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Retekurdistan.it | 15 ottobre 2019

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Cinquecento giorni dopo

Cinquecento giorni dopo

21 maggio 2013


21 Maggio 2013
Permettetemi innanzitutto di descrivere il paesaggio. Una strada sabbiosa in una zona di montagna, circa 35 persone sedute sul ciglio della strada, me compresa. Alla nostra sinistra, la strada fa una curva a destra e subito dopo: un blocco stradale con un veicolo blindato, un nastro rosso e bianco, filo spinato, segno che l’area è  riservata e una ventina di militari. Sulla cima della collina: un gruppo di almeno un centinaio di persone che stanno aggirando il blocco stradale per raggiungere il luogo dove vogliono commemorare i loro cari, morti in un bombardamento aereo avvenuto esattamente 500 giorni fa.

Il piano era piuttosto semplice: le famiglie delle 34 persone che morirono nel massacro di Roboski il 28 Dicembre 2011 volevano raggiungere a piedi il punto esatto in cui avvenne il massacro e lasciare lì 34 garofani per commemorare i loro cari, 500 giorni dopo i  bombardamenti. Il luogo dove è avvenuto il massacro si trova in cima a una collina proprio al confine turco-iracheno, accanto alla pietra che marca la frontiera.

Le 34 vittime sono state bombardate, mentre facevano contrabbando. Il contrabbando è ripreso dopo i bombardamenti, e continua ancora oggi. Non c’è molto altro lavoro nella regione, e i villaggi di Ortasu (nome curdo Roboski) e Gulyazi (nome curdo Bejuh) sono così vicini al confine che il contrabbando è stato il modo più logico per guadagnarsi da vivere per decenni.

Le persone si sono riunite a Ortasu, la prima parte del corteo era formata da trattori, minibus e auto. L’ultima parte, forse due chilometri a piedi, dalle donne con gli striscioni. È successo quello che ci si aspettava succedesse: l’ultimo tratto di strada è stato bloccato dall’esercito. Due membri della sezione locale dell’Associazione per i Diritti Umani e un avvocato sono andati a parlare con l’esercito per cercare di convincerlo a lasciar passare le famiglie, ma i loro sforzi sono stati vani. Dal veicolo blindato i militari hanno rilasciato una dichiarazione: l’esercito non poteva lasciare che la gente passasse, per il suo bene; si tratta di una zona pericolosa a causa delle mine. La folla ha fischiato.

Poi, improvvisamente, un paio di giovani hanno iniziato a correre verso destra, hanno seguito un piccolo sentiero per un breve tratto e hanno iniziato a scalare la collina, aggirando il blocco dell’esercito. Alcuni militari hanno cominciato a correre verso di loro, ma ben presto sono tornati alle loro posizioni – a quanto pare hanno avuto l’ordine di lasciar passare le persone. Ben presto altri li hanno seguiti, tra loro quasi tutte le madri e le mogli degli uomini che sono stati uccisi.

Li ho seguiti a breve distanza per scattare foto, ma non sono arrivata con loro fino alla pietra di confine. Oltrepassare quella frontiera è  illegale, e in questo caso si trattava anche di una zona militare riservata. I cittadini della Turchia vengono multati per questo, ma gli stranieri come me potrebbero essere espulsi, e ho deciso di non correre questo rischio. Gli altri rimasti indietro non hanno potuto percorrere la ripida salita perchè avevano con sè bambini piccoli o non potevano rischiare di essere arrestati o multati.

Ben presto abbiamo visto il gruppo apparire come piccole marionette nere sulla cima della collina accanto alla pietra di confine. Erano circa le 13:00, e nessuno era sicuro di quello che stava per accadere. Un contatto telefonico con il gruppo lassù era impossibile, dato che non vi era alcuna copertura. L’unica cosa che restava da fare a chi aveva deciso di rimanere indietro era  sedersi sul ciglio della strada all’ombra e aspettare. Ho fatto parte di quel gruppo.

Dopo circa due ore, sono apparsi gli elicotteri dell’esercito. Beh, almeno uno di loro era lì tutto il tempo, ma ora tre di loro atterravano proprio davanti a noi scaricando 35 soldati in tenuta da combattimento, come se stesse per iniziare una guerra . In quel momento ho avuto la sensazione che stessimo guardando un film  surreale. I soldati correvano verso di noi perché è lì che era la strada, ed uno degli abitanti del villaggio, in realtà uno dei sopravvissuti al massacro, è stato così gentile da aprire il cancello di legno del terreno dove erano atterrati gli elicotteri per far passare i soldati. Non  smetto mai di essere stupito dalla cordialità della gente di qui.

I soldati correvano verso il blocco stradale per poi disperdersi sulla stessa collina che la gente aveva scalato per arrivare alla pietra di confine. A quanto pare, si è concluso che il piano dell’esercito era quello di arrestare quelli che si trovavano alla frontiera illegalmente non appena fossero venuti giù dalla montagna. Anche in questo caso, sono iniziati colloqui tra l’esercito e i rappresentanti della comunità. Due abitanti del villaggio sono stati autorizzati a raggiungere a piedi il gruppo che si trovava in prossimità della pietra di confine per ascoltare quale fosse il loro piano. Dopo essere andati su e giù per due volte, i soldati hanno promesso di non arrestare nessuno. Ma il gruppo non si è fidato della promessa, ha annunciato che sarebbe rimasto lì fino alle 6 e ha chiesto che i soldati se ne andassero prima. Da lontano, li abbiamo sentiti gridare slogan.

I soldati hanno poi ordinato al resto del gruppo di partire, dicendo che se ce ne fossimo andati se ne sarebbero andati anche loro. Dopo qualche discussione, il gruppo ha deciso di dare ai soldati il ​​beneficio del dubbio. Se ne sarebbero andati, ma avrebbero aspettato a poche centinaia di metri lungo la strada. Il veicolo blindato e il blocco stradale non erano più visibili, ma lo era il gruppo in cima alla collina. Di tanto in tanto sentivamo gli slogan echeggiare nella valle.

Alle sei esatte, il gruppo ha iniziato a scendere dalla collina. Ci sono voluti circa venti o trenta minuti prima che raggiungesse il gruppo che era rimasto indietro. L’esercito ha mantenuto la sua parola e non ha arrestato nessuno, ma ha infranto un’altra promessa che diceva avrebbe mantenuto: ha ripreso tutte le persone che scendevano dalla montagna, in modo da poterle identificare e perseguire in seguito. È per questo che molti abitanti del villaggio durante la discesa hanno coperto i loro volti con scialli o si sono nascosti tra i rami degli alberi.

34 Garofani sono stati deposti sulla pietra di confine. Uno dei padri ha passato un momento di grande emozione quando ha trovato il cellulare di suo figlio che è stato massacrato in quel luogo, riconoscendolo da una sigla scritta sopra.

Il blocco stradale, allestito appositamente per ostacolare la commemorazione, è stato rimosso. Questa settimana il traffico riprenderà. Come sempre, il commercio illegale sarà tollerato di nuovo. Ma commemorare la morte di decine di persone uccise dallo Stato nel modo in cui gli abitanti del villaggio ritengono adatto è ancora vietato.

Frederike Geerdink 

14 Maggio 2013

http://kurdishmatters.com/unsolved-murders/five-hundred-days-later/

 


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