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Retekurdistan.it | 15 gennaio 2019

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Un commento

Chi – a chi?Note per una lettura anti-imperialista della guerra in Siria e sul ruolo del movimento curdo

Chi – a chi?Note per una lettura anti-imperialista della guerra in Siria e sul ruolo del movimento curdo

11 settembre 2016


Note per una lettura anti-imperialista della guerra in Siria e sul ruolo del movimento curdo-Il movimento curdo in Siria è per l’idea politica di uno sviluppo autonomo della regione oltre le pretese di egemonia delle grandi potenze maggiori e di quelle regionali. I terreni minati sui quali per questo è necessario camminare, da sinistra a volte hanno portato l’accusa di agire in modo »pro-imperialista«. Una combattente a Hasaka nel nordest della Siria

La guerra condotta da tutte le parti con estrema brutalità che funesta la Siria ormai da cinque anni, ha come conseguenza una catastrofe umanitaria di dimensioni epocali: di circa 400.000 morti stimati dall’inizio degli scontri nella primavera del 2011 ha parlato Staffan de Mistura, l’inviato dell’ONU per la Siria, in una conferenza stampa dell’aprile 2016. Già nel luglio 2015 il numero dei profughi che avevano lasciato il Paese superava la soglia dei quattro milioni, a questi secondo le statistiche dell’ente dell’ONU per gli aiuti ai profughi ­UNHCR – già allora si aggiungevano »almeno 7,6 milioni di persone« scacciate all’interno della Siria.

Alla sofferenza indescrivibile che la guerra in Siria ha portato con sé corrisponde il numero di attori locali e internazionali che si combattono aspramente sul terreno siriano. »Un tema ricorrente nella guerra civile siriana è la molteplicità di protagonisti rivoltosi e jihadisti«, ha scritto l’esperto di Medio Oriente Charles Lister nel suo classico »La Jihad Siriana«.(1) »Fino all’inizio del 2015 almeno 150.000 rivoltosi hanno partecipato ai combattimenti in Siria su diversi livelli in 1.500 diversi gruppi armati operativamente divisi.« Alcune di queste organizzazioni hanno ottenuto fama mondiale: il Fronte Nusra, di recente rinominato in Fatah-Al-Sham, »Stato Islamico« o il gruppo guida Fronte Islamico, Ahrar Al-Sham. Di molti minori si sente parlare solo quando partecipano a crimini particolarmente orrendi o battaglie significative. I diversi gruppi dell’opposizione vengono sostenuti da numerosi stati regionali – primo tra tutti la Turchia e le dittature del Golfo, Arabia Saudita e Qatar – e dalle principali potenze imperialiste occidentali, USA, Francia e Gran Bretagna.

Il blocco avversario intorno al governo siriano a Damasco non è meno complesso. Anche qui le milizie locali come le Forze di Difesa Nazionali (NDF), formazioni dell’esercito siriano-arabo (SAA) e forze straniere come gli Hezbollah libanesi, milizie sciite dell’Iraq e soldati dall’Iran. Inoltre intervengono gli Stati che si contendono aree di influenza a livello globale, prima tra tutti la Russia.

La molteplicità poco intellegibile di attori che talvolta agiscono in costellazioni diverse, all’interno della sinistra hanno prodotto valutazioni opposte delle parti nella guerra in Siria. Mentre alcuni – ad esempio la campagna »Adopt a Revolution« – si sono schierati presto dalla parte dell’ »opposizione« e talvolta hanno perfino approvato sanzioni o interventi militari, in parti dell’area anti-imperialista ci sono stati sostenitori acritici di Bashar Al-Assad e Vladimir Putin.

Damasco–Teheran–Mosca

In un piccolo scritto del maggio 1917 dal titolo »Guerra e Rivoluzione« uno dei fondatori della teoria marxista dell’imperialismo, Vladimir Il’ic Lenin, aveva fatto notare che per la comprensione della guerra imperialista è necessario esaminare con precisione la situazione degli interessi delle potenze contendenti prima del fatto d’arme: »Se non si mostra il nesso della guerra con la precedente politica, alla non si è capito niente di questa guerra«, così il rivoluzionario russo.

Se in Siria si va indietro agli anni prima dell’escalation della violenza, diventa chiaro anzitutto: il Paese geo strategicamente significativo era strettamente collegato con altri avversari dell’occidente. La Siria era parte integrante del cosiddetto »Asse della Resistenza « (Jabha Al-Mukawama), l’alleanza informale tra Teheran, Damasco, gli Hezbollah libanesi e Hamas palestinese. Lontano dal condividere qualsivoglia visioni di politica sociale comuni, l’alleanza delle forze molto diverse dal punto di vista religioso e politico fondamentalmente aveva due obiettivi: una rottura con l’egemonia degli USA nella regione e la lotta contro Israele.

La Siria logisticamente dal punto di vista degli altri partecipanti all’ »asse della resistenza« era di un’importanza immensa. Il Paese era »l’anello d’oro nella catena della resistenza«, disse Ali Akbar Welajati, capo del »Centro per gli Studi strategici« iraniano nell’anno 2010. Il significato dell’asse Damasco–Teheran viene riassunto da Jubin Goodarzi in un approfondito saggio per il Thinktank »Woodrow Wilson International Center for Scholars« come segue: »Perfino nell’era dopo la guerra fredda con la sua predominanza statunitense a livello sia regionale sia internazionale e nonostante l’introduzione di sanzioni economiche contro entrambi i Paesi, Siria e Iran erano in grado di garantirsi una notevole influenza in Medio Oriente, in particolare in Iraq, nel Libano e in altri Stati della regione.«(2)

Oltre al collegamento dell’ »Asse della Resistenza« per comprendere la situazione di partenza in Siria, va considerato il rapporto tra Mosca e il regime Baath. Le relazioni russo-siriane all’inizio degli anni 2000 non erano tanto rosee come può sembrare oggi da uno sguardo retrospettivo. Mosca si trovava ancora in un processo di avvicinamento alla »comunità di valori occidentale«.

Legami tradizionali con la Siria erano rimasti dai tempi dell’Unione Sovietica – tra le altre cose sotto forma di 3,7 miliardi di dollari USA di debiti che Damasco aveva con il Cremlino (e che successivamente sono stati parzialmente condonati in cambio dell’approvazione di progetti economici comuni). Ma i volumi commerciali non erano particolarmente significativi e anche le forniture di armi, uno dei settori più importanti della collaborazione, restavano ancora relativamente limitati. Questo è cambiato nell’anno 2005 quando »le relazioni russo-siriane sono significativamente migliorate«, come ha valutato l’esperto della Russia Mark N. Katz in uno studio per la Middle East Review of International Affairs 2006.(3)

Fino all’inizio della guerra in Siria le relazioni tra Damasco e Mosca si sono rafforzate. Con la base marittima di Tartus, la Russia in Siria dispone dell’unico punto di appoggio per le sue navi da guerra nel Mediterraneo. Il governo di Bashar Al-Assad compra stabilmente armamenti in Russia. E per lo sfruttamento di giacimenti di materie prime esistono lucrativi contratti miliardari con imprese russe.

Inoltre già prima dell’escalation militare si era delineata una lotta tra due significativi esportatori di gas naturale: il Qatar voleva costruire un gasdotto attraverso l’Arabia Saudita, la Siria e la Turchia fino all’Europa. Il progetto è stato poi rifiutato da Damasco a favore di un’impresa concorrente: un gasdotto dall’Iran attraverso Iraq e Siria. In modo poco sorprendente gli USA si pronunciarono per il primo, la Russia per il secondo progetto. Damasco nel 2011 ha deciso per la variante iraniana. Per via delle implicazioni di ampia portata dei due progetti di gasdotto e gli interessi »fortemente contrapposti« di Washington e Mosca su questa questione, Mitchell A. Orenstein e George Romer in un’analisi per Foreign Affairs parlano addirittura della »guerra del gas siriana«. (4)

Nondimeno la veemenza dell’ingresso in scena della Russia per far rimanere Assad non si può comprendere appieno senza considerare anche interventi precedenti: già la caduta di Muammar Al-Gheddafi in Libia ha compromesso gli interessi della Russia nella regione. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov all’epoca parlò di una »crociata« dell’occidente e della crescente tendenza ad immischiarsi in affari di altri Paesi. E anche nell’Europa dell’est l’avanzata della NATO contro la Russia negli anni passati ha raggiunto un livello nuovo.

USA: miliardi per le milizie

Quando nell’anno 2011 in Siria – per motivi economici e politici del tutto »interni« – sono iniziate proteste contro il governo di Bashar Al-Assad sempre più neoliberista, l’occidente ha preso posizione di buonora. »Assad deve andarsene«, era la parola d’ordine. Che questa non fosse una richiesta sollevata per motivi »umanitari«, lo mostra un confronto con altri regimi della regione – per esempio la Turchia, il Bahrain o l’Arabia Saudita – le cui forze militari e di polizia negli anni passati sono intervenute in modo ancora più crudele contro gli oppositori di quanto abbia fatto lo Stato siriano all’inizio della rivolta: qui non si sono mai sentite invocare sanzioni o addirittura un intervento militare.

La determinazione degli Stati Uniti e dei suoi partner internazionali e regionali a far cadere il Presidente siriano è motivata direttamente nel ruolo della Siria per l’asse anti occidentale e come partner della Russia. Per il Greater-Middle-East-Project, il piano di ridisegno dell’intero Medio Oriente secondo direttive occidentali, Damasco rappresentava un ostacolo.

E: l’indebolimento della Siria significava contemporaneamente un colpo pesante per i suoi alleati. »Mentre il governo di Bashar Al-Assad vacilla, la Siria diventa il tallone di Achille dell’Iran. L’Iran ha immesso nel Paese una grande quantità di risorse«, costatava l’ex capo dei servizi segreti esteri israeliani Mossad, Efraim Halevy, già nel 2012 in un commento per il New York Times. Dalla caduta di Assad, Halevy sperava che » i rapporti di forza complessivi nella regione cambieranno«: Hezbollah e Hamas sarebbero stati indeboliti e »il popolo iraniano potrebbe sollevarsi ancora una volta contro il regime che gli ha portato tanto dolore e sofferenze«. Accanto all’Ucraina, la Siria costituisce un importante scenario dello scontro dell’occidente con un imperialismo russo che diventa più sicuro di sé.

Per queste ragioni gli USA hanno investito enormi somme di denaro in diverse frazioni ribelli, le hanno istruite militarmente e rifornite di armi. Nel giugno 2015 il Washington Post riferiva che i fondi segreti che solo la CIA spende per operazioni in Siria, ammontano annualmente a circa un miliardo di dollari USA. Con questo si tratterebbe di »una delle più grandi azioni coperte« dei servizi.(5) »Detto in altre parole: gli USA hanno iniziato una guerra vera in Sira e solo pochi statunitensi se ne sono accorti«, commenta Patrick Higgins nel Jacobin Magazine di sinistra.(6)

Armi e denari a »ribelli« non fluivano solo dalla CIA. Anche altri servizi e luoghi negli Stati Uniti, come ad esempio il Ministero della Difesa (DoD), sponsorizzavano. A questo si aggiungono elargizioni dalle monarchie del Golfo, dalla Turchia, da Francia e Gran Bretagna.

Il grosso dei mezzi serviva a un’impresa: se si voleva rimuovere Bashar Al-Assad senza propri »Boots on the ground« (stivali sul terreno), si doveva costruire una forza ribelle affidabile, unificata, che fosse in grado di agire e politicamente degna di fiducia. Il caso ideale – che certamente fino ad ora non si è mai verificato – è stato descritto dall’ex analista della CIA Kenneth M. Pollack per il Thinktank statunitense »Brookings Institution« con il titolo »Costruire un esercito migliore dell’opposizione siriana«.(7)

Il »Nuovo Esercito Siriano« (NES) – che »dovrà governare la Siria quando la guerra sarà finita« – dovrebbe essere »diverso per principio« dall’ »Esercito Libero Siriano« (ELS), da questa »amalgama nata morta e resa ridicola«, così Pollack. Nel NES doveva regnare una gerarchia militare rigida e le diverse identità religiose, etniche e sociali non dovevano avere un ruolo. Questo non doveva voler dire che le reclute dovessero essere laiche. Potevano »essere perfino religiose, anche salafite«, purché agissero »professionalmente« e si attenessero al »Code of conduct« (le regole di comportamento) dell’esercito.

Questo esercito inizialmente andava costruito »preferibilmente non in Siria«, ma in Paesi vicini come la Turchia o la Giordania. Come esercito il NES doveva essere »apolitico«, eventualmente orientato solo dal »nazionalismo siriano«. Questo esercito consistente di diverse decine di migliaia di militi doveva poi essere sostenuto logisticamente e da attacchi aerei e possibilmente da una zona di divieto di volo – per limitare le possibilità della Russia e dell’Iran.

La proposta risale all’ottobre 2014 e notoriamente un tale esercito, nonostante alcuni sforzi, fino ad ora non è stato creato. Le possibilità che questo ancora possa avvenire sono scarse. Invece dopo il fallimento di tentativi selvaggi di sostenere tutti i gruppi possibili che in qualche modo erano contrari ad Assad, all’interno della NATO hanno preso forma due diverse strategie.

Una linea è strettamente collegata alla politica estera della Turchia ed è diventata apertamente visibile dopo l’ingresso delle truppe turche nella città di confine siriana di Jarablus alla fine di agosto: il governo dell’AKP punta sull’appoggio di un’ampia gamma di gruppi jihadisti sunniti che insieme a milizie turkmene guidate dai servizi segreti turchi si riuniscono in una forza unitaria e che vuole impiegare come proxy, quindi per procura, in Siria. La maggioranza delle organizzazioni partecipanti (8) combatte per uno Stato islamico in Siria basato sulla Sharia. Ankara li vuole impegnare sul campo contro i suoi due nemici in Siria: Bashar Al-Assad e le forze del movimento di liberazione curdo intorno al Partito dell’Unione Democratica (PYD) e le sue Unità di Difesa del Popolo (YPG).

Questo modo di procedere si distingue dalla strategia di Washington. Gli USA sostengono ancora i gruppi ESL e frazioni jihadiste. Ma l’attenzione principale si è spostata sulle YPG e le »Forze Democratiche della Siria« (FDS) alleate con loro. Gli USA fanno massicci attacchi aerei a sostegno delle milizie curde, addestrano i loro combattenti, forniscono logistica e sono presenti al fianco dei curdi con forze speciali. I portavoce di Washington parlano con entusiasmo di FDS e YPG come »nostri alleati« in Siria, militari di alto grado e politici sono regolarmente ospiti nei territori autonomi curdi del Rojava.

Tirapiedi  dell’imperialismo?

La collaborazione con l’imperialismo USA ha portato alle forze curde accuse da alcune aree anti-imperialiste di essere diventati »tirapiedi« degli USA nella regione. Ma se si guarda con maggiore precisione alla situazione concreta, diventa rapidamente chiaro che le accuse (finora) sono immotivate e il più delle volte nascono da una comprensione molto limitata dell’anti-imperialismo, che fondamentalmente è più moraleggiante che politica.

Piuttosto si da il fatto che il movimento curdo intorno al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il PYD curdo-siriano e le sue forze armate YPG sono l’unica forza efficace in Siria che da un lato rappresenta un’idea politica che per l’intero Paese – quindi oltre le linee di divisione confessionali e etniche – abbozza un’alternativa sociale. Dall’altro i partiti e le associazioni curde sono gli unici i cui contenuti che in qualche modo possono essere un punto di riferimento per la sinistra internazionalista: democrazia dei consigli, parità di genere e rifiuto della discriminazione razzista e religiosa. Non sono complessivamente socialisti, ma al loro interno ci sono correnti socialiste, anarchiche e comuniste.

Se così il movimento curdo appare come punto di riferimento »logico« della sinistra internazionale (e in effetti lo è per numerosi gruppi comunisti, anarchici e socialisti in tutto il mondo), una minoranza si impegna nella sua diffamazione come forze »pro-imperialiste« per procura. Questa concezione ignora completamente le contraddizioni di imperialismo interinale in Siria, gli USA (e Israele) vengono fantasticati come burattinai globali onnipotenti e la posizione frontale contro questi due Paesi è l’unico criterio di valutazione per la valutazione di un determinato attore.

Contro questa concezione limitata hanno preso la parola una serie di socialisti curdi e turchi: »La collaborazione non è l’accettazione di aiuti militari durante la minaccia di un massacro, ma l’entrata in una dipendenza imperialista e in relazioni coloniali«, ricorda ad esempio Ridvan Turan sul quotidiano curdo Özgür Gündem. »Sostenere che l’accettare armi abbia questo significato è una totale disdetta alla lotta di classe. Il carattere di simili relazioni non viene definito in un ›momento‹, ma nel corso di un ›processo‹.« (9)

Terreni minati necessari

Turan scomoda un paragone: »Pensate che è stato il trasporto di Lenin dalla Svizzera a S. Pietroburgo con il necessario sostegno materiale delle forze imperialiste tedesche che ha portato a uno dei momenti migliori della Prima Guerra Mondiale.« Lenin ha sfruttato i conflitti di interessi tra potenze imperialiste per i propri scopi.

Fondamentalmente è proprio quello che il movimento curdo sta facendo in Siria. Dai rapporti di forza tra le diverse forze imperialiste che partecipano al »Great Game« intorno alla Siria si è aperta una possibilità per l’unica forza progressista maggiore in questa guerra. PYD e YPG preliminarmente si sono conquistati una posizione forte nei loro territori chiave e poi hanno cercato una relazione stabile con attori centrali: non hanno fatto crescere il conflitto con il regime di Assad, dove gli è stato utile hanno perfino collaborato con Damasco. Non hanno puntato solo sugli USA, ma si sono impegnate per avere una buona relazione con la Russia e curano corrispondenti relazioni diplomatiche.

Questa politica tatticamente intelligente ha un obiettivo: impedire alle due forze che si contrappongono nel modo più ostile allo sviluppo del progetto curdo – frazioni jihadiste, compreso IS, e la Turchia – di rimuovere i progressi del processo nel Rojava. Quando poco fa ho parlato con una delle più alte rappresentanti del PKK sulle montagne di Qandil, Bese Hozat, ha dichiarato: »Non ci fidiamo di nessuna delle potenze nella regione – né della Russia né degli USA né di nessun altro. Ma cerchiamo di creare alleanze con il cui aiuto possiamo imporre la nostra politica.« In effetti questo modo di procedere non ha alternative che abbiano un senso: l’unica altra possibilità che i seguaci dell’ »anti-imperialismo« miope avrebbero potuto proporre al movimento curdo per esempio durante l’assedio di Kobane, sarebbe stato di farsi uccidere per la »dottrina pura« di commentatori che siedono in Europa e negli USA.

Nondimeno l’alleanza tattica con potenze imperialiste è sempre un percorso su un terreno minato. Gli USA non sostengono i curdi per amore del prossimo ma per far valere i propri interessi. Da questo risulta il campo di tensioni nel quale devono agire le forze curde: mentre da un lato accettano il sostegno degli USA, dall’altro devono respingere i tentativi di Washington di renderli volenterosi collaboratori. Finora a PYD e YPG è riuscito proprio questo: si sono opposti all’inserimento nell’ELS (quando questo era ancora più efficiente di quanto lo sia ora), così all’ingresso nel »Congresso Nazionale dei Curdi Siriani« (ENKS) proimperialista. Hanno – ad esempio nell’offensiva su Manbij – scelto e perseguito obiettivi militari contro le priorità degli USA. Mai hanno messo in discussione il loro rapporto amichevole con il PKK vietato e perseguitato negli USA come in Europa, e nemmeno il loro mantenere fermo il progetto di società alternativa del »confederalismo democratico«.

Solidarietà Internazionale

Se i curdi quindi non possono in alcun modo essere accusati di un qualche tipo di »collaborazione«, tuttavia si delinea nel diagramma delle forze imperialiste sempre di più la fragilità di diverse alleanze. Il nuovo avvicinamento della Russia alla Turchia e l’ingresso in Siria delle truppe turche sostenuto dagli USA, potrebbero avviare una dinamica che renderà più difficile anche per PYD e YPG continuare il loro cammino tattico sul campo minato.

Ma proprio per questo il sostegno diretto da parte degli internazionalisti e la pressione dell’opinione pubblica anche nei Paesi imperialisti chiave sono più importanti che mai. Il fallimento del progetto di autonomia nel Rojava sarebbe un grave colpo per la sinistra che si considera anti-imperialista. Perché alla fine chiunque cerchi di rompere l’egemonia degli USA, della Francia, della Russia o della Turchia nella regione, deve proporre un’idea politica che consenta almeno teoricamente uno sviluppo autonomo.

Il movimento curdo dispone di un’idea del genere che per giunta è ancora aperta per uno sviluppo socialista. Né Assad né gli Hezbollah, l’Iran o altre aree progettuali preferite di alcuni »anti-imperialisti« hanno una visione paragonabile della trasformazione sociale. Quindi se i curdi falliscono, anche la lotta per uno sviluppo autosufficiente autonomo dell’intera area viene ributtato indietro.

di Peter Schaber

Junge Welt

 

 

Note

1) Charles Lister: The Syrian Jihad. Al-Qaeda, The Islamic State and the Evolution of an Insurgency, London 2015

2 https://www.wilsoncenter.org/sites/default/file /iran_syria_crossroads_fall_tehran_damascus_axis.pdf

3 http://www.rubincenter.org/meria/2006/03/Katz.pdf

4 https://www.foreignaffairs.com/articles/syria/2015-10-14/putins-gas-attack

5 https://www.washingtonpost.com/world/national-security/lawmakers-move-to-curb-1-billion-cia-program-to-train-syrian-rebels/2015/06/12/b0f45a9e-1114-11e5-adec-e82f8395c032_story.html

6 https://www.jacobinmag.com/2015/08/syria-civil-war-nato-military-intervention/

7 https://www.brookings.edu/wp-content/uploads/2016/06/Building-a-Better-Syrian-Armyweb.pdf

8 Tra gli altri ci sono: Ahrar Al-Sham, Harka Nur Al-Din Al-Senki, Brigate Sultan-Murad, Jabha Al-Jamija, Jaisch Al-Tahrir e Failak Al-Sham

9 Tradotto su: https://www.nadir.org/nadir/initiativ/isku/pressekurdturk/2014/44/15.htm


Comments

  1. Flavio Guidi

    Finalmente un po’ di razionalità ed intelligenza, di fronte a tante tristi “caricature” pseudo-antimperialiste. Bravo Schaber

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