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Retekurdistan.it | 25 settembre 2018

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Né Putin né Trump dovrebbero avere qualcosa da dire in Siria

Né Putin né Trump dovrebbero avere qualcosa da dire in Siria

16 aprile 2018


Colloquio con Nilüfer Koc. Sull’occupazione turca a Afrin, l’asse Mosca–Ankara–Teheran e il ruolo degli USA in Siria- Nilüfer Koc è co-presidente del Kongra Netewiya Kurdistan (Congresso Nazionale del Kurdistan, KNK), una federazione internazionale di partiti, organizzazioni e singoli curdi con sede a Bruxelles

Come si presenta la situazione attuale nel catone di Afrin nel nord della Siria occupato dalla Turchia?

La maggior parte dei civili il 17 marzo è stata evacuata in regioni arabe limitrofe. In città però si trovano ancora circa 30.000 abitanti. Afrin attualmente viene gestita dalle milizie jihadiste e militari turchi. Sugli edifici di quelle istituzioni che prima costituivano l’amministrazione autonoma del cantone, ovunque sono state issate bandiere turche, Ora Ankara vuole comporre un »Consiglio« che dovrà governare Afrin. Dovrà consistere di quei curdi che già da anni fanno parte dell’opposizione siriana che aveva il suo centro a Istanbul. Come ha sottolineato il Ministro della Difesa turco Nurettin Canikli la scorsa settimana, questo »Consiglio« dovrà poi prendere in carico Afrin – si intende quindi costituire un’occupazione permanente più o meno come dal 1974 a Cipro.

La Turchia ha anche inviato un apposito »governatore« per la zona a maggioranza curda situata in territorio siriano.

Esatto. Questo ha chiesto che Afrin secondo il regolamento per le province turche sia sottoposta alla città turca di Antakya. Fondamentalmente si vuole annettere Afrin. Il governo turco attualmente cerca di realizzare il suo »sogno ottomano«.

C’è ancora resistenza nelle zone occupate?

La resistenza non è finita. Le Unità di Difesa del Popolo e delle Donne YPG e YPJ eseguono azioni di guerriglia. Combattono contro gli jihadisti e le unità speciali turche che si trovano sul posto. La guerra di guerriglia è in atto, ma le condizioni per questo sono più difficili nelle città che per esempio in montagna. Nonostante ciò si combatte e ci sono azioni efficaci contro la potenza occupante.

Come si configura la situazione per i civili a Afrin? Si sentono ripetutamente accuse contro la Turchia per violazioni dei diritti umani.

Coloro che si oppongono ai nuovi potentati vengono messi in carcere. Naturalmente non hanno alcun tipo di diritto, magari a un avvocato o cose del genere. Semplicemente spariscono in carcere – e lì viene usata tortura. Sono anche state rapite giovani donne, in modo analogo alle donne yazide nelle montagne di Sinjar che sono state sequestrate da »Stato Islamico«.

Inoltre si intende introdurre un nuovo sistema scolastico, si vuole costringere la popolazione a imparare il turco. Le persone in queste condizioni ovviamente hanno paura di esprimere le loro opinioni o di muoversi liberamente in città. Vivono nella paura. Degli jihadisti da una parte, ma anche dei soldati turchi. La Turchia si comporta da potenza coloniale e vuole costringere tutte le persone ad Afrin a sottomettersi alle sue regole. I cittadini di Afrin sono diventati prigionieri nella propria città.

Com’è il piano del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan? Lui annuncia di voler attaccare anche altre città nel nord della Siria – Kobane e Qamishli –, la città di Manbij e la regione irachena degli ezidi Sinjar.

Il silenzio della NATO e delle Nazioni Unite, dell’UE e degli USA di fronte a crimini di guerra e crimini contro l’umanità della Turchia nella conquista di Afrin, la Turchia lo interpreta come appoggio per il suo operato. Si considera legittimata. Ora vuole continuare questa politica di espansione neo-ottomana.

La pianificazione dovrebbe essere questa: mantenere l’assedio di Afrin e dopo proseguire per Manbij; poi per Kobane. E contemporaneamente attaccare il Sinjar iracheno dall’altro cantone nel nord della Siria, Cizire. Per la realizzazione di questo piano, Ankara ha già rafforzato le sue truppe nella zona di confine tra il Rojava e il Kurdistan iracheno. Anche unità speciali sono state trasferite lì. Occasionalmente è già stato attaccato il valico di confine di Semalka (tra la Siria del nord e la regione autonoma curda nel nord dell’Iraq, jW).

Erdogan per via dell’assenza di reazioni internazionali vede la possibilità di imporre una politica sistematica anti-curda. Tutto ciò che i curdi hanno costruito da qualche parte deve essere distrutto – in Siria del nord come nel Kurdistan iracheno. I curdi devono piegarsi alla potenza coloniale turca secondo il suo desiderio.

Vede le sue opportunità soprattutto nella nuova variante del conflitto tra la Russia e gli USA. Questa guerra di competizione viene sfruttata dalla Turchia per mettere in atto strategie anticurde e riannettere territori un tempo ottomani. Si intende incorporare Afrin ma Erdogan vuole andare oltre, anche fino a Aleppo. E dalla parte irachena da Sinjar fino a Mossul.

Nell’ambito del conflitto tra USA e Russia si sviluppata una nuova coalizione: tra Mosca, Teheran e Ankara. Come valuta questa alleanza? È stabile o a fronte degli interessi pur sempre molto diversi di questi Stati è condannata a fallire?

Si crea una specie di blocco euroasiatico. Tuttavia è dubbio che questa sia un’alleanza strategica. Tutte e tre le nazioni storicamente hanno avuto conflitti tra loro. E tutte e tre vogliono cose diverse. Si trovano insieme solo sotto la guida russa. Mosca è il patrono di questa alleanza. Senza l’approvazione della Russia, questo lo ha detto chiaramente anche il consulente capo di Erdogan, neanche un drone turco avrebbe potuto volare su Afrin.

Vladimir Putin vuole posizionare in Siria questa alleanza euroasiatica contro quella atlantica, quindi la NATO. E i russi hanno interesse a tirare la Turchia fuori dalla NATO.

Ora si tratta di mettere sotto controllo territori. Da questo punto di vista anche la Turchia e gli jihadisti che cooperano con lei sono uno strumento della Russia. Dall’altro lato però la Turchia ha anche interessi propri, per questo questa alleanza non potrà durare a lungo.

Dall’altro lato abbiamo la presenza USA in Siria. Si dice sempre che i territori curdi sarebbero parte del territorio siriano controllato dagli Stati Uniti. Ma questo non è mai stato il caso. Anche la Russia era presente sul territorio della Federazione Democratica Siria del Nord – proprio come gli USA. Per questo però le forze curde non erano né pro-russe né pro-statunitensi.

Complessivamente per tutte le potenze si tratta del fatto di dividere la Siria attraverso la violenza. Ci sono anche scambi, così che per esempio la Turchia sgombera città per lasciarle al regime di Assad, ma in cambio ottiene accesso a altre città.

Proprio quello che il movimento curdo negli ultimi sette anni voleva impedire, ossia la divisione del Paese, ora viene compiuto.

Ma se la Russia ora rende possibile l’occupazione di una parte della Siria da parte della Turchia, questo è altrettanto negativo per il più importante alleato di Mosca in Siria, il governo a Damasco. Come reagisce Assad a questa politica? C’è una contraddizione?

Assad conta poco. Questo si è visto chiaramente anche a Afrin. Poco prima dell’attacco della Turchia l’amministrazione locale ha invitato il regime a proteggere i confini – si tratta in fin dei conti di territorio siriano. Assad ha inviato solo milizie simboliche perché la Russia aveva dato il via libera.

Il regime non ha più un peso da prendere sul serio. È sottoposto al controllo della Russia, dipende da Mosca e Teheran. Assad fondamentalmente è una marionetta.

Tuttavia il Ministro degli Esteri russo Lavrov questa settimana ha invitato la Turchia a consegnare a Damasco il controllo su Afrin. È solo retorica?

Io penso che da un lato siano chiacchiere. Dall’altro potrebbe servire a ammansire l’Iran. Teheran non vuole che la Turchia si allarghi troppo.

Inoltre potrebbe essere un segnale verbale ai curdi, per farli tornare a bordo. Prima che Afrin venisse assediata dalla Turchia, ci sono stati colloqui con la Russia. Mosca ha chiesto che l’amministrazione locale di Afrin entrasse in compromessi con il regime – cosa che ha anche fatto. E il giorno successivo jet da combattimento turchi volavano su Afrin. La Russia ha commesso un assoluto abuso di fiducia. Ora il governo turco con questo tipo di affermazioni vuole riavvicinarsi ai curdi perché il movimento curdo resta un fattore decisivo in Siria.

Ma io penso anche che la Russia sappia molto bene che non riuscirà più a tirare la Turchia fuori da lì. Erdogan ha già dichiarato che Lavrov su questo non ha voce in capitolo.

Ci sono ancora colloqui tra le forze curde e la Russia?

La strategia del movimento curdo è sempre stata quella di una »terza via«, questo significa che si tiene sempre aperta una porta di dialogo con tutte le parti. Tuttavia dopo Afrin tutti i colloqui vengono condotti in modo ancora più sensibile. Quello che è successo a Afrin ha mostrato che anche le trattative diplomatiche non hanno più significato. Nonostante questo continuerà a esserci dialogo, non vogliamo essere schiacciati tra le grandi potenze.

Veniamo agli Stati Uniti. L’alleanza delle forze curde ha sempre avuto anche una funzione di protezione nei confronti della Turchia. Ma sia nel bombardamento della centrale YPG a Karacok lo scorso anno che anche ora nel caso di Afrin, Washington ha lasciato fare la Turchia. L’alleanza è nulla?

Per quanto riguarda Afrin molti sostengono che i curdi avrebbero perso. Io direi che hanno perso coloro che hanno tralasciato la questione curda. Perché sul futuro della Siria non si può decidere senza i curdi. Inoltre il futuro della Siria è legato anche a quello dell’Iraq e della Turchia – e anche lì ci sono curdi.

La politica di alleanza finora è stata caratterizzata dalla guerra contro »Stato Islamico«. Era un’alleanza militare, non strategica, politica – né con gi USA né con la Russia.

La nostra strategia era che i popoli della Siria costruissero qualcosa da sé – cosa che in effetti in parti della Siria è successo. Questa solidarietà dei popoli si è mostrata anche nell’attacco contro Afrin. Combattenti cristiani e arabi sono venuti a Afrin, ora la popolazione araba a Sheba ha accolto i profughi curdi di Afrin. Questo è il grande successo di questa strategia.

Mantenere il dialogo diplomatico con tutti gli Stati che qui sono presenti: che sia la Francia o i britannici, gli USA o la Russia. Noi cerchiamo di convincerli tutti che una divisione della Siria non può essere la soluzione. Noi abbiamo un’alternativa diversa: i cittadini devono decidere da sé come sarà il futuro del loro Paese. È importante che finalmente si discuta di una soluzione dalla base e che le persone non vengano sempre viste come vittime passive delle grandi potenze.

Perseveriamo su questo obiettivo e tutte le trattative diplomatiche vengono condotte su questa base. Noi vogliamo una Siria unitaria, democratica. E faremo tutto il possibile perché il Paese non venga diviso. Non vogliamo qui un secondo Iraq, un’altra Libia. Il caos che è stato generato in Medio Oriente negli ultimi anni, non vogliamo vederlo in Siria. Per questo continuiamo la lotta.

La distruzione della Libia e dell’Iraq sono chiaramente il risultato di politica imperialista USA. Come valuta l’attuale strategia degli USA? A volte sembra quasi che Washington agisca in modo confuso. Un giorno l’annuncio di un ritiro delle truppe, il giorno dopo discorso sul »Regime-Change«. Gli Stati Uniti attualmente ce l’hanno una strategia?

La strategia degli USA è chiara. Ma in Siria non possono attuarla come hanno potuto fare in Libia o in Iraq perché ora in campo c’è anche la Russia. Washington persegue un piano di dividere la Siria in tre zone, sulla base di criteri etnici: una zona per gli alauiti, una per sunniti, una per curdi. Analogamente a come gli USA hanno fatto in Iraq. In questo modo naturalmente potrebbero controllare meglio la regione. Proprio secondo un metodo classico: divide et impera!

Però c’è anche la Russia e dice: bene, se dividete il Paese, allora un paio di zone vanno anche a me. Questo rende agli USA più difficile l’attuazione dei loro piani. Per loro era anche inatteso che la Russia in un tempo così breve potesse avere così tanto le mani in pasta. Allo stesso tempo in Siria si decide anche il futuro della Russia in Medio Oriente. Anche che la Russia nello scenario del Vicino e del Medio Oriente svolga un ruolo così centrale dopo l’uscita di scena dell’Unione Sovietica è uno sviluppo nuovo.

Quello che dobbiamo evitare è che la Siria diventi una zona di guerra tra il blocco euroasiatico e quello atlantico. La Siria è ancora un Paese indipendente e i proprietari di questo Paese sono i popoli della Siria. Né Putin né Donald Trump dovrebbero avere qualcosa da dire. Sia gli USA sia la Russia dovrebbero sparire dalla Siria.

Intervista: Peter Schaber

https://www.jungewelt.de/artikel/330808.weder-putin-noch-trump-sollten-in-syrien-etwas-zu-sagen-haben.html


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