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Retekurdistan.it | 15 novembre 2019

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Il delitto di essere kurdo nella Turchia dei diritti umani

Il delitto di essere kurdo nella Turchia dei diritti umani

1 aprile 2013


1 aprile 2013
La storia che segue è quella di un richiedente asilo kurdo in Italia, come tanti ne sono capitati in questi anni allo sportello legale della nostra associazione, Senzaconfine. Prima di affrontare l’audizione presso una delle Commissioni Territoriali competenti per l’esame della domanda di protezione internazionale, i richiedenti accettano di raccontarci le loro storie rivivendo il dolore e l’angoscia subiti durante la loro migrazione forzata.

In Turchia essere kurdo è tuttora un delitto e una colpa, e la tortura praticata su persone che dovrebbero essere ritenute sue cittadine è ancora sistematica e ben presente, nonostante le dichiarazioni del Primo Ministro Erdoğan, che qualche anno fa prometteva “tolleranza zero” verso questa pratica inumana, insieme a una costituzione più attenta ai diritti umani.

Nel racconto, il nome dell’interessato è stato cambiato ed ogni riferimento a luoghi e particolari sensibili è stato cancellato, in modo da proteggerne la privacy. Tutto il resto corrisponde, purtroppo, ancora a verità. E’ vero che Ferhat, il protagonista, ha alle spalle una storia particolarmente densa di violenze, ma è ancor più vero che essa rappresenta solamente una delle tante storie che continuano ad essere vissute da un popolo che, mai come ora, sta cercando la pace e il riconoscimento dei suoi diritti fondamentali. Pubblichiamo quanto segue, con il permesso entusiasta di Ferhat, augurandoci che il silenzio non avvolga quanto ancora accade in Turchia.

Mi chiamo Ferhat e sono nato in un villaggio del Kurdistan Settentrionale, nel territorio dell’attuale Turchia. In quel luogo ho trascorso un’infanzia assai dura e difficile. Negli anni ’90 mio padre e mio zio materno erano attivi nei servizi di collaborazione esterna con i guerriglieri del PKK (assistenza logistica, fornitura di provviste alimentari, farmaci, rete di contatti). A causa di ciò la mia famiglia fu oggetto di pesanti persecuzioni.
Quando cominciai ad andare a scuola, siccome non sapevo parlare in turco, e siccome provenivo da una famiglia kurda di patrioti, subii sia minacce che percosse da parte degli insegnanti (schiaffi, bastonate, e quando venivo portato nell’ufficio del Direttore era anche presente un comandante della gendarmeria). Quando frequentavo la quarta elementare, non riuscivo mai a dormire di notte a causa dei traumi e della paura per gli episodi della scuola. Mio padre se ne accorse, ne parlammo e io gli raccontai tutto; lui disse che era meglio che io smettessi di frequentare la scuola e così abbandonai gli studi in 4° elementare.

Pochi mesi dopo la mia famiglia subì persecuzioni da parte dello Stato turco. I militari cercavano persone o materiali connessi alle attività della guerriglia e si comportavano in modo assai violento. Purtroppo anche contro mia madre, di fronte ai miei occhi, colpendola con il calcio del fucile fino allo svenimento: da questo fatto trassi un profondo trauma, molto turbamento e paura. Le persecuzioni continuavano senza sosta: di conseguenza la capacità di sopportazione e di resistenza psicologica di tutta la famiglia crollò. Durante una di queste persecuzioni, mio nonno ebbe una crisi cardiaca e morì.

Negli anni ’90 un gruppo di guerriglieri veniva ogni tanto al nostro villaggio, e ricevevano, allora, la collaborazione di mio padre e di mio zio, prima che essi scappassero (il primo si è rifugiato in un paese europeo, il secondo si è unito ai guerriglieri in montagna); dopo la loro fuga, fu mio fratello maggiore che prese il loro posto e lavorò come collaboratore e intermediario con la guerriglia. Noi in famiglia non ne eravamo al corrente. Mio fratello usava a tale scopo una casa nel villaggio. Anche io portavo spesso del cibo a quella casa, anche se non sapevo che si trattasse di guerriglieri. Un giorno fui fermato per strada da un’auto dei gendarmi. Preso dal panico scappai ma fui catturato. Mi misero sulla jeep, mi chiesero dove portavo quel pane che avevo nel sacchetto, loro sapevano di quella casa, mi minacciarono affinché io rivelassi dov’era quella casa, mi picchiarono fino a farmi cadere dalla jeep, poi, mentre ero steso a terra, vennero con la ruota a distanza ravvicinata dalla mia testa, minacciarono di partire e schiacciarmi la testa con la ruota, mentre, contemporaneamente, un altro gendarme era sceso, mi teneva il piede sulla schiena e mi puntava la pistola minacciando di spararmi. Io, che ero ancora un ragazzo, ebbi una paura atroce. Indicai con il dito la casa a cui stavo portando il pane. Mi misero nella jeep e mi portarono in caserma. Mi interrogarono a lungo. Quante persone c’erano in quella casa? C’erano armi? Ero entrato dentro la casa? Poi mi misero in una cella buia al piano di sotto. In essa poi liberarono tre lunghi serpenti, ed io ne rimasi terrorizzato. I serpenti venivano verso di me. Preso dal panico, io ne afferrai uno e lo morsi, lui reagì avvolgendomi il braccio a spirale. Svenni. Poi fui risvegliato da un soldato. Mi fissava negli occhi. Mi orinai addosso. Dietro di lui venne il comandante, con un bastone (anche ora, nel raccontarlo, sono preso dalla paura). Il comandante, che stava riprendendosi i serpenti, si accorse che uno di essi era ferito. Si arrabbiò con me perché l’avevo ferito, e cominciò a picchiarmi a lungo. Poi fui portato assieme al comandante all’ospedale del villaggio che era accanto alla caserma. Per la paura non dissi al dottore che ero stato picchiato dai gendarmi (il comandante era accanto a me). Dissi che ero stato picchiato dai ragazzi del villaggio, senza neanche sapere perché, ed alla richiesta del comandante, dissi che avrei fatto denuncia per ciò. Il dottore disse che mentivo, non potevano essere stati dei ragazzi. Poi fui medicato e rilasciato, andai a casa. Era l’indomani del giorno in cui ero stato prelevato con la jeep.

A casa c’erano mia madre che stava piangendo, mio fratello maggiore ed altri familiari. Compresi ben presto il motivo di ciò. Muhuttin mi chiese dov’ero la sera precedente. Io raccontai. Mi raccontarono che i soldati erano intervenuti nella casa dove c’erano nascosti i guerriglieri, e li avevano uccisi tutti. Tre giorni dopo io andai a quella casa. Entrai, ovunque era bruciato, proiettili dappertutto (per terra, conficcati nelle pareti), sangue, frammenti di carne. Io mi sentii sprofondare dal rimorso, mi sentii in colpa, e tuttora mi sento colpevole: tutto ciò era successo in conseguenza delle mie rivelazioni ai gendarmi. Pensai che se l’avessi saputo, mi sarei fatto ammazzare piuttosto di parlare.

Diversi mesi dopo si verificò un altro evento. I gendarmi (almeno una quindicina) andarono a casa di mia nonna. Anch’io ero là in visita, come facevo spesso; c’erano anche molti altri nostri familiari. Perquisirono la casa, trovarono un fascicolo nascosto nella toilette, poi, incoraggiati da quell’indizio, andarono avanti a cercare dappertutto.  Mia nonna, esasperata, si lamentò, e fu picchiata; mio zio materno reagì vedendo colpire sua madre, e fu picchiato duramente, cadde a terra, fu trascinato lungo il terreno fino alla jeep, e portato in caserma. Tre giorni dopo sapemmo che era ricoverato all’ospedale assieme a mia nonna. Poi finalmente tornarono a casa, vedemmo in che stato erano stati ridotti: ad entrambi erano state mozzate alcune dita delle mani, compreso il pollice. In seguito a questa persecuzione, molti miei familiari scapparono in Europa.

In famiglia eravamo rimasti assai pochi, le nostre condizioni di vita erano assai dure, la paura era tanta e le persecuzioni continuarono ad abbattersi su di noi. Quando venivano i soldati mia madre cadeva in preda a vere crisi di panico. Anche noi avevamo paura, ma le sue erano autentiche crisi di shock nervoso, specie di fronte ai riferimenti dei soldati a mio padre ed a mio zio.

Io e mio fratello maggiore cominciammo a lavorare in un forno di panificazione per alleviare le difficoltà economiche della famiglia rimasta priva di entrate. Avevamo anche coltivazioni di pistacchio, che però non sapevamo come utilizzare, perché i membri della famiglia che sapevano farlo erano scappati. Un giorno un altro mio fratello venne al forno gridando che i soldati erano venuti a casa nostra ed “avrebbero ucciso mia madre”. Io e mio fratello maggiore corremmo a casa: 7 o 8 soldati erano lì dentro, mia madre giaceva a terra, tremante ed in preda a lamenti, c’erano macchie di sangue ovunque. Mio fratello, vista mia madre in quelle condizioni, reagì di scatto e colpì un soldato con un pugno. Io mi avvicinai a mia madre, piangendo dalla paura. Afferrai dal braciere un tizzone ardente, e lo scagliai contro i soldati. Quelli, che stavano accanendosi contro mio fratello, cominciarono a picchiare anche me, con calci, pugni, bastonate; io mi raggomitolai a terra per proteggermi. Poi mio fratello fu caricato sulla jeep e portato via; lo rilasciarono dopo tre giorni, venne a casa, e poco tempo dopo scappò in Europa;  purtroppo non abbiamo molte notizie di lui.

Vendemmo via via i terreni coltivati che possedevamo.

Una volta, io e mio madre stavamo andando a fare la spesa al mercato, venne la jeep dei gendarmi, c’era anche il comandante, si fermò, il comandante ci disse che mio zio era stato ucciso, ora sarebbe stato ucciso anche mio padre, era il suo turno. Ma mia madre non comprese, perché non capisce il turco. Io le tradussi la
frase, lei crollò sule ginocchia, cominciò a piangere ed a lamentarsi. Era in uno stato mentale confusionale.
In famiglia ero rimasto solo io a farmi carico delle responsabilità. La situazione psicologica di mia madre era veramente grave. In seguito si ammalò e si coricò a letto, la ricoverammo all’ospedale statale, dove non fu curata per mancanza della “carta verde” (assicurazione sociale), così la portammo in un ospedale privato, a pagamento, spendendo molti soldi (vendemmo altri campi). Non fu ricoverata, ma per lungo tempo la portavamo a là a farsi visitare. Emerse anche che si era ammalata di diabete, oltre all’ipertensione ed allo stress. Non voleva più continuare a vivere.

Intanto i soldati continuavano periodicamente a venire a casa nostra, ci avevamo fatto l’abitudine. Un giorno, durante una di queste incursioni, cercavano di nuovo mio fratello, io ero raffreddato, starnutii, il comandante ritenne che io gli avessi sputato contro, mi picchiò e mi caricò sulla jeep, mi portarono in caserma, mi interrogarono in modo insistente, poi misero nella solita cella sottostante (quella dei serpenti…). Io ero spaventatissimo, temendo che di nuovo mi scatenassero contro i serpenti, ma questa volta fu introdotto un grosso cane tenuto al guinzaglio, che mi abbaiava e ringhiava furiosamente contro. Era buio, io dal terrore scappai dalla porta, ma passando accanto al cane fui morso e porto ancora i segni dei suoi denti. Il cane continuava a tenermi avvinto col suo morso ed a sballottarmi, poi un soldato colpì il cane sulla testa tramortendolo. Fui portato in ospedale. Dissero che ero stato morso da un cane: da un qualsiasi cane, beninteso, mica dal loro cane….Io dissi invece al dottore, dopo che i soldati se n’erano andati, che si trattava del loro cane. Mi fecero appena una medicazione, senza nessuna iniezione o ricucitura, e mi dimisero.

In seguito arrivò la chiamata alla leva. Non volevo andarci perché ero contrario alla violenza ed alle armi ed anche perché ero l’unico rimasto in famiglia a prendermi cura di mia madre, di mia sorella maggiore e dei miei fratelli minori. Mia madre acconsentì al mio rifiuto. Mi rifugiai perciò a casa di mia zia. Cominciai a lavorare in un forno di panificazione. Per circa tre anni e mezzo continuai così: casa e lavoro…ma avevo sempre paura di essere catturato e mandato al servizio militare. La mia situazione psicologica crollò. Un giorno venni a sapere che mio padre ci aveva inviato una lettera: all’interno c’era scritto che sino ad allora non ci aveva dato sue notizie per evitare di crearci problemi, ma che ora viveva in Europa. Di conseguenza, mia madre ritenne opportuno, visto il mio crollo psicologico, mandare anche me da mio padre. Cercammo una rete di trafficanti, la trovammo nei dintorni, mi portarono ad Istanbul dove rimasi per un pó. Siccome la rete non dava più notizie, decisi di tornare al villaggio ma ci fu un controllo dei documenti alla stazione di pullman di Istanbul. Mi portarono in caserma, mi chiesero perché ero venuto ad Istanbul, mi torturarono, mi fecero l’elettroshock alle dita, dopo il quale io confessai che volevo scappare dalla Turchia per non fare il servizio militare. Mi diedero il foglio di via per il reparto militare e mi mandarono al noviziato militare per 49 giorni, ma io mi dichiarai obiettore di coscienza e fui duramente represso. Durante le prove di tiro, infatti, rifiutai di imbracciare il fucile. Mi minacciarono ed obbligarono a prenderlo. Io puntai sul bersaglio ma non sparai, il comandante mi accostò alla testa la sua rivoltella puntata e tirò la sicurezza dell’arma, mentre mi percuoteva. Poi sparò, ma non contro la mia testa: la rivoltella era accanto alle mie orecchie, ed io udii una detonazione fortissima. Mi sentii le orecchie sibilare e quasi impazzire. Intanto il comandante cominciò ad impartirmi comandi militari di routine: “alzati chinati alzati chinati…”, mentre altri soldati mi picchiavano. Poi mi portarono all’ospedale. Il dottore mi disse che le mie orecchie erano seriamente compromesse, e mi scrisse un rapporto sanitario per essere dimesso dal servizio militare. Io lo portai al comandante, che, invece di mandarmi a casa, mi mandò al servizio militare effettivo e, su 460 persone da mandare a tale servizio militare effettivo, mandò solo me sulle montagne orientali della zona di confine, dove ci sono scontri con la guerriglia. Io mostrai il rapporto sanitario, protestando. Lui disse che quel rapporto dovevo poi farlo vedere nel posto in cui ero diretto. Io ci credetti e partii. Fui chiamato a mio turno nell’ufficio del comandante. “Sei kurdo o turco?” mi chiese.  Risposi: “Sono un animale”. Mi disse: “Allora abbaia come un cane!”. Io dissi che ho paura dei cani. Mi disse di sibilare come un serpente. Io mi ricordai che cani e serpenti erano proprio gli animali che mi erano stati scatenati contro, supposi che lui lo sapesse bene. Dissi che avevo paura anche dei serpenti. Mi disse di cinguettare come un uccellino. Io lo feci e lui si mise a ridere. Mi disse che sarei stato mandato sulle montagne ad uccidere i terroristi. Io dissi che, siccome io sono un animale, non avrei ucciso degli esseri umani. Ed aggiunsi che c’era un rapporto sanitario che documentava che non potevo continuare il servizio militare a causa della malattia alle orecchie. Pensavo che, come mi era stato promesso, esso fosse stato inviato nel mio dossier, ma il comandante negò: non era pervenuto nulla di simile. Dissi che guardasse meglio, doveva per forza esserci. Guardò meglio, e disse: “ecco che ho trovato qualcosa su di te…”. Disse che c’era una denuncia contro di me al tribunale militare per insubordinazione al comandante. Mi mandarono perciò al tribunale militare del reparto dove ora mi trovavo. Il processo mi vedeva imputato per rifiuto delle armi, obiezione di coscienza [che in Turchia non è riconosciuta, ed è considerata reato di tradimento della patria, NdC] mancata comparizione alla prima chiamata alla leva ed insubordinazione agli ordini del comandante. Al processo non ebbi diritto di parola e di difesa [questo prescrive il codice militare turco: solo un eventuale avvocato difensore potrebbe parlare, NdC]. Ma io parlai lo stesso, anzi gridai, perché avevo le orecchie fuori uso, e mi veniva naturale gridare. Mi condannarono a 29 giorni di carcere militare. I soldati e i guardiani del carcere mi diedero il tradizionale “benvenuto” a forza di botte. Mi lasciarono nudo nella mia cella singola. Poi mi portarono nella stanza della tortura. Vennero ad orinarmi addosso. Mi spensero le sigarette sulla pelle. Io ne restai esasperato, in preda a shock, e tentai il suicidio tagliandomi le vene del polso con un frammento di vetro ottenuto rompendo il vetro della finestra. Mi portarono al Pronto Soccorso. Il comandante voleva sapere perché io avessi cercato di suicidarmi. Io parlai con un aiuto-medico e gli raccontai tutto. Egli scrisse che io lo avevo fatto per i miei disturbi all’orecchio sinistro. Mi disse che aveva scritto così per aiutarmi ed evitarmi i guai che avrei avuto se lui avesse trascritto quello che gli avevo raccontato. Consegnai quel rapporto al mio comandante. Vollero che io facessi delle terapie psicologiche. Ma mi diedero dei pessimi farmaci, che servivano solo a intontirmi e drogarmi. Nel frattempo il mio reparto militare aveva cominciato a fare delle uscite per operazioni contro la guerriglia. Io non volli andarci, e feci di nuovo professione di obiezione di coscienza. Dissi che ero contro la violenza e non volevo uccidere nessun essere umano. Mi mandarono di nuovo in tribunale militare, fu il mio secondo processo. Fui di nuovo condannato a due settimane di carcere militare. Questa volta le vessazioni che io dovetti subire in prigione furono di tipo psicologico. Nella mia cella c’era un letto sudicio. C’erano molte cimici, mi grattavo in continuazione. Di notte venivo svegliato, mi facevano mettere sull’attenti ed a riposo, fare il saluto militare, scandire slogan patriottici (“felice chi può dirsi turco”, “i kurdi sono terroristi” etc.). Dopo due settimane mi rilasciarono.

Durante le operazioni militari morirono molti soldati. Il comandante, che sapeva che io ero obiettore di coscienza, era infuriato contro di me, e sovente mi aggrediva, mi picchiava ed io cercavo di raggomitolarmi per sfuggire alla violenza delle sue percosse. Una volta mi colpì con uno schiaffo (o qualche cosa di simile, non ebbi tempo di rendermene conto) contro la guancia, io ne rimasi intontito, come se fossi svenuto: non avevo perso i sensi, ma avevo completamente perso il mio equilibrio sensoriale e psichico. Anche un dente si ruppe per quel colpo.

Di nuovo volevo morire per l’insopportabile esasperazione. Ci fu un’operazione, e questa volta decisi di partecipare anche io, in modo che mi venisse data un’arma ed in tal modo al fronte avrei potuto suicidarmi. Ma invece non mi diedero nessuna arma. Mi infuriai: prima mi punivano perché mi rifiutavo di imbracciare le armi, ed ora che acconsentivo, loro si rifiutavano di darmele. Finalmente accettarono di darmi un fucile ma non mi diedero i proiettili. Me li avrebbero dati una volta che fossero stati avvistati i “terroristi”. Per due settimane non vidi neanche un proiettile, nessun soldato me ne regalò perché anche solo per la perdita di un proiettile qualsiasi soldato rischierebbe punizioni gravissime. Poi tornammo alla base.

Poi ci fu un’operazione in cui morirono molti soldati, ed a causa di ciò, per punizione per la mia obiezione di coscienza fui costretto ad effettuare piegamenti ginnici fino allo sfinimento. Siccome non ce la facevo ad effettuarli tutti, infierirono su di me con le sigarette accese. Poi mi fecero stare
in piedi nudo al freddo di fronte al reparto, cioè a circa 2.000 soldati, per una decina di minuti. Avevo le mani ed i piedi congelati. Molti soldati presenti, soprattutto quelli kurdi, protestarono, chiedendo che quel trattamento finisse. Mi portarono poi nell’ufficio del comandante. Ero talmente congelato che non riuscivo neanche a rivestirmi.  Perciò mi buttarono addosso una coperta. Poi mi misero vicino ad una stufetta. Ma appena io vi accostai le mani, il dolore salì alle stelle. Mi portarono al Pronto soccorso militare. Il dottore mi chiese se ero impazzito, a mettere le mani congelate accanto alla stufa. Ancora adesso le mie mani ed i miei piedi sono malati, toccandoli li si sentono freddi, probabilmente per difetto di circolazione sanguigna.

Quando fummo di nuovo tutti riuniti per una nuova operazione militare di grosse dimensioni, io ero al colmo dell’esasperazione, presi il fucile, lo misi sul tavolo del comandante, gli dissi: “io sono obiettore di coscienza, sono contro le armi e la guerra, non ucciderò nessun essere umano, se vuoi vai tu al mio posto ad uccidere”.

[A questo punto della narrazione Ferhat si interrompe, dice che le cose che sono successe subito dopo non le può proprio raccontare, assume un aspetto assai turbato, appare visibilmente emozionato e commosso, poi si copre il viso con le mani e non riesce più a trattenere il pianto. Gli diciamo che è comprensibile avere difficoltà ad evocare ricordi carichi di sofferenza, e concordiamo di “passare oltre” e continuare la narrazione a partire dalla fine del suo servizio militare, NdC]

Finalmente il mio servizio militare finì. Mi sembrò un miracolo, mi sembrò incredibile che io ne fossi uscito vivo.

Tornai al villaggio. La mia situazione psicologica era distrutta, ed altrettanto lo era quella fisica. Non ero assolutamente in grado di fare nessuna attività. Anche mia madre era assai impressionata dallo stato in cui mi trovavo. Cominciai a frequentare il partito kurdo. Raccontai loro ogni cosa. Chiesi che mi aiutassero. Un loro dottore mi prescrisse delle medicine per tranquillizzarmi e aiutarmi a dimenticare. Io andavo ogni mattina ad aprire la sede del partito, a fare le pulizie, preparare il tè, etc.: ero sempre lì. Fino ad un anno dopo, quando mi fu offerto di cominciare a lavorare nella Sezione Giovanile del partito. Diffondevo i giornali e svolgevo compiti organizzativi. Invitavo la popolazione, e soprattutto i giovani, a partecipare alle iniziative kurde ed alle manifestazioni del partito. L’anno seguente partecipai attivamente al Newroz. I gendarmi del mio villaggio sapevano bene di tutte queste mie partecipazioni. Il comandante una volta, passando in macchina, mi fermò e mi disse che stavo dando molto nell’occhio. Lo stesso anno venne a fare un comizio nel mio villaggio un rappresentante del partito kurdo: nel periodo precedente anche io partecipai assiduamente alla preparazione e propaganda per tale comizio. Mi misero anche a svolgere compiti di servizio d’ordine durante il comizio, ma in abiti normali, senza la striscia di incaricato, affinché io non dessi nell’occhio e non venissi identificato dai gendarmi. Ma nonostante ciò le loro telecamere nascoste mi ripresero mentre ci entusiasmavamo, lanciavamo slogan, facevamo il saluto kurdo con le dita divaricate, con al collo la kefya kurda bianca e nera.
Poi, al mattino presto, venne i gendarmi a casa mia, mi caricarono su di una jeep, mi picchiavano violentemente, ma io non gridavo perché, essendo ancora davanti a casa, non volevo spaventare mia madre con le mie urla. Poi mi portarono in caserma di fronte al comandante. Disse che aveva molte prove contro di me, che io stavo mandando i giovani sulle montagne a unirsi alla guerriglia. Gli dissi che mi mostrasse le prove, se le aveva. Mi fece vedere delle videoriprese fatte durante il comizio. Dissi che se questi lui li riteneva reati, doveva arrestare tutto il villaggio. Lui si infuriò. Mi intimò di non fare mai più il “saluto”. Io chiesi: “quale saluto?”, e, a titolo di conferma, gli esibii il saluto kurdo con le dita divaricate. Lui mi legò il braccio ad un bracciale della sedia, mi appoggiò l’altro sul tavolo, estrasse un rasoio, non so bene da dove, e mi incise un dito della mano fino all’unghia, e mentre il sangue usciva a fiotti, mi disse: “se farai ancora il saluto con le dita, te le tagliamo e te le facciamo mangiare”. Mi picchiò e mi espulse violentemente dal suo ufficio. Io ebbi paura ad andare ad un ospedale, mi medicai da solo. L’indomani andai al partito, dissi che avrei sporto denuncia, ma mi dissuasero: mi risposero che così facendo avrei attirato durissime repressioni sia contro di me che contro la mia famiglia: “cane non mangia cane”.

Il 4 aprile di quell’anno ci fu, come di consueto, il festeggiamento del compleanno di Abdullah Öcalan. Vennero alcuni esponenti di rilievo del partito kurdo. Io ricevetti incarichi organizzativi. Ogni cosa si svolse in modo splendido, entusiasmante.

Ma verso sera arrivarono la polizia, i gendarmi, i soldati, i Servizi Speciali. Ci assalirono con lacrimogeni, getti di idranti, manganellate. Donne, vecchi, bambini: picchiavano chiunque gli capitasse a tiro. Io vidi alcuni soldati che picchiavano una donna anziana che teneva con sé un bambino, e lo avvolgeva per proteggerlo. Io ricordai quanto avevo dovuto sopportare nella mia infanzia, persi il controllo, e sferrai un calcio a uno di quei soldati, che cadde a terra; io portai in salvo quella donna col bimbo, che piangevano entrambi, ed anch’io mi ero messo a piangere per la tensione nervosa. I giovani intanto lanciavano pietre contro i soldati; anch’io comincia a scagliarle. Loro ci stavano scatenando contro gas, idranti, spari (vennero anche sparati dei colpi), manganelli; noi cosa avremmo dovuto fare? Tutto ciò di cui disponevamo erano quelle pietre. Ma ora, per la legislazione entrata in vigore col processo KCK, lanciare pietre è diventato un crimine punibile con pene carcerarie impressionanti. Dopo gli spari dei soldati ci fu un fuggi fuggi generale. In molti scappammo nei campi adiacenti e ci restammo sino all’indomani. L’indomani verso sera vennero i gendarmi a casa mia, mi portarono in caserma in custodia cautelare. Mi rinfacciarono di aver lanciato pietre, ed anche di aver colpito un soldato. Mi afferrarono per i capelli e mi fecero un taglio sulla fronte con un rasoio. Mi minacciarono: se ci avessi riprovato, mi avrebbero tagliato la gola ed avrebbero dato il mio cadavere in pasto ai cani, senza che nessuno se ne accorgesse. Se tornerai ancora qui – mi dissero – per te sarà finita.

Nel novembre di quell’anno, il partito kurdo fu dichiarato illegale da parte della Corte Costituzionale. La repressione si intensificò. Io andai in un internet cafè, registrai tutta la documentazione politica che mi interessava in formato digitale su CD (che nascosi accuratamente a casa di un parente), poi a casa distrussi tutta la mia documentazione politica in formato cartaceo. Ci fu poco dopo una perquisizione a casa nostra, ma non trovarono nulla. Per la paura smisi di impegnarmi politicamente nel nuovo partito kurdo che si era costituito. Anche mia madre insistette affinché io rinunciassi, era troppo spaventata. Acconsentii unicamente a partecipare attivamente al Newroz di Diyarbakir dell’anno dopo. Organizzai un minibus diretto dal mio villaggio a Diyarbakir, con una quindicina di persone. Ma prima di arrivare, subimmo un controllo stradale della polizia. Ci vietarono di proseguire in pulmino, adducendo come motivo l’eccessivo numero di veicoli che stavano confluendo a Diyarbakir. Cominciammo ad incamminarci a piedi, camminammo per circa 5 ore, arrivammo al Newroz mentre i festeggiamenti stavano ancora continuando. Fu una cosa meravigliosa. Comizi, musica, danze. Poi tornammo sul minibus, che intanto era potuto arrivare a prenderci. Nel corso del viaggio fummo raggiunti dalla telefonata di un amico, che ci avvisava che eravamo attesi dai gendarmi all’ingresso del nostro villaggio. Scendemmo dal pulmino, che continuò vuoto, ed entrammo a piedi di nascosto, per vie traverse. Rincasati, durante la notte vennero i gendarmi e mi portarono in caserma, dove ritrovai quasi tutti i miei compagni di viaggio del Newroz. Era infatti accaduto che il minibus vuoto era comunque stato fermato, l’autista, minacciato, aveva fatto i nostri nomi! Noi negammo invano la nostra partecipazione al Newroz. Io, dopo tutte le minacce che avevo ricevuto se fossi stato sorpreso di nuovo a “partecipare”, ero spaventatissimo. Ci insultarono con parole irripetibili. Volevano che diventassimo delle spie per loro. In caso contrario saremmo finiti in galera. Io riflettei, e, per guadagnare tempo, accettai. Appena rilasciato, vendetti i campi di mia proprietà, e decisi di scappare in Canada, presi accordi in tal senso con una rete di trafficanti, ma essi mi fecero andare, come tappa intermedia, in un paese scandinavo, dopo che io ebbi pagato loro 12.000 Euro. Ma poi loro mi abbandonarono in quel paese, senza occuparsi della successiva parte del viaggio pattuito. Non avevo nessun documento. La polizia mi catturò: o chiedevo asilo o mi mandavano in Turchia. Ma io non volevo fare domanda in quel paese bensì in Canada. Viste le medicine che avevo nello zaino, mi dissero che, anche senza fare domanda di asilo, potevo restare là per ragioni sanitarie. Siccome ero contento di andare incontro ad una terapia, finii con l’acconsentire anche a fare domanda d’asilo. Ma per i miei disturbi psicologici, invece di essere curato, venivo trattato come se fossi matto, cioè recluso in un ospedale psichiatrico chiuso, con trattamento
di lungo periodo. Protestai invano. Raccontai alla Commissione tutti i fatti qui riferiti. Ma la Commissione non volle prendere in considerazione la mia domanda d’asilo, mi dissero che la mia destinazione era un ospedale psichiatrico; anche il mio avvocato mi disse che in quel posto non avevo più altre alternative.

Trovai una rete di trafficanti e tornai in Turchia, clandestinamente, pagando 2.000 Euro. Telefonai da Istanbul a mia madre, dicendole che sarei arrivato, ma lei mi dissuase; per l’“operazione KCK” anche io ero ricercato. Così, come mi disse mia madre, trovai di nuovo una rete di trafficanti, e. dopo un mese di attesa ad Istanbul, partii all’interno di un Tir, chiedendo alla rete di lasciarmi in qualsiasi Paese europeo; mi lasciarono in Italia, dove feci domanda di asilo politico.

Dopo molto tempo e dopo aver sostenuto l’intervista per il riconoscimento della protezione internazionale, a Ferhat è stato accordato lo status di rifugiato. Quando gli abbiamo chiesto se sarebbe rimasto in Italia, ci ha risposto candidamente che la sua prima tappa sarebbe stata Napoli, perché i dolci di questa città gli ricordano troppo quelli del suo paese.

Associazione SenzaConfine


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