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Retekurdistan.it | 9 dicembre 2019

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Storia di una rifugiata politica

Storia di una rifugiata politica

23 giugno 2013


Vedere le bandiere di Ocalan e di Ataturk vicine è stata una delle cose piùbelle successe a Taksim. Curdi e turchi sono riusciti a dare uno schiaffo morale a coloro che in questi lunghissimi anni hanno attuato ed ancora promuovono politiche divisioniste e di non inclusione”.

Intervista a Gulistan esule curda in Italia.

“Vedere le bandiere di Ocalan edi Ataturk vicine è stata una delle cose più belle successe a Taksim.Curdi e turchi sono riusciti a dare uno schiaffo morale a coloro che in questi lunghissimi anni hanno attuato ed ancora promuovono politiche divisioniste e di non in clusione”Gulistan, di origine curda, ha diciotto anni e da ormai dieci vive in Italia. Il suo nome significa “terra delle rose” e purtroppo di rose al suo paese natale se ne vedono poche.

Originaria di Mardin, città nel sud est turco a poco meno di 50 chilometri dal confine siriano,è “emigrata” in Italia nel lontano 2004 per sfuggire alla repressione del governo turco. All’epoca suo padre, poco più che diciottenne,decise di disertare il servizio militare “perchè sarebbe stato come tradire chi fino al giorno prima era stata la sua famiglia”. Parole forti quelle usate dalla ragazza che ha ben chiaro cosa significhi non essere i benvenuti a casa e che sogna una Turchia uguale per tutti nella quale la lingua e la cultura curda non siano più soggette a privazioni e a continui ammutinamenti da parte del governo di Ankara.

Dove comincia la tua storia?

Ero molto piccola quando io e lamia famiglia abbiamo deciso di“scappare” dalla Turchia. Ricordo ancora la polizia che entrava casa per casa, ricordo le intimidazioni e i pestaggi. Ricordo che un pomeriggio i poliziotti entrarono in casa nostra e non trovando nessun motivo per poterci “punire”, ruppero tutte le cassette di musica curda che avevo in camera.Io all’epoca non capivo il perché di tutto quell’odio e passavo leg iornate a giocare con i miei tre fratelli ignara della gravità della situazione.Quando mio padre venne chiamato alle armi, si rifiutò perchè non poteva sopportare l’idea di combattere contro la “sua gente” e così per noi l’unica opportunità fu quella di fuggire dalla nostra terra.Nel 2004 siamo arrivati in Italia alla fine di un viaggio doloroso e difficile fatto di barche e camion.

Qual è stato il primo impatto?

Mi sento in dovere di ringraziare tutte le persone che ci hanno aiutato da subito. In Puglia, dove abbiamo vissuto per i primi due anni,ho trovato nei vicini e nelle organizzazioni impegnate ad assistere chi come noi gode dello status di rifugiato politico, una seconda famiglia. Tra i primi ricordi che ho dell’Italia, ci sono le feste organizzate per noi bambini e le torte che ci faceva la nostra vicina di casa.Dopo due anni appunto, abbiamo deciso di trasferirci ancora una volta, di lasciare la Puglia per cercare“fortuna” a Borgo San Lorenzo,dove viviamo tutt’ora.

La Turchia brucia. Cosa significa per te?

Quello che sta succedendo oggi in Turchia è qualcosa di insperato. Le rivolte di piazza Taksim e di Gezi Park sono riuscite a risvegliare il popolo turco tutto. Finalmente la gente ha tolto le bende dagli occhi e ha capito che da anni i “nostri”governanti ci stanno prendendo in giro. Come ho già detto, la cosa più bella è stata vedere turchi e curdi camminare uniti e cantare insieme chiedendo le dimissioni di Erdogan ed il rispetto delle libertà personali da troppo tempo soggette a restrizioni e giri di vite.Non dimentichiamo però che solo oggi la “questione turca” è arrivata a far parlare di sé mentre da più di 30 anni la “questione curda” passa inosservata. Ancora ogg iil PKK, (Partito dei lavoratori del Kurdistan) è internazionalmente considerato un’associazione terroristica e al popolo curdo non sono riconosciute lingua, cultura e tradizioni.

Quali le possibili conseguenze?

L’ironia con la quale i manifestanti hanno risposto alle provocazioni ed agli attacchi della polizia è qualcosa di veramente rivoluzionario.Credo che nessuno si sarebbe mai aspettato un tale risvolto e questo ha costretto Erdogan a mostrare la sua vera faccia.Come ho già ripetuto più volte, perle strade la lotta non è più tra turchi e curdi. La società sta evolvendo rapidamente e secondo me, più che parlare di possibili conseguenze di quello che sta accadendo, dovremmo analizzare i cambiamenti in atto, prenderne coscienza e lavorare su questi.
Allo stato attuale delle cose, la rivolta interessa più la parte “occidentale” della Turchia mentre nell’est la situazione sembra ancora calma. Dipenderà da come verrà affrontata la questione del progetto di pace avviato da Ocalan ed Erdogan e da quali saranno ingenerale gli sviluppi.

In che modo affrontate la questione in famiglia?

Non posso negare il fastidio di vedere che solo ora il mondo parla della Turchia, di Taksim, del malcontento generale mentre poch io nessuno ha mai parlato di noi.Per fare un esempio, posso citare il massacro di Uludere del 28 dicembre 2011 nel quale hanno perso la vita 34 curdi per colpa di un “errore tecnico” del governo impegnato in alcuni azioni militari. Anche in quel caso la notizia non fece scalpore più di tanto e i media che sene interessarono furono davvero pochi.Comunque devo ammettere che tutti appoggiamo e siamo solidali con i manifestanti perchè credo che la prima prerogativa di un po-polo, sia quella di essere ascoltato.

A quando la libertà per il popolo curdo?

Per rispondere a questa domanda utilizzo le parole dello scrittore curdo Yashar Kemal: “Il mondo è un giardino di culture. Ci sono mille fiori ed ogni fiore ha un odore ed un colore propri. Distruggere una cultura significa distruggere un pezzo della nostra umanità”.Dopo una guerra lunga anni difficilmente una pace scritta potrà portare ad un pieno riconoscimento dei nostri diritti. Quando sradichi un albero, ci vorranno anni prima che un altro possa prendere il suo posto e non potrai mai sapere se darà frutti oppure no…

Un’ultima domanda, qual è il tuo sogno nel cassetto?

Spero un giorno di riuscire a tornare a casa senza la paura di essere imprigionata. A Mardin ho ancora dei parenti e degli amici e mi piacerebbe avere la possibilità di andarli a trovare. Mi piacerebbe poter rivedere i posti nei quali sono cresciuta e rivivere le storie che spesso mio padre ci racconta.Probabilmente non riuscirei a vivere lì: nonostante tutto, io adesso mi sento europea, ma nella vita non si può mai sapere.

di Marcello Canepa       Osservatorio Iraq


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