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Retekurdistan.it | 20 agosto 2019

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Diyarbakir dopo la guerra: La riqualificazione con i carri armati

Diyarbakir dopo la guerra: La riqualificazione con i carri armati

22 gennaio 2019


Sur è il centro storico di Diyarbakir, detta anche Amed, città     nel sud-est della Turchia, considerata la capitale informale dei curdi del Bakur, il Kurdistan turco. La città fa poco più di un milione di abitanti e si sviluppa in maniera particolare, non espandendosi a raggiera né a cerchio, ma interamente verso ovest, in orizzontale. L’insediamento originario, Sur per l’appunto, era un centro urbano già tremila anni fa e sorge sulle rive del Tigri, dove si trovano le terre più fertili. Diyarbakir si è poi sviluppata dal lato opposto, verso occidente, il che spiega perché Sur, pur essendo il quartiere storico di Diyarbakir, non ne sia il centro ma piuttosto una propaggine isolata. Le imponenti, antiche mura che circondano Sur (costruite dai romani) contribuiscono a separarla dal tessuto urbano circostante.

Sur è un quartiere popolare, molto grande, abitato prevalentemente da curdi poveri. È un magnifico labirinto di case, moschee, monumenti, chiese, caffè, mercati, hammam. Possiede la singolare capacità di far scoprire qualcosa di nuovo ogni volta che lo si visita: la casa dei poeti, le cui sfide a colpi di poesia-storia orale ricordano la tradizione sarda dei poeti-pastori; un hammam riadattato a caffè; una libreria, un fabbro, un bazar.

Già prima del conflitto, Sur era appetita dagli speculatori. Un centro storico magnifico, accanto a due meraviglie architettoniche – la fortezza, il parco, le mura – e in una grande città, tutto sommato facilmente raggiungibile: un ottimo prospetto. Ma ad abitare questo spazio vi sono dei curdi, per di più poveri. Lo stato gli è per definizione ostile, e loro ricambiano. Negli anni sono stati presentati diversi progetti. Prima della guerra, grandi operazioni di riqualificazione erano state presentate dal governo tramite l’agenzia edilizia di stato Toki. Fino al 2015, ogni tentativo simile aveva dovuto fermarsi a fronte di forti resistenze locali.

La guerra invisibile

Non pretendo assolutamente di annoverarmi tra gli esperti della questione curda. Quello che ho capito, però, è che in questa regione ogni persona che ho conosciuto ha un parente, un figlio, un amico, che è stato ucciso, carcerato o torturato – se non l’interlocutore stesso. Un attivista dell’Hdp (Partito democratico dei popoli, pro-curdo) ricorda di quando gli hanno ammazzato il vicino di casa davanti agli occhi. Un’amica ingegnere racconta di quando, ancora bambina, le forze speciali turche presero suo fratello maggiore per le gambe e lo sospesero fuori dal balcone, ricattando la madre: cercavano suo zio, combattente del Pkk. Il figlio di un noto poeta racconta l’esilio e l’uccisione del padre. Una ragazza è stata in carcere per qualche mese alla fine del liceo: aveva portato a una manifestazione un cartellone con su scritto “Viva il confederalismo democratico”. Un’altra è dovuta venir via dalla cittadina in cui lavorava: è stata rasa al suolo quasi interamente dopo i combattimenti del 2015. Le foto dei parenti uccisi campeggiano in ogni salotto.

Dall’autunno 2015 alla primavera 2016, a Sur c’è stata la guerra, come in altre città del Kurdistan turco. Eppure, se uno sbarcasse oggi alla stazione del bus di Diyarbakir e si recasse a passeggiare tra i vicoli di Sur, difficilmente potrebbe reperire dei segni evidenti della guerra che ha colpito il quartiere. Anche perché il quartiere non c’è più: i primi distretti a essere stati demoliti sono quelli dove si è combattuto. Forse, aguzzando gli occhi, potrebbe scorgere le scritte PKK, YPG e Biji Apo (viva Apo, cioè Ocalan) cancellate a grossi tratti neri, e sostituite da grandi mezzelune stellate a colpi di bomboletta nera.

La mancanza di segni nasconde in realtà uno dei più gravi episodi militari nella guerra tra curdi e stato turco. Ed è stupefacente che questo episodio – in cui sono morte più di duemila persone, tra cui almeno trecento civili in tutta la regione kurda – sia avvenuto poco più di due anni fa.

In città quali Sarajevo o Beirut, è facile reperire le smitragliate e i buchi degli obici; a Sarajevo l’Holiday Inn è praticamente un monumento della guerra, cosi come il cinema distrutto di Beirut. Epifenomeni di guerre finite da venticinque anni. A Diyarbakir, nel giro di un migliaio di giorni, sono scomparse tutte le tracce.

Alla fine dell’estate del 2015, l’interruzione dei colloqui di pace tra Pkk e governo, la guerra in Siria, gli attentati (di cui uno a giugno, a un comizio elettorale dell’Hdp a Diyarbakir, aveva provocato la morte di cinque persone), avevano esacerbato un clima già rovente. In autunno, l’intera regione del Bakur s’infiamma con un’intensità rara persino per quelle latitudini. Le rivolte non sono semplici giornate di scontri o combattimenti sui versanti delle montagne, ma vere e proprie insurrezioni urbane, un fatto inusuale.

Cizre, Diyarbakir e gli altri centri urbani curdi diventano teatro di barricate, prese di potere, infine dichiarazioni di autonomia. Alla guida ci sono i giovani delle Ydg-H: un movimento politico giovanile curdo vicino al Pkk, originariamente studentesco, infine armato (la H sta per Movimento, che nella tradizione politica turca indica una formazione che non disdegna l’uso delle armi).

La reazione dello stato turco, che aveva temporeggiato in un primo momento, si caratterizza per un’estrema violenza che, a Diyarbakir, diviene infine guerra aperta e assedio. Il primo coprifuoco imposto dalle autorità su Sur data di settembre. A dicembre, diviene permanente. A fronte delle armi leggere impugnate dai militanti, arrivano in città i carri armati, i mortai, l’esercito.

Mentre la battaglia infuria, i cecchini sparano, i carri armati sfondano le case, il primo febbraio 2016 il premier turco Ahmet Davutoğlu dichiara all’agenzia di stampa statale che Sur sarebbe stata restaurata «in maniera cosi bella» da diventare «un’attrazione turistica». L’idea è fare «esattamente come Toledo», la città spagnola semidistrutta durante la guerra civile degli anni Trenta. Il tutto rispettando «il tessuto architettonico» e culturale della città.

Il retaggio architettonico e culturale di Sur è di una ricchezza incredibile. Poggia un lato sul Tigri e l’altro sulle mura di origini romane che circondano l’Ic Kale e i giardini dell’Hevsel, entrambi patrimonio Unesco, le cui origini rimontano ai tempi delle civiltà babilonesi.

Sur è una città che è divenuta quartiere nel corso dell’espansione di Diyarbakir. È una città antica, costruita da magioni millenarie di basalto nero. Molte erano di proprietà di famiglie armene, prima del genocidio (sulla relazione tra i curdi del Bakur e il genocidio armeno ci sarebbe molto altro da scrivere, ma non è questo il luogo adatto). Ancora oggi c’è una chiesa armena e un’altra siriaca. Vi sono moschee che datano di cinquecento anni, un minareto assurdo e ben più antico – sul quale torneremo più tardi –, caravanserragli e hammam di epoca medioevale.La pianta del quartiere è un’irrazionale costellazione di vicoli, spesso cosi stretti da non vedere il sole (per fortuna: d’estate la colonnina registra regolarmente più di quaranta gradi). Vi abitavano quasi centomila persone ed era composta da quindici distretti fino a due anni e mezzo fa. Oggi ne rimangono otto. Gli altri sette sono stati demoliti, rasi al suolo a partire dal 2016 dall’esercito turco.

Fatma Ates ha la mia età – ventotto anni. Ha gli occhi marroni ed è sottile come un giunco, tutta pelle e ossa. Non ha niente del fisico della madre, a giudicare dalle foto sparse in casa, con la quale condivide tuttavia il nome: anch’essa si chiamava Fatma. Si siede, offre del té e racconta pazientemente la sua storia. La sua voce è piatta come la piana del Tigri: «Avevamo deciso di restare nel quartiere, nonostante la battaglia. Non ho mai avuto nessun rimorso per questa decisione. È stata la nostra scelta, nessuno ci ha costretto né a restare, né a partire. Mia madre era molto conosciuta nel quartiere, i combattenti la chiamavano anne (madre in turco). Cucinava per loro, li sosteneva. Era una figura di riferimento… Sono cresciuta a Sur, ma sono nata in un villaggio chiamato Seyrantepe, a circa centocinquanta chilometri da Diyarbakir. È uno di quei villaggi distrutti dall’esercito negli anni Novanta. Dopo che l’esercito gli aveva distrutto la casa, i miei genitori – come decine di migliaia di altri – si sono stabiliti a Sur. Mia madre diceva sempre: ho lasciato la mia casa una volta, non lo farò mai più. Non voleva andarsene, per paura che la casa fosse distrutta, e non voleva andarsene mentre i più giovani combattevano. Ma a febbraio, casa nostra già non c’era più. Era stata distrutta da un carro armato… Guarda, ti mostro un video. L’ho trovato sui social, ieri».

Il video che mi mostra è firmato da una delle più importanti agenzie giornalistiche turche. Sullo schermo del telefono si apre una scena inquietante: una serie di blindati Cobra sono parcheggiati in mezzo a una zona di edifici quasi completamente distrutti. È Sur, 21 febbraio 2016, zona di Hasirli, oggi rasa al suolo. L’inquadratura gira verso destra, fino a coprire tre soldati scaglionati che molto nervosamente sorvegliano un gruppo di civili in avvicinamento. Sembrano figure di un set cinematografico. Tutt’attorno, edifici sfondati, mitragliati, bucati. Luce fredda, invernale.

«Quelli siamo io, mia sorella e mio padre», dice Fatma. Tengono ciascuno un angolo di tappeto, aiutati da altri due uomini. Il tappeto sembra molto pesante, perché avanzano con fatica. I soldati urlano. «Dentro al tappeto c’era mia madre. Eravamo in casa, non la nostra, che era stata distrutta come ti ho detto, ci eravamo spostati in un’altra casa con altre tre o quattro famiglie di sfollati. Doveva essere mezzogiorno quando l’esercito ha cominciato a bombardare coi mortai. Un proiettile è caduto molto vicino, e le schegge hanno colpito mia madre tra la spalla destra e la schiena, e alla gamba destra. Era ferita gravemente, ma cosciente. Abbiamo chiamato i soccorsi, ma il coprifuoco e l’assedio non hanno permesso l’arrivo dell’ambulanza prima di quattro o cinque ore. Poi abbiamo preso una bandiera bianca, il tappeto e mia madre e siamo andati verso la polizia. Guarda, vedi? I soldati prendono il tappeto, lo mettono nell’ambulanza. A noi ci hanno preso i poliziotti, e ci hanno arrestati. A quel punto mia madre era ancora viva, parlava. È mentre eravamo in detenzione che abbiamo saputo che era morta. Non abbiamo mai saputo, invece, se l’hanno curata o no. La polizia la ricercava, e quando io sono passata davanti al giudice, mi ha detto che avrei pagato per le colpe di mia madre».

A questo punto la ragazza che mi accompagna per farmi da traduttrice scoppia a piangere. Io e il fotografo restiamo in silenzio. La traduttrice abbraccia Fatma con fare materno e consolatorio, dandomi la schiena. Fatma mi guarda con evidente imbarazzo.

Fatma non dà segno di alcuna emozione, per questo è imbarazzata. Durante le due ore e più d’intervista, non accenna al minimo cedimento emotivo. Racconta la sua storia come fosse una ricetta di cucina. Fatma è liscia, come una lastra di acciaio forgiata nel fuoco del rogo dei villaggi curdi degli anni Novanta, poi in quello dell’assedio di Sur, infine nel carcere. Probabilmente, è proprio questo che fa paura allo stato turco, forse ancor più dei combattenti delle Ydg-H. Forse è proprio l’acciaio di Fatma, e degli altri migliaia come lei, che ha spinto il governo a radere al suolo Sur, e farla finita con questo quartiere una volta per tutte. «Ho fatto un anno e mezzo di prigione con mio padre. Ho l’obbligo di firma giornaliero. Mia sorella, che aveva ventitrè anni, è ancora dentro. Tutto questo solo perché abbiamo scelto di non lasciare casa nostra e, quindi, dovevamo per forza essere dei terroristi. Mi hanno rotto un braccio. In tribunale. Durante una delle udienze, improvvisamente una ventina tra militari e poliziotti mi sono saltati addosso. L’avvocato ha protestato, ha inveito contro il giudice. Questi ha solo commentato che tanto le telecamere di sorveglianza erano spente. Cosi, quando un poliziotto, durante un interrogatorio, mi ha chiesto se non mi creasse problemi il fatto che fossero morti tanti agenti durante l’assedio di Sur, ho risposto di no. Nessun problema da parte mia».

(*) Tratto da Napoli Monitor.

di Filippo Ortona (*)

 

 

 


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