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Retekurdistan.it | 18 settembre 2019

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1993: prima offerta di tregua

1993: prima offerta di tregua

4 luglio 2013


Una conferenza stampa, di portata storica, si tenne nella località libanese di Bar Elias il 17 marzo 1993. Il PKK annunciò, a partire da quel giorno e fino al 15 aprile, l’attuazione di un cessate-il-fuoco nei confronti dello stato turco.

Già allora, inoltre, si dichiarava la disponibilità a prolungarne la vigenza dal 16 aprile in avanti, qualora le risposte dello stato turco fossero state ritenute foriere di positivi sviluppi verso la cessazione del conflitto. L’iniziativa unilaterale del movimento kurdo costituiva un dirompente elemento di novità in un conflitto armato che perdurava dall’agosto del 1984.

Fondato nel novembre 1978, il PKK aveva tenuto nel luglio 1981 e nell’agosto 1982 i suoi primi due congressi, finalizzati soprattutto a delinearne con precisione la struttura organizzativa, nonché l’attività formativa dei propri appartenenti e quella propagandistica volta a far conoscere le proprie finalità alla popolazione kurda.

Il terzo congresso si tenne invece ad attività armata già avviata, nell’ottobre 1986. Nell’occasione si sancì, con formali decisioni, la confluenza della componente armata nell’ARGK – Esercito di Liberazione Nazionale del Kurdistan – e di quella politico-diplomatica nell’ERNK – Fronte di Liberazione Nazionale del Kurdistan.

Il cessate-il-fuoco fu proposto dopo un’annata non facile per il PKK: in particolare da ottobre 1992, vigorosa – e spalleggiata dai movimenti kurdi iracheni – era stata l’azione militare dell’esercito turco nei confronti dei guerriglieri kurdi stanziati nel Kurdistan meridionale. Tuttavia in quell’anno le squadre dell’ARGK avevano dato prova di aver raggiunto un notevole livello di sviluppo sul piano numerico, dell’efficacia d’azione e della disciplina.

Tale consolidamento spingeva il PKK, fiducioso nella propria capacità di sostenere gli assalti del nemico, a provare a dar seguito ai risultati conseguiti sul terreno dello scontro armato con la ricerca di una soluzione politica al conflitto: è quel che fece notare a Bar Elias il Segretario Generale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, Abdullah Öcalan.

Del resto, in un’intervista concessa in aprile all’agenzia di stampa KURD-HA, il comandante dell’ARGK, Cemil Bayik, dichiarò che sarebbe stato erroneo interpretare la proclamazione del cessate-il-fuoco unilaterale come un segnale di debolezza da parte del PKK. Il movimento kurdo non stava affatto per capitolare; seguiva invece l’indicazione più volte espressa dal suo leader, Öcalan, convinto assertore del fatto che una soluzione complessiva della questione kurda non sarebbe derivata dal ricorso alla forza, bensì da trattative sul piano politico-negoziale.

L’iniziativa teneva anche conto del clima favorevole creatosi in ambito internazionale. Ad esempio, il Consiglio Federale Elvetico decise formalmente, il 28 ottobre 1992, di proporre la disponibilità a esercitare i propri buoni uffici, indicando la Svizzera come possibile mediatrice nel conflitto che contrapponeva il PKK alla Repubblica Turca.

Era implicito in ciò un importante riconoscimento del PKK come parte in conflitto. La decisione dell’esecutivo di Berna era stata sollecitata a settembre da una esplicita mozione del parlamentare svizzero Frankenhauser, sottoscritta da altri 47 deputati. La mozione parlamentare proponeva l’esercizio dei buoni uffici sul piano diplomatico e l’invio in territorio turco di osservatori, per garantire la tutela dei diritti umani.

La preoccupazione di Frankenhauser per i diritti umani violati in Anatolia sudorientale derivava da quanto egli aveva constatato fra il 5 e l’11 agosto 1992, in un viaggio in quell’area: aveva appreso di oltre un centinaio di uccisioni a opera di ignoti, talvolta in strada, nonché dell’evacuazione forzosa dell’intera popolazione da svariati villaggi. Notizie sullo svuotamento brutale dei villaggi si erano del resto diffuse già negli anni precedenti. Ne aveva ad esempio riferito, in un reportage dalla zona di Siirt (agosto 1990), Aliza Marcus, giornalista del quotidiano statunitense The Christian Science Monitor.

Il PKK tenne inoltre espressamente conto della sollecitazione, giunta dal Parlamento Europeo e datata 1° dicembre 1992, a porre fine agli scontri armati nella parte orientale del territorio turco e ad adoperarsi per una soluzione pacifica della questione kurda. La rappresentanza dell’ERNK a Bruxelles non solo inviò una lettera alla presidenza del Parlamento Europeo in febbraio, ma tenne anche una conferenza stampa nella capitale belga il 16 marzo 1993, per annunciare l’appello del PKK per il cessate-il-fuoco.

Nell’occasione fu sottolineato che, a fronte dei perduranti violenti attacchi delle unità militari turche, il PKK intendeva invece fare il possibile affinché i festeggiamenti del Newroz nel Kurdistan settentrionale si svolgessero pacificamente. Era vivo il ricordo tristissimo del 21 marzo 1992: in varie città anatoliche il Newroz aveva avuto un epilogo sanguinoso: le persone uccise, fra cui donne e bambini, erano state – rammentava l’ERNK – complessivamente 103.

Il Comitato Centrale del PKK, dal canto suo, il 18 marzo rese nota una dichiarazione dal titolo significativo: Il popolo kurdo non vuole la guerra, il popolo kurdo vuole la pace! In essa, si evidenziava che l’azione violenta delle autorità turche aveva costretto il popolo kurdo, suo malgrado, a prendere le armi per difendere i propri diritti.

Si rammentava inoltre l’ingente costo in termini di vite umane dei precedenti nove anni di guerra ininterrotta: avevano perso la vita 8500 soldati, 2700 guerriglieri, 2200 fra guardiani di villaggio e collaboratori delle autorità turche e 8000 civili simpatizzanti del movimento kurdo.

Non si ci nascondeva la difficoltà di portare avanti comunque il cessate-il-fuoco in un clima ostile: si ricordava infatti che nel corso dell’anno precedente non erano mancate dichiarazioni bellicose del Presidente della Repubblica Turca, Özal, e del Primo Ministro, Demirel, evocate dalla stampa ed esprimenti la volontà di stroncare la rivolta kurda. Il PKK, ad ogni modo, intendeva rispondere positivamente all’appello del Parlamento Europeo e auspicava che il cessate-il-fuoco, proclamato unilateralmente, fosse il preludio alla cessazione delle ostilità armate.

La conferenza-stampa di Bar Elias fu promossa dalla stessa persona che attualmente conduce trattative negoziali con le autorità turche dall’isola-prigione di Imrali: Abdullah Öcalan. A rendere possibile lo svolgimento della conferenza contribuì, presentandola e dichiarandosi fautore di una soluzione politica, il leader dell’Unione Patriottica del Kurdistan, il kurdo iracheno Jalal Talabani.

Öcalan mise in chiaro che vi era la volontà di rispondere ad appelli internazionali e alle aspettative dell’opinione pubblica, creando un’opportunità per la pace. Espresse sin dall’inizio l’auspicio che il cessate-il-fuoco potesse essere prolungato oltre la scadenza del 15 aprile, una volta constatata una condotta responsabile della controparte turca. Sottolineò che era grato a Talabani dell’aiuto e riconobbe che il partito HEP, allora legalmente operante in Turchia, esercitava un’utile azione di promozione democratica.

Tuttavia precisò, pur mantenendo un atteggiamento di non preclusione verso possibili intermediazioni, che un eventuale sviluppo negoziale a seguito del cessate-il-fuoco avrebbe riguardato due parti: il PKK da un lato e il governo turco dall’altro. Ciò fu del resto detto a chiare lettere a Bar Elias in primis da Talabani. In conclusione, Öcalan disse di ritenere che vi fossero le precondizioni per sviluppare una proficua iniziativa di pace, a patto di saper rivitalizzare su basi egualitarie l’antica amicizia fra i popoli turco e kurdo.

Il prolungamento del cessate-il-fuoco vi fu, ma la prospettiva di un’apertura di dialogo fu ben preso spezzata dalla morte improvvisa, avvenuta ad Ankara il 17 aprile 1993, del capo dello stato turco, Turgut Özal.

 

23 Giugno 2013 – Dîrok


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