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Retekurdistan.it | 19 novembre 2019

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Perché i militari stavolta non “salvano” la Turchia?

Perché i militari stavolta non “salvano” la Turchia?

19 giugno 2013


Prima o poi doveva capitare. Rispolverato nel peggior momento possibile da quando è in carica, tirato fuori dalla formalina in cui lo aveva conservato per anni, il governo ora agita lo spauracchio dell’esercito, un esercito che un tempo era onnipresente nella vita politica turca ed il legittimo custode della tradizione repubblicana di Mustafa Kemal Atatürk.

Lo spauracchio è agitato ma forse serve più a confondere le acque puntando sulla paura che genera il solo ricordo dell’esercito e delle nefandezze compiute da quest’ultimo sin dai tempi della fondazione della Repubblica Turca nel 1923. L’eventuale impiego dell’esercito infatti segnerebbe la fine prematura della parabola dell’Akp, già peraltro in cattivissime acque dopo quasi 20 giorni di protesta, 4 morti, centinaia di arresti, anche di giornalisti, e quasi ottomila feriti (secondo le stime dell’Associazione dei Medici di Turchia).

In realtà dopo dieci anni di reggenza dell’Akp, l’esercito è stato sistematicamente messo ai margini della vita politica attraverso una serie d’inchieste a tappeto pur se non sparendo del tutto dallo scenario politico. Del resto l’attuale costituzione turca (pur con emendamenti ulteriori) è stata dettata dall’esercito nel 1982 e approvata in via plebiscitaria nel 1983.

Il referendum voluto da Erdoğan nel 2010 ha però limitato fortemente le prerogative dell’esercito e rinforzato l’Akp attraverso delle modifiche sostanziali all’interno dei due bastioni della laicità: la Corte costituzionale ed il Consiglio superiore della magistratura (HSYK) che nomina i giudici ed i procuratori. Nonostante questo non sembra però che l’AKP possa controllare totalmente l’esercito che resta nell’ombra, minaccioso, pronto a tornare protagonista dopo essere stato messo nell’angolo per lungo tempo.

Seconda potenza militare della Nato e tra le prime dieci al mondo, l’esercito turco è considerato da sempre come il garante della laicità della Repubblica fondata dal generale Atatürk. A causa di questo retaggio tutte le Costituzioni turche hanno sempre riconosciuto all’esercito il diritto d’intervenire militarmente nel caso in cui i valori repubblicani fossero in pericolo.

Lo sono adesso? In realtà oggi in pericolo sono solo i “valori” dell’Akp, sempre più sordo, cieco e inghiottito da una spirale di violenza e da isterismi di tipo dittatoriale. Ad ogni modo la copertura costituzionale, intrinsecamente anti-democratica, ha permesso di legittimare tre colpi di stato (quelli del 1960, del 1971 e del 1980 a cui si può aggiungere anche il “golpe bianco” del 1997).

Ma sin dalla sua ascesa al potere, nel 2002, attraverso inchieste ad hoc come “Balyoz” (Martello) e “Ergenekon” (dal nome di una valle mitica in Mongolia da cui si dice derivino le antiche stirpi turche) l’Akp è riuscito a tagliare la testa ai vertici dell’esercito, consegnando alla magistratura centinaia di colonnelli e militari d’alto rango.

Tutto inizia nel 2007 nel quartiere-bidonville d’Ümraniye a Istanbul, dove la polizia ritrova granate, esplosivo e materiale per preparare bombe. Inizialmente considerato come un affare concernente gruppi terroristi legati all’estrema sinistra o al terrorismo di matrice curda, il ritrovamento rivela invece l’esistenza di una rete criminale sotterranea sostenuta da militari il cui scopo è quello di rovesciare il governo dell’Akp.

Ma se a prima vista l’affare Ergenekon sembra un complotto ultranazionalista di tipo esclusivamente militare, col tempo la macchia si allarga includendo giornalisti, avvocati ed altri membri della società civile. In tutto, 300 persone vengono arrestate nell’ambito dell’inchiesta Ergenekon tra il giugno del 2007 ed il novembre 2009.

Ma cos’è esattamente Ergenekon? Secondo diversi specialisti Ergenekon non sarebbe altro che l’ultima versione del “Derin Devlet” (il cosiddetto “stato profondo”) una rete sotterranea, duttile, che si trasforma secondo il contesto socio-politico del momento. Negli anni ’50, in piena guerra fredda e proprio sulla falsariga dell’operazione Gladio in Italia, si propone di contrastare il pericolo rosso e l’insorgenza di partiti e sindacati d’ispirazione comunista attraverso colpi di stato e una strategia della tensione il cui scopo è quello di polarizzare l’attenzione sulla necessità di instaurare un regime autoritario retto da militari.

Tra le gesta di quest’organizzazione ultra-nazionalista si segnalano attentati dinamitardi – quello al Consiglio di Stato, per esempio, o al giornale Cumhuriyet – oltre che assassini di uomini d’affari curdi, d’intellettuali e di giornalisti. Negli anni ’70 la rete Ergenekon semina panico nella società turca approfittando degli scontri tra ambienti della destra nazionalista e della sinistra kemalista e tra musulmani sunniti e gli Aleviti (sciiti eterodossi dell’Anatolia) per tessere le fila che porteranno al colpo di stato del 12 settembre 1980.

Occorre ricordare che in Turchia, per scongiurare il pericolo rosso, la Cia crea milizie paramilitari e formazioni ultranazionaliste ed “eserciti irregolari” nel Kurdistan turco. Soldati della Kontrgerrilla (la Gladio Turca), Lupi Grigi e agenti del Mit (il servizio segreto turco), protetti dai militari e dai partiti d’estrema destra, portano avanti una guerra contro tutti i partiti e i sindacati d’ispirazione comunista che farà almeno 5.000 vittime. Ergenekon organizza attentati contro intellettuali di sinistra, pogrom contro gli Aleviti (il pogrom di Marsh, nel 1978, provoca oltre 100 morti) e organizza provocazioni di ogni tipo durante manifestazioni politiche per rendere la società turca ingovernabile e giustificare l’instaurazione di un governo retto da militari.

Negli anni ’90 invece la rete terrorista si concentra sulla questione sensibile del momento, il terrorismo di matrice curda. Vengono creati eserciti irregolari e formazioni paramilitari come il “Jitem”, il cui scopo era assassinare ex pentiti del Pkk e organizzare la contro-guerriglia contro gli indipendentisti curdi nel Sud Est della Turchia.

Nasce ugualmente il tema nazionalista dello “stato unitario” che sarebbe in pericolo di fronte al separatismo curdo, un paradigma che continua ancora oggi nel Kurdistan odierno con centinaia di arresti di sindaci, avvocati, giornalisti ed altri membri della società civile per il loro presunto legame con il terrorismo curdo.

Nel 2010 scoppia il caso “Balyoz”. Il giornalista Mehmet Barancu, in un reportage pubblicato sul quotidiano liberale Taraf, rivela infatti l’esistenza di uno dei piani orditi dall’organizzazione Ergenekon, noto come “Balyoz” (martello da fabbro). Nel suo reportage il giornalista pubblica estratti di migliaia di documenti, decine di cassette audio e diversi CD che gli erano stati recapitati in una valigetta.

Secondo questi documenti la Marina Turca aveva già previsto di piazzare bombe in due delle più grandi moschee di Istanbul, di chiudere le attività di alcune Ong, di arrestare migliaia di persone e di abbattere un caccia turco nel Mar Egeo addossando la colpa all’esercito greco. Il caos provocato da eventi tanto drammatici avrebbe portato alla caduta del governo dell’Akp e giustificato l’intervento dell’esercito.

Alla fine l’inchiesta Balyoz si è chiusa con la condanna spettacolare di 322 militari d’alto rango con detenzioni che vanno dai 16 ai 20 anni. E così l’Akp, attraverso inchieste ad hoc prolungate nel tempo e lunghe detenzioni, è riuscito ad un tempo a decapitare l’esercito turco e a basare il suo potere sulla polizia nazionale, una polizia però infiltrata da tempo dalla Comunità Gülen (come denunciato dal giornalista Ahmet Şık che per questo si è fatto un anno di prigione) il cui leader, Fetullah Gülen, s’è auto-esiliato in America nel 1999 per evitare di incorrere in un processo per aver attentato alla laicità dello stato e per aver fomentato l’instaurazione di una teocrazia islamica.

Il 23 marzo 2011 la Corte Penale di Istanbul confisca e distrugge le bozze del libro di Sik intitolato İmamın Ordusu, “L’esercito dell’Imam”, di oramai imminente pubblicazione. Il libro illustra la maniera in cui i Fethullahçis (i seguaci di Fetullah Gülen) si sono infiltrati progressivamente in polizia, servizi segreti, politica ma anche nei quadri delle forze armate turche.

Secondo Ahmet – i cui stralci del libro sono stati divulgati su internet – i Fethullahçis hanno oltre cinque milioni di seguaci e miliardi di dollari di finanziamenti. Sin dal 1980 hanno indirizzato i propri sforzi sulle forze dell’ordine non riuscendo a penetrare completamente le gerarchie militari. L’organigramma dei Fethullahçis è strutturato sulla falsariga di una loggia massonica il cui scopo è quello di formare nuove leve direttamente nelle scuole e nelle accademie di polizia, leve che poi diverranno quadri dirigenti della setta, “associati”.

La tesi di Ahmet è che i Fethullahçis si siano
negli anni trasformati in una forza sotterranea pervasa di integralismo religioso e militarismo (il loro motto – “ordine ed obbedienza” – ricorda lugubri dettami del fascismo) e che abbiano legami stretti con l’Akp di Erdoğan la cui politica cerca di trasformare lentamente la società turca in una società più “religiosa” conservatrice, una società che reprime le libertà fondamentali. Ora però il tappo è saltato, anche Gulen dall’America critica l’Akp per essersi fatto sfuggire la situazione e per l’eccessiva violenza. Non è chiaro se questo sia già un passaggio di consegne o forse semplicemente l’inizio della fine del sultano Erdoğan.

Di Marco Cesario

http://www.linkiesta.it/turchia-militari


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