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Retekurdistan.it | 17 novembre 2019

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Amnesty: In Turchia il diritto alla libertà d’espressione è sotto attacco

Amnesty: In Turchia il diritto alla libertà d’espressione è sotto attacco

27 marzo 2013


27 Marzo 2013
Il pacchetto di riforme legislative all’esame del parlamento di Ankara rischia di essere un’opportunità persa per allineare le leggi nazionali agli standard internazionali sui diritti umani e lascerà le persone a rischio di subire violazioni, tra cui il carcere, solo per aver espresso un’opinione, ha detto Amnesty International, in un nuovo rapporto pubblicato oggi.

“In Turchia il diritto alla libertà d’espressione è sotto attacco, con centinaia di procedimenti giudiziari a carico di attivisti, giornalisti, scrittori e avvocati. Si tratta di uno dei più radicati problemi legati ai diritti umani nel paese” – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.

Il rapporto di Amnesty International, Depenalizzare il dissenso: tempo di agire sul diritto alla libertà d’espressione, analizza il contenuto e le modalità di attuazione dei 10 più problematici articoli di legge che minacciano la libertà d’espressione in Turchia.
Le riforme –chiamate “Quarto Pacchetto Giudiziario”- non riescono a fornire i necessari emendamenti giudiziari per allineare la legge nazionale agli standard internazionali sui diritti umani.
“La criminalizzazione e l’incarcerazione di singoli per aver espresso solamente la propria opinione non deve continuare. Adesso è il momento che il Governo dimostri il suo impegno verso la libertà d’espressione. Cicli successivi di riforme non sono riusciti ad affrontare il nucleo del problema – adesso la Turchia deve rivedere le definizioni dei reati all’interno del suo Codice Penale e della Legge Anti-Terrorismo”, ha detto Dalhuisen.

“I più gravi procedimenti giudiziari risultano a carico di persone che criticano la condotta dei pubblici ufficiali o che esprimono legittimamente le loro idee su temi politici considerati sensibili. Le autorità turche devono accettare le critiche e rispettare il diritto alla libertà d’espressione” – ha affermato Andrew Gardner, esperto di Amnesty International sulla Turchia.
Rimangono in vigore il famigerato articolo 301 del Codice Penale, sulla ‘denigrazione della Nazione turca’, usato in passato per processare e condannare il giornalista e difensore dei diritti umani Hrant Dink, poi assassinato; e l’articolo 318, ‘allontanamento del pubblico dal servizio militare’, utilizzato per perseguire il sostegno al diritto all’obiezione di coscienza. Entrambi devono essere aboliti.
Negli ultimi anni si è assistito all’aumento, in violazione del diritto alla libertà d’espressione, d’associazione e di riunione, dell’uso arbitrario delle leggi antiterrorismo per criminalizzare attività del tutto legittime, come discorsi politici, scritti di contenuto critico, partecipazione a manifestazioni e militanza in organizzazioni e gruppi politici riconosciuti.
“Emendare l’assai ampia e vaga definizione di ‘terrorismo’ è un dovere. Solo in questo modo, potranno terminare le arbitrarie incriminazioni per ‘appartenenza a organizzazione terrorista’ e per altri reati simili”, ha detto Gardner.

Dibattiti pacifici sui diritti dei kurdi e su altre questioni politiche a loro legate, così come i temi e gli slogan al centro delle manifestazioni in loro favore, danno luogo a procedimenti giudiziari per ‘propaganda terrorista’.
“Una società in cui le persone possono liberamente esprimere le loro opinioni, dibattendo sulle questioni più importanti all’ordine del giorno senza timore di essere incriminate, e’ una società in buona salute ed è ció di cui la Turchia ha bisogno” – ha affermato Dalhuisen.

“Una riforma profonda delle leggi che rimuova le catene alla libertà d’espressione, associazione e riunione porterà aria pulita nel paese e sarà un passo avanti essenziale verso una Turchia pacifica e democratica” – ha detto Gardner.

Casi

Temel Demirer è stato processato per aver detto che Hrant Dink è stato ucciso poichè armeno e per aver effettuato affermazioni sul ruolo dello stato nel suo assassinio. Temel Demirer ha anche parlato dei massacri degli armeni in Turchia dopo il 1915.

L’obiettore di coscienza Halil Savda è stato condannato in diverse occasioni per aver sostenuto pubblicamente il diritto all’obiezione di coscienza. E’ stato accusato di “allontamare il pubblico dal servizio militare”.

L’avvocato Selçuk Kozağaçlı è stato processato nel Febbraio del 2010 per aver invitato alla giustizia sulle morti dei detenuti nell’operazione in carcere del 2000, in cui l’esercito invase venti carceri in tutto il paese per mettere fine ad un prolungato sciopero della fame. Nel Gennaio 2013, in un diverso atto d’accusa, Selçuk Kozağaçlı è stato accusato di appartenere al gruppo vietato di sinistra Partito/Fronte di Liberazione Popolare (DHKP-C). Dal Febbraio 2013 egli è in custodia cautelare.

Nell’Aprile 2012, Fazıl Say, un pianista di fama internazionale, è stato incriminato per alcun tweet in cui prendeva in giro esponenti religiosi e la concezione islamica del paradiso. Nel Febbraio 2013 hanno avuto luogo due udienze, la terza è prevista per il 15 Aprile.

I giornalisti investigativi Ahmet Şık e Nedim Şener sono attualmente sotto inchiesta con l’accusa di aver sostenuto le attività dell’Ergenekon, presunta rete criminale coinvolta in un complotto teso a rovesciare violentemente il Governo, per “sostegno consapevole e volontario ad un’organizzazione terroristica”. Le prove nei confronti di Şık si basano soprattutto sul suo libro “L’esercito dell’imam”, che denuncia l’esistenza di un gruppo trasversale, interno alle istituzioni e presente nella società civile, composto da sostenitori dello studioso islamico in esilio Fetullah Gülen, un sostenitore del Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP), che guida il governo. Le prove contro Şener consistono in alcuni suoi scritti e nelle intercettazioni di telefonate con imputati del processo Ergenekon, i cui contenuti non riguardavano attività criminali.

Nel Gennaio 2009, Vedat Kurşun, proprietario e direttore di Azadiya Welat, unico quotidiano in lingua kurda, è stato condannato in primo grado a 166 anni e mezzo per “aver commesso un reato per conto di un’organizzazione terrorista” e per “propaganda terrorista”. In secondo grado è stato assolto per il primo reato mentre la condanna per il secondo è stata ridotta a 10 anni e mezzo.

Sultani Acıbuca, 62 anni, esponente di un gruppo di madri i cui figli sono morti o sono in carcere per fatti relativi al conflitto tra l’esercito turco e il Pkk, è stata condannata a 10 mesi di carcere per appartenenza ad un gruppo terrorista, per il solo fatto di aver invocato la pace e aver chiesto la fine degli scontri armati.

ANF Londra


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