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Retekurdistan.it | 20 settembre 2019

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Reportage con Bahoz Erdal sul ritiro della guerriglia

Reportage con Bahoz Erdal sul ritiro della guerriglia

29 maggio 2013


29 maggio 2013

Per il reportage che il 14 Maggio 2013 è stato pubblicato nel giornale Internet indipendente T24, il giornalista Hasan Cemal si è incontrato con Bahoz Erdal, il comandante in capo delle forze di Difesa del Popolo (HPG).

Hasan Cemal: Perché si è unito al PKK?

Bahoz Erdal: Perché ci hanno traditi! Prima qui nel regno ottomano non c’erano confini. I curdi facevano la spola tra il nord e il sud. I confini sono stati tracciati più tardi. Come in Siria, Iraq e in Turchia … Non eravamo cittadini di quei paesi. Nei nostri documenti in Siria c’era scritto “Migranti dalla Turchia”. E la Turchia mi chiama “terrorista siriano” …

Parlo con lui del ritiro. Bahoz Erdal, che é responsabile del ritiro delle forze armate del PKK dal territorio dello stato turco ha detto che i guerriglieri prendono la fase molto sul serio, ma che ci sono tuttavia alcune esitazioni. Erdal spiega: “Non c’è nessun tipo di documento che sia stato sottoscritto da parte dello stato. Non c’è un accordo o una decisione del parlamento. Due forze armate si sono combattute per 29 anni. Ora che è iniziato il ritiro esiste un elevato rischio che possano riaccendersi combattimenti tra queste due forze armate. Lo stato non ha dichiarato una tregua … Noi, come PKK, abbiamo detto sia attraverso strumenti che in forma scritta ai nostri quadri: nella fase del ritiro si pianifica, si organizza e siamo determinati a non sparare neanche una sola pallottola. Fino ad ora non ci sono stati combattimenti. Ma la guerriglia mostra molta circospezione. Affinchè non ci siano combattimenti, percorsi in montagna che in realtà durerebbero un’ora vengono prolungati fino a 3 o 4 ore. Questo processo è stato iniziato dal nostro presidente. Noi lo sosteniamo. Non perché ci fidiamo dello stato. Ci muoviamo di notte, perché vogliamo ridurre al minimo il rischio di combattimenti”.

Bahoz Erdal è una persona che parla e discute in modo emotivo e con molta gestualità… Spiega ancora: “Facciamo la nostra parte. Io parlo tutti i giorni alla radio. I militari turchi sono tesi. Con un movimento sbagliato la loro pazienza salta. Per questo dobbiamo essere molto prudenti!”.

Per quanto riguarda questo punto, Bahoz Erdal ha le sue critiche da effettuare alla parte turca. Le riassume in quattro punti:

1. Lo spionaggio attraverso i droni in montagna…

2. L’aumento dei guardiani di villaggio…

3. L’ampliamento accelerato di postazioni militari…

4. L’evidente aumento delle unità e delle attività militari

Bahoz Erdal spiega che questi quattro punti provocano “nervosismo” dalla loro parte e prosegue così: “Non sono tanto i droni. Ad Amed sono iniziati i lavori di costruzione per 48 postazioni militari ed a Dersim 22. Tutti questi punti sono potenzialmente provocatori nei nostri confronti. Non c’è una tregua. Perché così tante postazioni militari? Perché tanti voli di droni? Perché tanti guardiani di villaggio? (…)”.

Durante il colloqui sul 1999, Bahoz Erdal parla del ritiro di quell’anno: “Non permetteremo che succeda di nuovo qualcosa come nel 1999. Non permetteremo che si verifichino situazioni con potenziali combattimenti. Ma vede, una parte lascia lo scenario di guerra e l’altra no. (…) Se la guerriglia non fosse in movimento, il rischio di combattimenti sarebbe molto basso. Ora sono le 10.30 di sera e dozzine di guerriglieri sono in movimento da nord verso sud. Per questo bisogna stare attenti affinchè la fase del ritiro non venga interrotta.

Alla mia domanda su quando si concluderà questa fase, risponde come segue: “Se lo stato mantiene la tregua, il ritiro delle unità del PKK sarà in larga misura completato entro due mesi. Se invece i punti sopracitati continuano, la ritirata durerà fino all’autunno”.

Hasan Cemal: Lei è contento di questa fase?

Bahoz Erdal: Siamo contenti della pace. Ma non perché ci fidiamo dello stato, ma perché ci fidiamo della nostra forza.

Bahoz Erdal sottolinea che i curdi in Turchia sono stati traditi, assimilati, turchizzati e massacrati per novant’anni. Ora chiedono come si possano fidare del PKK. Ma si tratta dell’opposto: in questo paese ai curdi e alle curde è stata vietata la loro lingua, chi vuole fidarsi di questo paese? Quattromila villaggi sono stati bruciati e distrutti. Abbiamo dovuto subire tutto questo. Dovremmo essere noi a chiedere: come ci si può fidare di uno stato del genere?

Su questo tema Bahoz Erdal continua come segue: “Si crede forse che un insegnamento in madrelingua possa dividere la Turchia, mentre la politica dell’assimiliazione e della negazione la unisce?”.

Dopo il nostro colloquio notturno con Bahoz Erdal nella casa di un villaggio, anche durante la mattinata successiva abbiamo continuato la nostra discussione in un campo del PKK, un punto di appoggio della guerriglia nella zona di Metina. La mia domanda a Bahoz Erdal riguarda una possibile interruzione del processo di pace.

Hasan Cemal: Se l’AKP non fa passi sufficienti per quanto riguarda la democratizzazione, se non crea una base per la pace, la lotta armata diventa un’alternativa?

Bahoz Erdal risponde con un’elenco:

1. Per il nostro presidente il processo ha un significato strategico di lungo periodo. Non si tratta quindi di un’impresa tattica. Anche lo stato dovrebbe valutare il processo allo stesso modo.

2. Entrambe le parti non dovrebbero valutare l’attuale processo come una vittoria personale sull’altra parte, né come una sconfitta personale. Un processo di soluzione invece risulterebbe come un successo per entrambe le parti.

3. Penso anche che non siano adeguati né un atteggiamento di fondo troppo ottimista, né un atteggiamento pessimista rispetto al processo. Tuttavia sia dalla parte curda che da quella turca esistono entrambi gli atteggiamenti.

4. Rispetto al PKK non bisognerebbe dire, “come nel 1999 hanno preso e sono partiti“. All’epoca sono stati sprecati quattro anni. In quel periodo [dopo la ritirata del 1999] non è successo niente. Questo non deve ripetersi. Se lo stato si illude nuovamente di poter dividere o persino eliminare il PKK, non fermeremo la reazione della nostra popolazione.

5. L’attuale processo per la nostra parte era ed è legato a difficoltà. Convincere le nostre forze a venire qui dal Kurdistan Settentrionale non è stato facile. Se lei fosse stato qui agli apparecchi radio, avrebbe potuto rendersene conto. La domanda più frequente che ci è stata posta è come sarà la situazione del nostro presidente. Per la guerriglia, questo è un tema molto sensibile. Vogliono certamente vedere il loro presidente in libertà, forse anche in forma di arresti domiciliari.

Vede, facciamo tutto ciò che è in nostro potere. Una tregua senza condizioni, una ritirata senza condizioni … anche lo stato dovrebbe vederlo … Ma per addurre la richiesta di deporre le armi sarebbe il momento sbagliato. Chiedere una cosa del genere in questo momento corrisponderebbe ad una richiesta di resa. E se il PKK dovesse darle seguito, senza che ci sia una soluzione della questione curda, le assicuro che si creerebbero altre organizzazioni che forse sarebbero dieci volte più radicali del PKK e che si farebbero carico di questa lotta. Quindi non si tratta di deporre le armi, si tratta di una soluzione della questione curda. Si tratta di rimuovere completamente le cause per via delle quali la gente va in montagna e impugna le armi”.

Quando arriviamo al tema del nazionalismo turco, Bahoz Erdal effettua diverse critiche che esprime con le seguenti parole: “In questo paese [Turchia] ci sono almeno 20 milioni di curdi e curde. Cosa volete farci? Non siete riusciti ad assimilare questi curdi. Il nazionalismo turco alimenta l’inimicizia nei confronti dei curdi. Lo stato lo ha favorito fin dagli anni Ottanta. La storiografia ufficiale lo messo per iscritto  e manifestato. Qui serve un serio cambiamento di mentalità”.

http://www.mesop.de/2013/05/15/skeptische-betrachtungen-zum-sogenannten-friedensprozess/


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