi per loro importanti. Insegnano a tutte le donne senza distinzione di etnie. Per le violenze domestiche a Sulaymaniyah non possono muoversi apertamente, devono intervenire praticamente di nascosto, è difficile ma cercano di non lasciarle da sole. In Turchia invece la guerra contro le donne non è apertamente visibile, viene esercitata attraverso leggi stabilite da Erdogan, come per esempio la possibilità di sposarsi a solo 12/13 anni.

La situazione della donna che vive nei villaggi è migliore rispetto a quella che vive in una grande città, perché nei piccoli centri esiste ancora un sentimento di umanità che unisce le persone. Le donne del Repack hanno contatti con le donne in Rojava e con le yezide, nessuno invece con quelle della zona di Barzani. A Kobane è stato ultimato il progetto “La Casa delle donne”, dove vengono accolte anche donne che sono state allontanate dalla propria famiglia. La Casa svolgerà la funzione di Accademia delle donne, luogo di formazione, di studio, di prevenzione e attività lavorative che possano creare reddito alle donne stesse. La cosa importante è che le donne escano di casa, che possano raggiungere una propria autonomia, conoscere i propri diritti e che imparino a rapportarsi con il maschio senza sentirsi inferiori.

Le donne curde possono essere un esempio per tutte noi, specialmente oggi in cui i nostri diritti sono sotto attacco attraverso nuove normative o tentativi di annullare e cambiare quelli in essere, ottenuti con determinazione e lotte negli anni passati. Lo strumento migliore resta comunque l’unione e la formazione culturale.

per la seconda parte del reportage clicca qui

Testo e foto di Mirca Garuti – Alkemianews


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