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Retekurdistan.it | 17 novembre 2017

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Vale la pena di lottare per l’utopia

Vale la pena di lottare per l’utopia

13 novembre 2017


Da due anni e mezzo Abdullah Öcalan viene tenuto in isolamento totale sull’isola di Imrali come in una gabbia. Nessuno della sua famiglia, nessuno dei suoi amici, dei suoi avvocati e delle decine di migliaia di seguaci sa come sta. Questa è l’oscurità nella quale nascono voci e circolano speculazioni.

In Germania invece i media e la politica sono pieni di preoccupazione e indignazione per i destino di numerosi giornalisti e giornaliste, scienziati e scienziate e intellettuali, che ora da mesi attendo i loro processi nelle carceri sovraffollate. Ma non una parola della situazione disumana a Imrali.

Non c’è dubbio, è uno scandalo quello che attualmente avviene in Turchia con la persecuzione di democratici innocenti che rivendicano solo il loro diritto di esprimere le loro opinioni. Ma è anche uno scandalo dei nostri media che tacciano dell’ inenarrabilmente peggiore destino di Abdullah Öcalan e che evidentemente abbiano dimenticato la guerra assassina contro la popolazione nel Kurdistan del nord. Dove tacciono i media, forse un’iniziativa di coraggiosi uomini e donne che da qualche tempo attraversano città e localitàò Europa può spezzare l’oblio. Ma non solo questo, si tratta anche di continuare a rivelare e correggere errori e idee sbagliate che si sono fatte spazio nell’oblio e ora occupano la memoria.

Ricordo ancora bene il mio primo incontro con Abdullah Öcalan nel maggio 1996 nei pressi di Damasco. Ci aveva invitati nella sua casa e nel suo giardino, in un angolo del quale teneva delle colombe bianche. Facemmo delle foto: Apo con la colomba della pace. I colloqui durarono per sette ore nelle quali il nostro ospite ci informò dettagliatamente sulla sua visione di una futura pace in un Medio Oriente reso federale senza i vecchi colonialisti. Avevamo molte domande, ma una ci stava a cuore in modo particolare: il PKK è per un Kurdistan indipendente, quindi separatismo? La risposta fu univoca: „No, non vogliamo una separazione, perché da solo il Kurdistan non sarebbe in grado di sopravvivere economicamente. Vogliamo restare uniti allo Stato turco, come una parte della Turchia, così come la Baviera in Germania, i fiamminghi in Belgio, i diversi cantoni della Svizzera, gli altoatesini in Italia e i diversi stati negli USA. Tutti hanno la loro libertà culturale e parità di diritti, senza discriminazione politica e sociale. Anche noi vogliamo questo: parità di diritti e libertà all’’interno di una Turchia federale. In Turchia però si è ancora più arretrati che nel Medioevo, centralisti, antidemocratici. Una forma di Stato federale democratica con regioni culturalmente autonome sarebbe un esempio anche per altri Paesi con i conflitti con le minoranze. Questo per uno Stato non porterebbe svantaggi, ma solo vantaggi e stabilità.“

Era anche scettico rispetto a uno Stato dei curdi nel nord dell’Iraq: „Barzani e Talabani sono feudali e antidemocratici …L’aspirazione a uno Stato nazionale curdo significherebbe guerre per secoli.“ Negò perfino che il PKK avesse mai chiesto uno Stato nazionale: „Il PKK è sempre stato per l’autonomia culturale, sociale, professionale e per la parità di diritti a livello politico all’interno della Turchia. Vogliamo federalismo come in Germania o negli USA, non divisione.“

Questo è avvenuto nell’anno 1996 e era noto pubblicamente. Nel dicembre 1995 il PKK aveva proclamato un cessate il fuoco unilaterale. Ma media e politica in Turchia come in Germania, restavano ostinatamente attaccati alla tesi della secessione e separazione e in parte lo fanno ancora oggi. L’intenzione politica è chiara. In Turchia oggi sindaci e sindache che si pronunciano per l’autogoverno dei propri comuni vengono accusati di secessione e condannati. E in Germania cittadini curdi che notificano manifestazioni o iniziative, per questo affittano spazi o rappresentano in altri modi legali le curde i curdi e con questo non fanno altro che usufruire dei diritti democratici in questo Paese, vengono condannati a pene di diversi anni per sostegno a un’organizzazione terroristica in base al 129 b del codice penale. Questo paragrafo a suo tempo è stato inserito nel codice per criminalizzare componenti o simpatizzanti della “Rote Armee Fraktion“ (RAF). Il governo federale, senza il cui consenso processi del genere non possono avere luogo, con questo segue in modo cieco il governo turco, nonostante il fatto che queste persone non rappresentano né un pericolo per la sicurezza interna né espongono lo Stato di diritto nella Repubblica Federale e la persecuzione dei suoi cittadini non faccia parte degli impegni dell’alleanza della NATO. Ma la Turchia nonostante tutte le violazioni dei diritti umani e tutti i crimini di guerra nei confronti della propria popolazione è evidentemente un partner irrinunciabile della NATO. Polizia e giustizia accettano la concezione di terrorismo di Ankara, con la quale espongono il PKK alla persecuzione, anche se ad un esame attento, dovrebbero piuttosto riconoscere come associazione terroristica il governo turco.

L’Associazione per la Democrazia e il Diritto Internazionale [„Verein für Demokratie und Internationales Recht“] MAF-DAD nel giugno 2016 ha sporto denuncia penale contro il Presidente Recep Tayyip Erdogan e diversi ministri, generali e poliziotti per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nella sua guerra contro la popolazione curda alla procura generale di Karlsruhe dall’agosto 2015. Numerose personalità si sono unite alla denuncia. I testimoni e le prove sono così univoci che bastano per un’accusa. Vediamo se il nuovo governo applicherà i suoi parametri di diritto e legge anche al suo alleato Erdogan.

Tutto è politica, e diritto e legge sono solo strumenti. Immaginiamo che Abdullah Öcalan fosse libero e Recep Tayip Erdogan in tribunale. Un’utopia? Ricordiamoci della lotta per Nelson Mandela e dovremmo riconoscere che vale la pena lottare per l’utopia.

 

Norman Paech, studioso di diritto internazionale, Yeni Özgür Politika


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